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Padre bastardo, madre martire: sono questi i genitori da rispettare?

Lei scrive:

Cara carissima amica, che dai voce a chi non può prendersela altrimenti,
sono io quella che ha commentato nel blog sotto la storia della ragazza che urla odio verso la madre. Questo è il mio blog. Ti ho già scritto altre volte per raccontarti e raccontarmi, ma stavolta lo faccio con una ragione in più: quella che mi spinge a realizzare che non sono la sola a stare male imprigionata in una vita che non sento mia.

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Prigioniera di quella gran cicciona di mia madre

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Quella lardosa di mia madre mi ha sempre fatto l’effetto di un’amputazione agli arti. Grassa da fare schifo, non più in grado di muoversi senza rompermi le palle, con la sua voce stridula a torturarmi dalla mattina alla sera. Prendimi questo, prendimi quest’altro, vai lì o vieni là. Nata per fare la serva di una madre pigra e depressa, io da sempre massacrata dai ricatti e dai sensi di colpa, con un padre che usava il lavoro come alibi per stare lontano da lei e io che non avevo tempo per fare niente a parte masturbarmi, ogni tanto, davanti a qualche scena porno.

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Quei pezzi di me incastrati in una storia finita

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Lei scrive:

Piango sullo stesso pavimento del bagno da un anno e mezzo. Non tutti i giorni eh, però abbastanza regolarmente. Più o meno dal giorno in cui mi sono accorta che la persona con cui stavo da tanti anni era un “artista della truffa emotiva” – ho letto questa definizione da qualche parte e la sento troppo vera, chiedo scusa a chi l’ho rubata per sbaglio – .

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Mia madre è morta e io mi sento finalmente libera

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Un mese fa è morta mia madre e io ne sono stata felice. Ero sollevata. Mi sono autocensurata perché di fronte agli altri è sempre necessario dire che quella fu una santa donna, ma dentro di me il cuore batteva forte e immaginavo già come sarebbe stata la mia vita da quel giorno in poi.

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Quanta violenza da parte di chi voleva “salvarmi”

Tutto quello che chiedo è di essere lasciata in pace, da sola, con i miei lividi, perché a nessuno dovrà venire in mente di impicciarsi dei cazzi miei. Lui mi ha picchiata, e allora? Questo ti dà forse il diritto di decidere al posto mio? No, non lo voglio denunciare e no, non voglio lasciarlo. Lo so cosa si dice di solito: se ti picchia una volta lo rifarà. Ma non è detto. Non è detto che succeda a me. Povera illusa, mi fa lei, dovresti smettere subito di vederlo, e per convincermi che quella è la strada giusta mi ricatta. Se non lo lasci io e te non ci vedremo più. Così mi ricatta mia madre e mio padre e mia sorella e mia cugina e chiunque io conosca.

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La capa mi insulta sul posto di lavoro e mi ferisce moltissimo

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Lei scrive:

Cara Eretica,

ti scrivo sull’onda emotiva che mi ha accompagnato stasera, e che mi ha fatto tornare a casa in lacrime da lavoro per la terza volta in tre settimane.
Mi sei venuta in mente tu, il femminismo, la solidarietà femminile… tutto a puttane, dove lavoro io.

Una breve premessa: a luglio dell’anno scorso mi sono laureata in una materia che non mi piace e mi ritrovo oggi, a un anno di distanza, con uno stage aziendale appena iniziato e un lavoro come cameriera in un ristorante per potermi mantenere almeno nelle piccole cose. La benzina, qualche cambio di vestiti presi in saldo per andare allo stage, una rara birra fuori infrasettimana.

Ed è proprio il ristorante, cioè il mio sollievo economico, il mio problema principale: la titolare, infatti, da qualche tempo (a cadenza settimanale), mi fa osservazioni non sul modo in cui lavoro… ma sul mio peso.

Secondo lei, il fatto che io lavorando sudi molto è dovuto al peso eccessivo; secondo lei, dovrei farmi curare (“In ospedale c’è un dottore bravissimo, ci vai con la mutua, mia cugina c’è stata e le ha dato la dieta perfetta da 1400 calorie, si mangiava anche una pizza a settimana… certo che bisogna avere volontà, non so se tu ne abbia abbastanza“); stasera, dal nulla, mi ha chiesto se mi fossi comprata una gonna più stretta per lavorare o se mi fossi ingrassata “ancora”. Ancora?

Sono alta 1,79 e peso 97 chili, da preadolescente ho avuto problemi di disturbi alimentari, sono figlia di genitori obesi, sono uscita da poco da una depressione curata a psicofarmaci: sono più consapevole che mai del mio corpo, di quanto mi sia pesante, di quanto tutti i giorni io mi guardi allo specchio con schifo e di quanto vorrei lasciarmi andare una volta per tutte. Cancellare le mie forme, non fare più nessun movimento, non provarci più, finire sola.

