Ti scrivo poiché sono molti mesi che leggo il tuo blog. A volte leggo e vorrei staccare gli occhi, vorrei smettere di leggere perché ho la sensazione fisica di panico, di conati allo stomaco. Leggo di autoritarismo, di persone la cui libertà personale è messa in pericolo da altre persone, leggo di autodeterminazione, di femministe autoritarie. Però mi costringo quasi, ad arrivare alla fine. Ho bisogno di leggere certe cose per portare avanti la mia autocritica personale. A volte leggo e mi rendo conto di riconoscermi nell’autoritario, nel persecutorio. A volte scoppio a piangere perché il punto è che non riesco a riconoscere queste componenti della mia personalità, non le voglio.
Ho 24 anni, tra qualche giorno mi laureo in una materia che adoro. Sono andata via di casa a 18 anni per entrare in una comunità terapeutica diurna. Potevo frequentare l’ultimo anno di scuola, potevo uscire, ma sarei stata seguita passo passo da due terapeuti. Avevo moltissime dipendenze, tic nervosi, ossessioni sul cibo, sul mio corpo, sulle altre persone. Io non voglio dire che la comunità da cui provengo non mi abbia aiutata, sono grata per quello che ho imparato. Ma appena ho potuto, ho interiorizzato per bene e per comodo la nozione di “malata”.
Ero malata e quindi ero giustificata ad andare male a scuola, ero malata e non potevo fare certe cose, alcuni posti erano troppo pericolosi per me. Avevamo gruppi terapeutici ogni giorno, due volte al giorno. Se ritenevo, potevo scegliere di non studiare, potevo avere reazioni emotive di qualsiasi tipo. Era tutto giustificabile, mi impegnavo per manipolare qualsiasi cosa e portare giustificazioni a qualsiasi dovere che non avessi voglia di affrontare. Non volevo andare a scuola? Non andavo, tanto stavo male. Non volevo uscire con dei ragazzi? Non ci uscivo, tanto stavo male. Gli unici “obblighi” erano fare vita sociale per reinserirsi nella comunità, mangiare e partecipare alle attività terapeutiche.
A volte penso che la psicoanalisi sia stata per me una specie di chiesa, che lo studio dello psicologo sia stato un confessionale e che qualsiasi cosa uno analizzi sia comprensibile solo attraverso l’applicazione forzata di un sistema limitato che pretende di fornire una spiegazione faziosa. Dopo 6 anni di analisi, sono arrivata ad odiare l’analisi. Odio il modo in cui potevo usarla per giustificare l’odio per mia mamma, lo scarso rispetto per l’autorità, il bisogno di conflitto. Dopo 3 anni di comunità ero stufa marcia. Volevo fare qualcos’altro, mi fidavo dei miei terapeuti ma alcune logiche mi “stonavano”: sentivo che certi argomenti avevano verità altre da quelle che riportavano loro.
Volevo smetterla di mangiare ad orari stabiliti da altri, di uscire solo con persone “della comunità” o approvate dalla comunità. Dissi che andavo in vacanza da un amico berlinese, in verità me ne andai a zonzo per Berlino una settimana intera, sola, silenziosa. Fu meraviglioso passare una settimana a non dover pensare a cosa significavano i miei sogni, a cosa erano dovute le mie pulsioni, perché provavo un piacere o un’antipatia per qualche luogo. Per un’intera settimana non soffrii di transfert, di nevrosi, di ossessioni. Per un’intera settimana fui libera dalla psicoanalisi, dai terapeuti, dalle attività in cui potevi essere arbitrariamente portata alla gogna (quello di portare pubblicamente l’attenzione su una persona durante l’attività terapeutica era uno strumento usato per non farti nascondere nulla, perché anche gli argomenti che non desideravi trattare venissero trattati, per evitare che tu nascondessi un sintomo e che ti tenessi il godimento malato della tua dipendenza. Tuttavia spesso erano gogne, gogne e basta).
Tornata da Berlino decisi che ero stufa: lasciai la comunità, mi iscrissi all’università e andai a vivere alla Casa dello Studente. Dimenticai di non portarmi appresso tutto il resto: ero una maniaca del controllo, dei pasti ad una certa ora, di un certo comportamento da tenere a tavola, di un certo codice etico di protezione nei confronti delle persone. Non pronunciavo e non volevo sentir pronunciare certe cose: non sentivo parlare di diete da tre anni, non sentivo parlare di sesso (se non in forma di bulimia sessuale, violenza sessuale, disfunzione sessuale, perversione sessuale) da tre anni. Mi resi conto di non essere come gli altri. Io avevo bisogni particolari: il più grande? Bè, il bisogno di avere bisogno di qualcosa.
