Critica femminista, Femministese, Violenza

#CulturaDelPossesso: madri e padri che uccidono i figli!

I figli sono di chi li ama e non di chi li fa. Questo è un concetto che dovrebbe entrarci in testa e non dovremmo abbandonarlo proprio più. Perché i genitori di “sangue” non è detto che siano il meglio per i figli o non è detto che lo siano tutti e due. C’è una cultura del possesso che riguarda in linea diretta il rapporto genitori/figli che è altrettanto deleteria rispetto a quella che miete vittime tra le donne e gli uomini che non tollerano di essere lasciat*. I figli diventano strumento di ricatto e diventano anche il prolungamento e l’oggetto di sfogo delle angosce che riguardano gli adulti. In questi giorni si era parlato di un padre che aveva accoltellato una figlia di 8 anni e giustamente si ricordavano altri padri che nel tempo hanno fatto lo stesso, ma il quadro non è completo, non lo è.

La rimozione culturale riguarda sempre le madri, il cui ruolo bisogna preservare affinché si ritenga che mai le madri possano fare danno ai figli. E’ quella figura genitoriale che viene scelta innanzitutto quando si parla del bene dei figli e non si ricorda, per esempio, che esattamente come per gli uomini, quando alcune madri escono male dalle separazioni o non stanno bene con se stesse, immaginano di avere potere di vita e di morte anche sui figli che finiscono schiantati sulla strada dopo essere stati lanciati da un balcone o finiscono accoltellati, feriti, pestati o comunque uccisi da quella che un secondo dopo viene considerata un mostro.

Siamo così impegnati a coltivare la certezza circa la presunta potenziale mostruosità dei padri, tutti, che ci dimentichiamo di guardare obiettivamente a quelle donne che se sbagliano vengono immediatamente espulse dall’insieme delle persone normali, perché una madre “vera” no, non può fare queste cose. La madre protegge. E’ il padre, eventualmente, quello che distrugge. Questo è quello che ad alcune piace dire anche in un contesto femminista che diventa sempre più affine alla cultura fascista del ventennio. Con il culto della grande madre alla quale tutto è dovuto perché a lei è dato il potere della natalità per rendere orgogliosa e fiera la patria paternalista retta da patriarchi istituzionali.

Quando si parla di madri che uccidono i figli ne ho sentite tante e tutte tendevano a giustificare. Per esempio: c’è chi dice che le donne sono comunque oggetto di oppressione e quello che una persona oggetto di oppressione compie non avrebbe la stessa valenza che ha per chi opprime. Dunque sarebbe assolvibile. Come se queste donne che uccidono i figli godessero di una specie di lasciapassare storico che dice che la loro rabbia, o il loro umore traballante, la furia omicida, non possa essere mai messa in discussione perché avrebbe perfino ragione d’essere. Come se fosse normale considerare l’oppressa in grado di prendersela con chi è più debole di lei.

C’è chi dice che queste donne sicuramente avevano patito loro stesse e che la responsabilità va comunque attribuita sempre a qualcun altro. C’è chi dice che se le donne non fossero obbligate per cultura a fare figli e a mostrare istinto materno, anche quando non ce l’hanno, allora non farebbero queste orribili scelte. Dunque c’è sempre una spiegazione e quella ultima, la spiegazione delle spiegazioni, parla di depressione. E’ una giustificazione che viene rifiutata totalmente quando si parla di uomini “depressi” che uccidono le donne. Se però sono le donne “depresse” ad ammazzare i figli allora nessuna batte ciglio. E’ giusto così. Povera lei che ha frantumato il cranio di un figliolo e poi si è suicidata. Povera lei.

Diverso è il modo in cui si parla di padri che uccidono i figli. Loro sono gli oppressori. La loro cultura del possesso viene respinta in todo. Non c’è neppure paragone. Lui è sempre dalla parte sbagliata della storia e dunque eccola qui la differenza, per quel che secondo voi può manifestarsi e che io, francamente, non vedo. Io vedo solo bambini uccisi, persone che stanno male e che decidono di considerare i figli una proprietà così da portarli con se’ in morte come facevano in vita. Vedo persone che fino al giorno prima pensavano di essere il meglio per i propri figli e il giorno dopo li uccidono come si trattasse di un premio per il futuro.

Vi elenco quelli che ho contato nel corso di un po’ di mesi:

1] Bambino ucciso probabilmente dalla madre. Non tollerava la separazione. Poi si suicida.

2] Bambina uccisa dal padre. Non sopportava l’idea della separazione. Poi ha tentato il suicidio.

3] Due bambini uccisi (assieme alla madre) dal padre. Voleva liberarsi del peso familiare. 

4] Bambina bruciata viva dal padre. Era un violento. Si è dato fuoco anche lui.

5] Bambino ucciso dal corteggiatore (respinto) della madre. Ritorsione.

6] Bambino ucciso dalla madre. Il marito aveva un’altra donna. Lei poi ha tentato il suicidio.

