Antisessismo, Contributi Critici, R-Esistenze

Chi sono gli uomini che si arrabbiano per i personaggi cinematografici donne e con le attrici che le interpretano?

Captain Marvel interpretato da Brie Larson

 

Articolo di P. Sterczewski.

In lingua originale QUI. Traduzione di Leda del Gruppo Abbatto i Muri.

Ci sono migliaia di “cyber warriors” là fuori che combattono delle “guerre culturali” contro le figure femminili nella cultura pop, nel mondo del gaming e addirittura contro le scienziate. Lo scopo? Rimettere al loro posto le donne dotate di opinioni.

Appena prima che venisse diffuso nei cinema Captain Marvel, un film recente della casa di produzione Marvel Cinematic Universe e il primo (di 22) con una protagonista donna, il sito di recensioni Rotten Tomatoes mostrava un “Audience score” del 33 %; il punteggio indicava un sentimento negativo nei confronti di un film che non era ancora  in visione nei cinema. Perché migliaia di persone hanno deciso di votare contro un film che non avevano ancora visto?

Captain Marvel ha attirato molta attenzione prima di essere diffuso, in quanto nuovo capitolo di una saga di film sui supereroi che presenta un personaggio che, sebbene molto conosciuto nei fumetti, non era ancora approdato nell’universo cinematografico. In tema con la storia del personaggio, le campagne promozionali erano parzialmente incentrate sull’emancipazione femminile. Tuttavia, non tutti hanno reagito bene alle campagne, e le reazioni negative si sono concentrate sull’attrice principale, Brie Larson, vincitrice di un oscar (per Room).

I partecipanti di questa “rivolta” contro Larson si sono concentrati specialmente su un’intervista che l’attrice ha rilasciato nel Giugno 2018 e su un’intervista per Marie Claire sulla mancanza di diversità tra i critici cinematografici e l’accesso insufficiente alle donne e alle persone di colore nel mondo del cinema. I media di destra e conservatori e alcuni fan marvel hanno rapidamente male interpretato le dichiarazioni giudicandole come misandriche, razziste e “politicamente corrette”, e piene di sdegno contro un certo target di pubblico. Hanno anche trovato altre ragioni per criticare Larson, dalle sue dichiarazioni femministe al fatto che non sorridesse abbastanza nei film. Ci sono anche stati appelli al boicottaggio, accompagnati dalle campagne sui social media per andare a vedere un altro film (#AlitaChallenge, per il film Alita: Angelo della Battaglia, un film anch’esso con protagonista femminile ma, a detta dei detrattori, senza un’agenda femminista). In più molti blog e post hanno catalogato gli aspetti femministi del film come “difetti”.

Se l’intero movimento contro Captain Marvel è stato inutile, visto che il film ha guadagnato miliardi di dollari ai botteghini, è comunque importante fare attenzione al trend che si è sviluppato negli anni recenti: le azioni organizzate online contro il femminismo e la diversità che trattano la fiction come un campo di battaglia e come pretesto di reclutamento per movimenti anti-progressisti.

La maggior parte di queste campagne (quelle descritte ma anche molte altre come il Comicsgate, la controversia sui Sandpuppies, l’opposizione ai personaggi femminili in Star Wars, il boicottaggio di Gillette dopo lo spot contro la mascolinità tossica, e la recente critica contro la scienziata Katie Bouman) nascono negli Stati Uniti e hanno le radici nella cultura americana e nel discorso pubblico e culturale americano, anche se si diffondono poi in tutta Europa.

Alcuni scontri si sono concentrati su questioni europee, dove l’esempio più immediato è forse quello dell’ondata di reazioni negative contro il casting di Jodie Whittaker come la 13esima incarnazione del Dottor Who dell’iconica serie televisiva; Jodie Whittaker è la prima donna in questo ruolo in più di 50 anni di serie. Per alcuni spettatori, che un’entità aliena con poteri rigenerativi che viaggia nel tempo con una cabina telefonica inglese fosse una donna significava fare un passo di troppo. È difficile sapere se l’assurdità della critica ne fosse l’origine, ma l’effetto backslash, con l’hashtag #NotMyDoctor (“Non il mio dottore”, ndt), non è stato così forte come negli altri casi. Mancava di sostenitori di alto profilo pubblico che potessero amplificare il messaggio e non è riuscito a convincere nel cercare di legare il tema con un discorso più ampio.

Data la posizione dominante degli USA nella produzione di media pop ad alto budget, è comprensibile che la prospettiva americana sia quella che detta il tono in queste discussioni. Tuttavia, questi dibattiti sono tradotti ed adattati nel contesto di altre nazioni, a volte aggiungendo un sapore locale che poi si riflette nel centro culturale del dibattito. È il caso per esempio di Daniel Vavra, un game-developer Ceco che ha supportato Gamergate. La sua difesa veemente contro le accuse di razzismo e sessismo nel suo gioco Kingdom Come: Deliverance è stata utilizzata dai sostenitori di Gamergate come esempio di presunta oppressione contro i creativi di Europa Centrale e Orientale.