Intrecciai una dipendenza affettiva logorante con un ragazzo fidanzato molto più grande di me. In comunità avevo imparato che portare una fantasia nel mondo reale era molto pericoloso e fu così: fu come far entrare uno spettro nella mia vita. Avevo la fantasia sessuale di essere dominata, di essere ferita, morsa e sculacciata. Fu tremendamente eccitante vivere il sesso così, qualche mese. Confusi la fantasia sessuale con la realtà dei fatti credo. Mi ritrovai ad avere attacchi di panico, a stare male, ad essere sempre arrabbiata con tutto il mondo. Nella mia testa, vedevo il mondo a rapporti di potere: avevo dato potere a lui, mi ero sottomessa, ero una debole: dovevo riscattarmi.
Divenni violenta, verbalmente e fisicamente, verso me stessa e verso gli altri. Non reggevo più, chiesi di tornare alla mia vecchia comunità. Lì mi dissero che lui era uno stronzo, che era un uomo adulto ed io una ragazzina di dieci anni più giovane, che mi aveva solo preso in giro. Iniziai a contattarlo, spesso, sempre più spesso. Lui doveva capire, lui doveva pentirsi di quello che aveva fatto, lui doveva chiedermi scusa. Passai due mesi a perseguitarlo.
Qui parli spesso di sex working, di diritti, di prostituzione consapevole. Sai chi è la vera puttana, in senso dispregiativo? Quella che vuol farsi pagare un bocchino con l’amore. Quella che pretende il pagamento in sentimento per una prestazione sessuale. Quella che non vede il sesso come un reciproco scambio fisico che porta piacere, ma un mezzo per procurarsi amore. Una merce comoda per ottenere considerazione, un sacrificio da fare in cui la martire DEVE, a tutti i costi, ricevere la sua paga d’amore dopo.
Lui doveva amarmi. Doveva pagare per il sesso. Mi sentivo un mostro dentro, un odio pulsante come un cancro, due dita di pece nello stomaco. Sentivo che era stato fatto un torto. A me era stato fatto un torto, io ero la vittima dopotutto, no?
Non so dire quanta fatica mi sia costata capire che non era così. Quando vidi allo specchio cosa stavo facendo mi venne il panico. Lasciai di nuovo la comunità, la psicoanalisi, quel gruppo di tutte donne malate, ex malate, in rinascita, a modo loro in lotta. Sono grata, mi hanno salvato la vita. Ma non so perché, su quello che stavo diventando sembravano non potermi aiutare, anzi stavano peggiorando le mie manie persecutorie.
Quel ragazzo tornò, dopo molti mesi: la sua fidanzata lo aveva lasciato, mi ritrovai ad affrontare anche il complesso dell’infermierina. Ad oggi so cosa stavo cercando di fare, il messaggio era molto chiaro: io ti curo perché tu abbia bisogno di me, ti scopo perché tu non possa fare a meno di vivere senza di me, faccio in modo che i tuoi bisogni siano sempre colmati, il tuo sesso mai frustrato. Avevo bisogno che lui avesse bisogno di me. Non c’era un minimo di amore in quello che stavo facendo. Solo desiderio di potere, potere sull’altro. Mi sono ritrovata a desiderare di essere sterile quando mi sono accorta di cosa stavo facendo: ho pensato a mia madre che è come me, ho desiderato non avere la possibilità di fare ad un essere umano quello che stavo facendo a quel ragazzo. Gli avevo messo un collare a strozzo, lo offendevo augurandogli il peggio se solo provava a staccarsi da me.
Non sto cercando di descrivermi come LA carnefice della storia: avevamo un rapporto malato, violento. È stata una guerra di potere, di sesso adrenalinico in cui ci scontravamo così forte da ritrovarci ad odiare il corpo dell’altro. Era parte del rapporto, era il motore del rapporto l’odio. Ma io posso solo parlare per me, per i miei errori. Io posso provare a cambiare solo me, quindi non darò giudizi su di lui.
Gli diedi un pugno, forte, in pieno petto. Ero un mostro. Sono ancora un mostro, ricordo ogni momento di quella scena. È passato un anno. Non bastano tutti i mi dispiace.
La sua colpa fu quella di aver preferito la sua fidanzata a me. Teneva in piedi il rapporto da tutte e due le parti. Facevo di tutto per compiacerlo, per portarlo a preferirmi a lei. Vivevano lontani, “mi scopava” e poi rispondeva al telefono dicendo di amarla. Eravamo in due a scopare, non era lui che “mi scopava”, c’ero anche io ed ero consenziente. Dire “mi scopava” è un togliermi responsabilità. Ci facevo sesso per convincerlo ad amarmi, lui faceva sesso con me per fare sesso con me. Avrei dovuto rompere la relazione, se volevo altro: aveva ragione.