7] Bambina gettata dalla madre nelle fogne. Voleva liberarsi di lei. La bambina è sopravvissuta.

8] Due bambini uccisi dal padre. Non accettava la separazione. Poi ha tentato il suicidio.

9] Bambino ucciso dalla madre. Ha tentato di uccidere anche un’altra figlia. Parlano di “raptus” di follia. 

10] Due bambini bruciati/uccisi dal padre. Non accettava la separazione. Il padre è sopravvissuto alle ustioni.

11] Due bambini uccisi dalla madre. Li ha buttati dalla finestra. Parlano di raptus di follia.

12] Bambino ucciso dal padre. Parlano di raptus di follia. Il padre si suicida.

13] Bambina accoltellata dalla madre. Parlano di raptus di follia. Poi tenta il suicidio. Sono sopravvissute entrambe.

14] Bambina uccisa dalla madre. Attraversava un momento “difficile”. Poi si è suicidata.

15] Bambina ridotta in fin di vita dalla madre. L’ha massacrata di botte. E’ sopravvissuta.

16] Bambina uccisa dalla madre. Non accettava la separazione. Poi ha tentato il suicidio.

17] Bambina accoltellata dalla madre. Aveva litigato con il marito. La bambina è sopravvissuta.

 

E questo è solo quello che ho reperito in rete. Se c’è dell’altro dite pure.

 

Ps: sarebbe anche il momento di dire due parole rispetto allo stigma orribile che si sta ricucendo su tutte le persone depresse. La depressione è una malattia e depresse sono sicuramente tante persone, ma se la depressione fosse il lasciapassare per ogni delitto allora in Italia avremmo una montagna di omicidi. Direi che sarebbe il caso di lasciare stare le persone affette da questa patologia e non complicargli ulteriormente la vita al punto da guardarli male solo perché dichiarano di stare male. Io so che esistono persone molto tristi e che pensano al suicidio ma non sono colte da delirio di onnipotenza al punto da portare con se’ il resto della famiglia. Parlare di prevenzione anche rispetto a quello, senza creare barriere tra i “normali” e gli “anormali”, sarebbe più che utile.

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5 pensieri riguardo “#CulturaDelPossesso: madri e padri che uccidono i figli!”

  1. io sono diventato tranchant su queste cose: chi uccide i propri figli non ha giustificazioni (a meno che non siano malati terminali o comunque destinati ad una morte ancora peggiore, ma non è nessuno dei casi di cui si parla) non m’importa se l’assassino è padre o madre. Per fortuna la maggioranza dei genitori padri e madri ama i figli, li protegge e pur in mezzo a tante difficoltà non agisce così non uccide nè loro nè nessuno

  2. C’è proprio la percezione culturale che il figlio sia una proprietà, è appunto l’unica proprietà che può permettersi qualunque individuo, anche gli appartenenti alle classi più sfruttate.

    Il fondamento stesso del patriarcato appunto.

    Ma il patriarcato è l’evoluzione culturale e legalitaria della cultura matriarcale che invece è di tipo “naturale”, ecco perché nasce secondo me la contraddizione, perché oggi che il patriarcato è in fase di liquidazione un padre che rivendichi violentemente il possesso di un figlio è visto come uno che si arroga un diritto che non gli spetta (giustamente), mentre si da ancora per scontato un concetto primitivissimo che riguarda il culto della maternità naturale, per cui è praticamente scontato che il figlio sia una parte della donna che viene generato da essa e da essa si stacchi e quindi nel bene e nel male sempre ad essa appartenga.

    La simbiosi tra madre e figl* secondo me è artificiale e falsa tanto quando la cultura del possesso patriarcale e va superato come concetto, per quanto siano profonde e antiche le sue radici in tutto il mondo.

  3. Ciao, provo a dire alcune cose. Partendo dalla depressione Andrew Solomon nel suo libro racconta che quando era depresso nei momenti peggiori aveva degli scatti d’ira contro suo padre. Mio padre ha passato alcuni anni fortemente depresso, poi in seguito, man mano che migliorava, ha cominciato ad avere comportamenti offensivi e violenti verso mia madre, che nel frattempo ha intrapreso le pratiche della separazione. Complice negli anni al suo (di mio padre) stato mentale periodi di breve dipendenza da eroina che portavano a liti. La depressione è un sacco di cose, quindi è uno dei fattori da tenere in conto, ma più che altro affinché le persone possano ricevere delle cure, non tanto per giungere a una spiegazione. Quando mio padre era depresso stavo più sereno, perché così non litigava con mia madre, era una specie di vegetale. Però di certo non gli ha fatto bene, e nei suoi comportamenti abnormi (sorgere di stati paranoici ad esempio) credo abbia influito.