Se solo quella donna sapesse quanto io trovi agghiaccianti e allo stesso tempo allettanti questi pensieri, sfondare i 100 chili, poi magari i 200, chissà come sarebbe riconoscere di non amarmi affatto.
Eppure in qualche modo tengo duro, non so nemmeno io perchè, probabilmente per paura. Forse perchè penso che se riesco a darmi un po’ di tempo, e a ritrovare un po’ di serenità, il peso (che per me rimane un problema secondario rispetto al lavoro e alla sicurezza economica) seguirà da solo un percorso in discesa. Sono stata in forma, mai magra, ma in forma sì, so come fare a stare meglio, ma per adesso non ho il tempo materiale per pensarci.

Indagare i motivi per cui lei si senta in diritto di dirmi certe cose non mi interessa, fosse cattiveria gratuita o sincero interessamento per me non cambierebbe nulla, quello che importa è come mi sento io, e io mi sento male. Umiliata, ferita, lacerata da un dolore che mi porto dietro da anni e con il quale non riesco ancora a relazionarmi positivamente.

Perchè in un ambiente di lavoro così, semplice, senza tante pretese, non si è al riparo da osservazioni tanto taglienti? Perchè una donna di mezza età che tutto è tranne che magra, o anche solo in forma, si permette di entrare così a fondo nel privato di un* dipendente? Non siamo amiche, non lavoro lì da anni, sono anche sottopagata e in nero, c’è un rapporto più che formale… eppure, eppure, eppure.

Non sono una leccaculo, non sono mai riuscita a fare buon viso a cattivo gioco, e certe cose non riesco proprio a farmele scivolare addosso.
Mollare tutto e andare in cerca di un altro posto sarebbe una mossa azzardata? Non lo so, continuo a chiedermelo ma non trovo risposte.
Parlarne con lei è fuori discussione, non ci riuscirei nemmeno. Oltretutto, non vedo nemmeno il motivo per cui dovrei. Sono cose mie, sono intime, ne sono gelosa e se ne devo parlare ne parlo con chi può darmi veramente delle risposte di valore.

Tu cosa ne pensi?

Ciao cara, scusa lo sfogo.

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Il “tradimento” è una forma di abuso?

baci-bimbiLei scrive:

Cara Eretica,
è da un pò che sto pensando di raccontarti la mia storia. Sono stata in una relazione con una persona che mi ha abusato emotivamente on/off (ma d’altronde l’abuso funziona cosi’) per moltissimi anni. Al momento non ho tempo di farlo per impegni universitari, ma visti i post sulla violenza psicologica era un pò che ci pensavo e forse quando ho tempo lo farò.

Vorrei solo dirti che quando pubblichi o scrivi storie di donne o uomini che tradiscono i propri partner o vanno con quelli altrui (non parlo naturalmente dei poliamorosi che reputo una categoria a parte), di aspettarti sempre reazioni piccate e ferite, e non per “invidia”. Di emotional abusers in giro ce ne sono parecchi, e il tradimento è spesso parte dell’abuso. Il mio ex, per esempio, mi tradiva quando ero lontana per studio o per lavoro per “vendicarsi” della mia assenza, in quanto lui riteneva non fosse normale che due persone potessero passare del tempo separate: dal suo punto di vista lo abbandonavo, lo lasciavo solo, mettevo me stessa davanti al rapporto egoisticamente, lui soffriva troppo e “doveva” andare con qualcun’altra. Insomma, la colpa era mia. Poi non ti dico quando ci godeva a sventolarmi in faccia i dettagli di quanto queste tizie fossero meglio di me, senza contare che non si metteva il preservativo perché lui aveva dei bisogni da gratificare, mica poteva piegarsi a rispettare il prossimo.

Senza spingerci nel territorio della violenza psicologica, anche chi ha preso delle “oneste” corna una volta nella vita, è naturale reagisca come se qualcuno stesse girando il dito nella piaga quando qualcun’altro rivendica il fatto di “cornificare” quasi con orgoglio, come fosse un eroe che sfida le regole sociali. Certo, siamo umani e gli errori si fanno e nemmeno a me piacciono le lapidazioni, ma da qui a “celebrare” la libertà di chi comunque si mette in una zona etica grigia ce ne passa. Sempre per essere del tutto sincera, durante la mia turbolente adolescenza le ho anche messe, le corna, tuttavia non mi aspetto certo simpatia per questo e a distanza di molti anni penso che chi mi giudicava non avesse del tutto torto, tranne che non conoscendomi non potevano capire la complessità di certe situazioni che a volte sfuggono di mano.