Quella sera litigammo e mi urlò in faccia che amava lei, che dovevo accettarlo e che se non mi stava bene potevamo smettere di vederci. Gli tirai un pugno, fui un mostro. La maggior parte delle donne a cui ne ho parlato mi ha dato ragione, ma mi fido di te, so che se lo scrivo a te capirai perché non credo neppure ora di aver avuto ragione. Una mia amica mi fece anche i complimenti, scoppiai a piangere in maniera disperata, ebbi i conati di vomito.
Io vedevo chi ero e non mi piaceva. Avevo una belva dentro, che mangiava, urlava e si dibatteva credendosi immune a qualsiasi giudizio. L’argomento dell’amore, il brand amore è inattaccabile: ti amo, per questo che ti voglio sempre con me, ti amo, per questo che puoi scopare solo con me, ti amo, per questo devi stare con me, ti amo, per questo devi amarmi. E l’altro? L’altro dov’è in tutto questo mio bisogno di possedere? Pare che per amore si facciano un sacco di stronzate giustificabili dall’amore stesso. Mi sono odiata. Sapevo di essere una belva, la stessa belva umana che descrivevano essere gli uomini. Eppure io sono donna. Eppure sono un mostro. Lo sono stata, di certo. Lo sono ancora?
Questa non è una cosa che muore, questa bestia autoritaria, fascista, senza genere e senza amore, viva d’odio dall’inizio della mia vita. C’è sempre stata. Le cause sono in me.
Quando ho capito come dovevo combatterla non è diventato facile. Ho iniziato ad avere regole ferree sull’essere libera. Ho fatto quello che non avevo mai fatto in vita mia: ho iniziato a frustrarmi di proposito con tutti i no possibili e immaginabili e ad accettarli. Ho iniziato ad appoggiare altri punti di vista, ad avere impegni e doveri e orari prestabiliti. Ho iniziato a non raccontarmi balle per giustificarmi. Ho smesso di essere una malata, ho iniziato col prendermi le mie responsabilità. Ho iniziato con lo stare sola, per un po’. Mi rendo conto che la mia belva è viva quando ho i miei scoppi di rabbia ingiustificata: derivano tutti dal non avere potere. A volte mi sento persa, vedo come sono e non riesco a cambiarmi. A volte penso che non riuscirò mai a cambiare.
Lo penso quando quel ragazzo torna da me o quando lo cerco io: il rapporto è impostato in maniera violenta, in maniera dipendente, in maniera sbagliata. Litighiamo ogni volta, ci feriamo ogni volta. Una volta mi ha colpito anche lui, in un litigio successivo a quello del pugno, ma non importa. Non tengo più i punti di chi fa più male a chi, di chi è più vittima, di chi ha sofferto di più. Adesso sto piangendo ricordando i momenti belli, che ci sono stati. Eravamo su una scalinata e un’estranea di passaggio ci disse che eravamo bellissimi, c’era il sole, ridevamo ascoltando le lezioni di pianoforte, quella musica dolcissima che veniva dalle finestre di fronte.
Non so come sia possibile per due esseri umani essere così fottuti e così infelici, eppur vivere. Non so come mi trattiene in vita l’idea della fascista, della bestia autoritaria che sono. Io non sono una vittima. Io sono Leila e non so quanto posso cambiare, quanto posso progredire nel diventare finalmente umana, finalmente libera. Spenderò la mia vita per provarci, per diventare qualcosa che sarei fiera di descrivere ad un altro essere umano.
Quello che scrivi contribuisce a farmi vedere la realtà delle cose, mi stai aiutando nel combattere questa bestia. Il punto non è utilizzare un simulacro di sistema, come la psicoanalisi o la religione o il sintomo di una dipendenza, a cui aggrapparsi. Il punto è diventare anarchica, senza una divinità o una linea di pensiero che metta dei diktat alla mia vita. Il punto è arrivare a capire di non aver bisogno di avere bisogno di qualcosa che mi guidi, il punto è prendermi la responsabilità di vivere in autonomia di pensiero. Deve aver fatto male, la prima volta, uscita da mia madre, respirare da sola. Tutta quell’aria deve davvero avermi bruciato nei polmoni. Se brucia anche ora è buon segno: provo a respirare da me.
Grazie
Leila
P.S. Spero che si sia capito da quello che ho scritto, ma in caso lo ribadisco: non sono contro l’analisi o la religione, la prima è uno strumento di supporto psicologico che ammiro, stimo e rispetto e che sento di consigliare a chiunque abbia una dipendenza, un disagio, qualsiasi necessità di salute: la comunità in cui sono stata mi ha salvato la vita. La religione poi è una scelta personale. In quello che ho scritto condanno solo la strumentalizzazione che io ho attuato.