    I figli sono di chi li ama e non di chi li fa, dici. Però queste persone i figli li avranno pur amati. Uno vorrebbe che i figli non fossero di nessuno, però è arduo. Comprendo la voglia di decostruire la cultura del possesso, però questa cultura non è sorta sul nulla, è sorta su ciò che siamo. E tutto sommato, a fronte di migliaia di separazioni, nelle quali frequentemente ci saranno liti furibonde per i figli, ci sono alcuni fatti tragici. A me pare che come per il femminicidio, continuare a parlare di questioni di genere facendo riferimento ai casi di cronaca porti ad avvitarsi. Mi pare di vedere catene causali tutte molto semplici che partono dal patriarcato fino a giungere ai casi estremi.

  4. Bentornata Eretica.
    Su casi di cronaca come questo, penso, il modo di procedere capace di sviluppare un pensiero critico è quello che hai usato, ovvero se ho capito bene, l’analisi di come tendiamo a raccontarci l'”anormalità”. In questo modo fai emergere su quali elementi (in genere sommersi) la “la normalità” cerca di ritrovare le sue sicurezze e cerca di digerire quella parte di realtà che non vorrebbe nemmeno immaginare. Questo offre lo spunto per riflettere su quanto solide siano queste sicurezze e se ci stiamo veramente comodi.
    Nel post metti a confronto il diverso modo di raccontare i padri e le madri che uccidono i figli in circostanze sostanzialmente equivalenti evidenziando i pregiudizi sessisti che stanno alla base di questa diversità nel raccontare eventi simili, e il pregiudizio secondo il quale procreare equivalga ad amare, mentre spesso equivale solo a un possedere.
    Questo modo di procedere, mi pare, ha anche il pregio di stimolare ad un’analisi critica più ampia riguardo a quel modo autoritario di intendere la società per cui il nascere in un certo contesto dato (sessuale, sociale, …) ti dovrebbe definire una volta per tutte e collocarti in un ruolo che in quanto donna, uomo, bambino/a, genitore, “single”, …lavoratore.. etc.. dovresti “onorare” badando bene a “stare al tuo posto”.

    Temo invece che la raccolta e il conteggio di fatti di cronaca, non favorisca la critica, e che la compilazione di un elenco di eventi tenda a nascondere fin a far dimenticare allo stesso conteggiatore lo schema interpretativo di partenza che lo ha portato alla scelta di un certo tipo di eventi e ad un certo modo di categorizzare vittime, assassini e moventi. Poi è un attimo credere di raccogliere “fatti che parlano da soli” che “non si discutono” che “dimostrando che”, mentre si sta solo producendo un elenco di interpretazioni che per quanto legittime (ma che sarebbe buona norma tenere sempre in vista e in discussione) diventano implicitamente sempre più uguali tra loro, sempre più staccate dal contesto al quale sono state applicate e sempre più sottratte al confronto con altre interpretazioni.
    Inoltre, stando nell’ottica del semplice contare numericamente, il campione di casi di cronaca non può che rimanere quantitativamente poco rilevante rispetto alla maggioranza dei “normali”, che alla fine seguendo questo criterio quantitativo si sentono in diritto di non riflettere su quel piccolo campione di “anormalità” dal momento che questa “anormalità” gli si presenta sotto forma di un comodo totale numerico mensile/annuale quanto meno molto decontestualizzato e sempre provvisorio del “chi uccide chi”. Ho ucciso, io? No? Bene. Non mi riguarda.

    Ad esempio, che dovrebbero fare i genitori di “sangue” che non hanno versato il sangue dei loro figli, ovvero la stragrande maggioranza dei casi, dopo aver letto l’elenco di omicidi e l’invito a segnalarne altri? L’analisi fatta nel tuo post forse li ha stimolati a chiedersi che tipo di rapporto hanno con i loro figli, con la società e con il ruolo che si vedono addosso in quanto “padre”, “madre”, etc.. quanto questo ruolo è stato voluto, quanto imposto, e forse molto altro ancora…ma l’elenco finale di casi, temo di no. Temo invece che alcuni comincerebbero a cercare in rete casi “di sangue” accaduti in famiglie non di “sangue”, per controbilanciare i numeri almeno in termini proporzionali, innescando qualcosa che di riflessivo ha ben poco.

    Forse esagero e sono io a immaginare polemiche e poco riflessive le persone perchè in realtà sono io ad essere così :D, o forse sarebbe anche il caso di cominciare a valutare criticamente questo strumento/procedura “del conteggiare” i casi di cronaca nera in quanto tale, la sua reale utilità, perchè, veramente, pur con le migliori intenzioni, questo modo di elencare eventi senza chiarire che cosa si vuole dire alla fin fine su quel conteggiare, ma lasciando comunque un messaggio impicito nella scelta delle informazioni nel catalogare in un modo e non in un altro l’assassino/la vittima, finisce prestarsi all’unico uso di suggerire accuse e assoluzioni collettive più o meno implicite e/o articolate per le categorie che si son scelte di osservare o meno nei conteggi.

    Scusa per la lunghezza… E grazie per essere tornata a scrivere 😀

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