Sulla stessa linea, alcuni sostenitori di The Witcher hanno manifestato malcontento contro l’idea che Ciri, uno dei personaggi principali della serie, fosse non bianco nell’adattamento su Netflix. In una petizione online hanno dichiarato che “The Witcher è una serie polacca di racconti ambientati in est europa, in un mondo medievale fantastico”, scambiando storia e mondo fantasy e ignorando il grande numero di riferimenti ad altre culture ed epoche nei libri. La controversia attorno a Captain Marvel e il suo essere “politicamente corretto” ha raggiunto culture in tutta Europa, dall’Olanda alla Serbia alla Polonia.

Il primo esempio prominente di queste campagne anti-progressiste online è emerso nella cultura dei gamers nel 2014. Gamergate è iniziato come una campagna di odio contro la creatrice di videogiochi indipendenti Zoe Quinn, la femminista Anita Sarkeesian e altre figure pro-diversità e progressiste nella cultura dei video-giochi. La descrizione che i critici si sono dati è stata quella di “consumatori in rivolta per l’etica nel giornalismo dei gamers” in una battaglia contro i “social justice warriors” (guerrieri della giustizia sociale, come spesso vengono definiti nella cultura americana coloro che si schierano contro casi di chiara ingiustizia, ndt), contro il “politically correct” e in generale contro la “politica” nei video-giochi (come se la politica fosse mai stata fuori dai videogiochi).  Anche se i partecipanti si dichiaravano non sessisti (e crearono una mascotte di un personaggio gamer femminile che dava loro ragione), la critica era prevalentemente mirata contro le donne.  La loro pretesa di essere in favore dell’etica giornalistica riguardante i video-giochi non resse un’attenta analisi e si rivelò solo una copertura per la cultura politica sottostante. Come fa notare Megan Condis , l‘autrice del libro “La mascolinità dei video-game: troll, falsi nerd e la battaglia dei generi nella cultura online” (Gaming Masculinity: Trolls, Fake Geeks, and the Gendered Battle for online culture), l’estrema destra vedeva Gamergate come un territorio ideale per la recluta di nuovi adepti e come un modo per divulgare al grande pubblico le proprie idee. Diverse figure influenti nell’alt-right supportarono apertamente Gamergate per poter portare avanti la propria agenda e diffondere le proprie idee — tra loro Milo Yannopoulos, Mike Cernovich, Carl Benjamin e indirettamente Steve Bannon, che diventò poi direttore della strategia nell’amministrazione di Trump. L’ideologia di Gamergate si è solidificata attorno alle nozioni di anti-femminismo, anti-diversità, libero mercato, apprezzamento della mascolinità tradizionale, e libertà di espressione, tutti valori al centro del movimento politico dell’esterna destra.

Se Gamergate di per sé si è estinto e non ha raggiunto i propri obiettivi, è però servito da allenamento, da centro di contatto e da piano di azione per campagne successive. Questo è emerso chiaramente nella campagna di backlash del 2016 per il remake di Ghostbusters. Le reazioni inferocite sono iniziate subito dopo l’annuncio che tutti i personaggi principali sarebbero stati donne. Un leit-motiv della campagna è stato che il cast avrebbe rovinato l’infanzia dei fan del film originale del 1984.

I membri della campagna hanno spinto al boicottaggio del film e hanno usato strategie  di downvoting (votare a sfavore, ndt)  bombardando di recensioni negative il film (su IMDb, dove comunque i rating sono sempre più bassi, in media, per utenti uomini). Addirittura Donald Trump, non ancora presidente, si unì alle critiche. Milo Yannopolous, già conosciuto per Gamergate, ha incoraggiato la molestia razzista e sessista su twitter contro Leslie Jones, una delle protagoniste, al punto da essere bannato dal social. Il film non è stato un successo, ma quanto sia attribuibile alla campagna è difficile da valutare.

Tutte queste campagne che appaiono come banali conflitti riguardanti la cultura pop rivelano un pattern ideologico più generale. In tutte queste campagne, gruppi prevalentemente maschili difendono quello che vedono come il proprio territorio da una presunta invasione di forze esterne; donne forti, minoranze etniche, accademici e critici che ne analizzano obiettivi e interessi e in generale chiunque cerchi di minacciare il loro confortevole status quo.

I toni sessisti di queste campagne sono ovvi; le donne con un’opinione come Anita Sarkeesian, Zoe Quinn, Leslie Jones e Brie Larson sono i bersagli contro i quali la battaglia è più accanita, come se dovessero essere messe al loro posto, tornare passive e silenti, docili.

Questa è forse la ragione per cui alcune scene di Captain Marvel, quando si libera dalle manette, si rialza dopo essere stata atterrata, e sconfigge chi mette in dubbio la sua forza, comunicano una certa forza nonostante il simbolismo semplice. In un mondo di troll, promettono cambiamento: una supereroina, un’attrice, una critica alla volta.

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