La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze

Quando le “autorità competenti” difendono il carnefice

Per esempio: a lei che non può allontanarsi da una situazione di violenza familiare perché non può permetterselo economicamente che tipo di aiuto si dà? Nessuno. Poi non diteci che non ve l’avevamo detto.

Lei scrive:

Buongiorno a tutt*.
Seguo la pagina da molto, ma oggi, in seguito a un certo avvenimento, ho deciso di condividere la mia esperienza. Gradirei rimanere anonima.Per descrivervi il contesto, sono cresciuta in una casa violenta. Mio padre ha picchiato me e mia madre per anni. Tutta la famiglia sapeva, ma nessuno ha mai detto o fatto niente per aiutarci.

Con il passare del tempo, le cose sembravano essere migliorate. Io sono cresciuta e, pur vivendo ancora con i miei, ho un lavoro che mi permette di mantenermi e di pagare anche le tasse universitarie.
Arriviamo agli avvenimenti di oggi.

Mio padre torna a casa arrabbiato per motivi suoi. è quasi mezzogiorno e mi chiede di cucinare ed apparecchiare. Ero al telefono con il mio compagno, ma per il quieto vivere attacco e faccio ciò che chiede. Mentre sto apparecchiando, mi dice che manca l’acqua e io, con i piatti in mano, gli chiedo di andare lui a prenderla, visto che sia io che mia madre eravamo impegnate.
è bastato quello per farlo andare su tutte le furie. Ha cominciato a picchiarmi. Mi ha dato due calci e un pugno in testa e ha provato a picchiare mia madre quando si è messa in mezzo.
Sono riuscita ad andarmene e dopo essermi ripresa (una decina di minuti circa) ho chiamato il 112.
L’operatrice che ha risposto è stata molto cordiale e professionale e dopo un breve dialogo mi ha collegato con i Carabinieri. Fornisco al nuovo operatore le stesse informazioni e mi assicura che verrà inviata una pattuglia.
La pattuglia arriva mezz’ora dopo ed è composta da un carabiniere di mezza età e dal collega più giovane.
Il primo entra in casa per parlare con i miei, mentre il secondo rimane fuori con me e cerca di calmarmi (ero in evidente stato di shock. Tremavo e non riuscivo a smettere di piangere).
Dopo almeno un quarto d’ora, sono calma abbastanza per spiegare meglio ciò che è successo. Gli racconto delle violenze subite negli anni e di come siano molto spesso anche psicologiche e del fatto che non ce la faccio più ad andare avanti così, che ho l’ansia e che ho paura che mio padre si vendichi su di me o su mia madre. Il carabiniere si dimostra comprensivo e si offre anche di accompagnarmi in ospedale per avere una prova scritta della violenza.
Io, in parte ancora scossa, dico di no, perché non ho ferite evidenti e mi sembrava inutile far perdere tempo.Dopo un altro quarto d’ora, esce il collega che stava parlando con i miei genitori. E qui comincia la mia vera  denuncia.

L’uomo è sulla mezza età e già dalla prima frase, sapevo che non sarebbe andata bene.
Mi dice che in famiglia è normale avere dei disaccordi e che bisogna rispettare i genitori e che anche lui da piccolo era stato picchiato da suo padre. Mi dice anche che il motivo per cui non vado d’accordo con mio padre è perché siamo uguali e quindi anche io un giorno sarò come lui.

Io rimango sconvolta. Gli dico che non sono assolutamente come mio padre e che non alzerei mai le mani su mio marito o sui miei figli. Gli dico che non è normale che una persona alzi le mani su un’altra, indipendetemente dal motivo.
Si mette a ridere e mi dice che il motivo per cui mio padre fa così è perché mi vuole bene e vorrebbe vedermi fare di più (tenete a mente che, appunto, studio e lavoro e mi concedo solo alla sera di giocare ai videogiochi o di parlare al telefono).

A questo punto non sapevo più cosa dire. Era di parte ed era evidente e mi stava dando la colpa di ciò che era successo perché “non fai abbastanza”.
Fortunatamente a quel punto esce il carabiniere che era rimasto con me all’inizio. Mi saluta, mi ricorda che ho 90 giorni per fare querela e mi dice che è il caso di considerare di andare a vivere da sola (pur avendo già chiarito con lui che, con un lavoro part-time, non posso permettermelo).
A quelle parole il suo collega ride di nuovo e dice “Perché, pensi che cambi qualcosa? Io glielo auguro, ma non è suo padre il problema”.
A quel punto non so più cosa dire. Volevo solo guidare al ponte più vicino e buttarmi di sotto (e non sto esagerando. Era veramente quello che volevo fare). Invece ingoio saliva amara, stringo la mano del carabiniere più giovane e li saluto.
Questo è il motivo per cui ho deciso di scrivervi. Sono demoralizzata e amareggiata dal fatto che certe persone portino l’uniforme. Sono stata picchiata per anni e quando ho trovato il coraggio di chiedere aiuto, ho trovato una persona che ha difeso il mio aggressore e colpevolizzato me.
Trovo ironico come poi al telegiornale i giornalisti dicano alle donne vittime di violenza di denunciare e farsi avanti. Se questo è il trattamento, grazie, ma no grazie.
Settimana prossima comincerò un percorso con una psicoterapeuta e spero che almeno lei mi possa aiutare ad avere una vita normale, priva di crisi di panico e di notti insonni in cui non riesco a respirare.Fino ad allora, voglio usare voi come vera denuncia. Spero che la mia voce si unisca a quella di tant* altr* e serva a cambiare le cose.

 

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