Antiautoritarismo, Autodeterminazione, R-Esistenze, Storie, Violenza

Lo stupro e la rete di sicurezza

Mi fermano durante una manifestazione. Sono in quattro. Due mi tengono ferma e gli altri due simulano una perquisizione. Infilano le mani dappertutto. Le sento tagliare la mia pelle, come vetro, come lame. Dita che rovistano tra le mie cosce, per motivi di sicurezza. Loro sono quelli che dovrebbero garantirla anche alle persone come me. Mi arriva un pugno in bocca. Provo a lamentarmi per il fastidio e il più alto in grado mi tira i capelli e dice che devo smetterla di emettere suoni. Non vuole sentire neppure un fiato. Muta, sanguinante, violata, mentre il biondo con gli occhi chiari abbandona la “festa” e gli altri tre continuano a tastarmi, visibilmente eccitati. Gli occhi da matti, si incitano a vicenda, il capo li galvanizza. Io sono una pericolosa terrorista, una sovversiva, anche se stavo solo urlando il mio dissenso per le strade. Sento uno strofinio sul gluteo. Uno ha preso in prestito un manganello per simulare una penetrazione. Dura un tempo infinito. Sono esausta. Il labbro sanguinante. Chiudo gli occhi e crollo sul pavimento gelido. Mi lasciano andare all’alba con una denuncia per resistenza a pubblico ufficiale. Trovo fuori alcuni amici che interrogano con lo sguardo tutte le mie ferite. Mi chiamo Carolina e ho appena subito uno stupro.

“Mi hanno perfino bucato l’ano” – dico seria alla mia amica. “Se lo scordano che io resto in silenzio. Racconterò tutto.”. Registro un video messaggio per il sito del movimento. Racconto com’è andata. Sono arrabbiata. Il video viene condiviso ovunque. I quattro guardiani annunciano denuncia per calunnia. La mia parola contro la loro. Non importa. Posso anche perdere in tribunale ma sono pronta a tutto pur di fare circolare la verità. Il mondo deve sapere di questi abusi e in ogni caso che altro può accadermi di peggio? L’avvocato mi conforta e mi dice che comunque, anche se perdo, non andrò in galera. Non per il momento, almeno. L’unico rischio è che la mia condanna sia acquistata dalla rete di sicurezza privata e che mi rinchiudano a lavorare nel centro di rieducazione di quell’altra gente.

La rete di sicurezza è nata, pensate un po’, per difendere le donne. I tagli del governo hanno lasciato le guardie cittadine senza risorse e quando si sono formati i nuclei armati di difesa delle città lo Stato li ha riconosciuti in tutti i sensi. Girano armati a tutte le ore, ti perquisiscono anche per uno starnuto e hanno dei problemi a contenere l’aggressività quando incontrano gente straniera, donne sole o ragazzi che hanno bevuto, di ritorno da una festa.

Una mia amica è stata fermata da uno di questi gruppi, una sera che stava rientrando a casa dopo una riunione con delle colleghe. Le hanno rivolto mille domande. Perchè esci sola a quest’ora, così rendi difficile il nostro lavoro, ci obblighi a scortarti, lo sai che in giro ci sono dei brutti elementi? E mentre uno la intimidiva l’altro le guardava la scollatura e le chiedeva i documenti. Si appuntava il luogo in cui lei viveva e poi chiedeva anche il numero di telefono. Fermare ragazze per abbordarle “legalmente” è uno degli effetti collaterali della militarizzazione della città. Il ministro dice che le “mele marce” sono dappertutto e bisogna farci i conti, invece il movimento antifascista chiede che le truppe si ritirino e che lascino in pace il mondo intero.

Sono le 10 del mattina e ricevo una telefonata dal mio avvocato. Mi dice che la rete di sicurezza ha comprato il pacchetto completo. Verranno a prelevarmi nel pomeriggio. Ed è così che dopo qualche ora mi ritrovo rinchiusa in un posto in cui mi insegnano come ci si comporta se sei una ragazza. Rispettosa dell’autorità e soprattutto vittimista e sempre lì a richiedere tutela. Il motto della rete è “noi ti tuteliamo, esistiamo per salvarti”. Io sono una delle donne che hanno deciso di “salvare”. Sarò mansueta, priva di capacità e intraprendenza nel richiedere diritti e sarò uno dei tanti elementi passivi della società.

Mi trovo dentro una cella con la testa tra le mani. Siedo su un vecchio materasso. La finestrella mi ricorda che fuori fa buio. Trovo che il pavimento sia più pulito del materasso. Poggio il viso su un braccio, chiudo gli occhi. Mi addormento.

Ps: questa è una storia di pura invenzione. Ogni riferimento a cose, fatti e persone è puramente casuale.

 

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