A volte nei “triangoli” non c’è nemmeno cattiveria ma solo tanta confusione e immaturità e analfabetismo emozionale, ed è per questo che crescendo ho deciso sempre più fortemente di tenermi alla larga dai suddetti triangoli (a meno che un giorno non mi venga voglia di provare una relazione a tre, ma non è di questo che stiamo parlando), perché al meglio sono situazioni penose in cui si fanno male tutti e al peggio sono vere e proprie torture psicologiche inflitte consapevolmente.
Non dico che queste storie di “cornificatori” non dovrebbero essere pubblicate, ma forse potresti dare anche più spazio alla controparte.
Per la stessa ragione, apprezzerei che le reazioni piccate non vengano sempre interpretate e additate come frutto della patriarchia, del moralismo, del puritanesimo e della ristrettezza mentale, ma come la reazione di chi ha preso un sacco di mazzate (e sono certa che siamo in tanti), spesso proprio nel tentativo di dimostrare la sua “mentalità aperta”, ed è stato magari ripagato con ancora più mazzate.
Detto questo ti saluto e mi congratulo per il blog e per la sua impostazione aperta a vari punti di vista, anche se a volte non sono d’accordo è comunque appassionante confrontarsi con mondi che uno non sa nemmeno che esistano.

S.

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Se la mia ex moglie è violenta perché deve essere colpa mia?

Ho trascorso con mia moglie sette anni della mia vita. Ho sopportato le sue urla, il suo carattere di merda, le prepotenze e la violenza psicologica. L’ho fatto per mio figlio, che poi è il motivo per cui ci siamo sposati. Ci amavamo, certo, ma quando è arrivato il bambino lei per me è diventata un’estranea. All’inizio ho pensato che fosse per la storia degli ormoni. Mi sono messo lì paziente ad aspettare. L’ho aiutata, in casa, col bambino. Poi sono passati due anni, poi tre, poi sette.

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Com’è essere psicologicamente dipendente da uno che non ti lecca?

Un’altra delle storie che tant* tra voi condividono con me. Grazie e un abbraccio a chi l’ha scritta e buona lettura!

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Ciao Eretica,

ti scrivo perchè leggendo il tuo blog ho trovato la forza di fare pace con me stessa, di mettere a fuoco la mia adolescenza e la profonda dipendenza affettiva e psicologica che provavo nei confronti del mio ex. Quando ci siamo conosciuti io avevo solo 16, ricordo che era un capodanno… io ero felice perchè per la prima volta in vita mia potevo festeggiarlo con i coetanei e non con i miei genitori, niente lasagne e insalata russa, niente parenti che ti girano intorno e ti chiedono insistentemente se hai il ”fidanzatino”. Durante la festa incontrai un ragazzo: esteticamente non era bello ma aveva un odore della pelle particolare che mi attirava, finimmo in bagno a baciarci con passione e da quel giorno sono stata psicologicamente dipendente per 7 lunghi anni.

All’inizio andava tutto bene, nonostante la mia giovane età io ero molto indipendente e con una personalità matura, sapevo cosa volevo, cosa mi piaceva e cosa non tolleravo… con il passare del tempo invece il nostro rapporto diventò un labirinto e io mi annullai del tutto. Lui non era un uomo aggressivo e violento, almeno non dal punto di vista fisico: mi coccolava e mi riempiva di fiori (Oggi non ti nego che scapperei a gambe levate davanti a un mazzo di rose, mentre rimarrei felicemente stupita davanti a un vinile punk hc) ma allora mi sembrava il gesto più romantico che un ragazzo potesse fare.

Poco a poco però lui mi fece terra bruciata intorno e io non so perchè glielo permisi: non uscivamo più, esistevamo solo noi due, niente uscite con gli amici perchè il massimo per lui era stare a casa a guardare la tv, neanche una pizzetta in giro perchè quella che faceva sua mamma era più buona, perfino bere il caffè al bar era diventato un grande evento. Lui veniva a prendermi sotto casa e poi finivamo a casa sua; lui faceva i suoi porci comodi e io dovevo aspettare che finisse: ore passate a guardare lui che giocava alla play station e se mi lamentavo e me ne andavo ero io l’insofferente perchè se lo amavo dovevo aspettare che finisse.

Non uscivamo, non avevamo rapporti sociali, le poche volte che passavamo una serata fuori se io mi divertivo voleva subito tornare a casa, vedevo dal suo sguardo che non voleva farmi socializzare con gli altri e mi faceva scenate su scenate se fumavo una sigaretta, se bevevo una birra perchè l’odore gli faceva schifo e poi “io mi fido di te anche da ubriaca ma non delle altre persone, perciò non bere”. Io ubbidivo scioccamente e le birrette le bevevo di nascosto con le due amiche che mi erano rimaste. Il sesso divenne ripetitivo, noioso: lui diceva che non gli piaceva leccarmi e perciò da un giorno all’altro smise di farlo, se io chiedevo spiegazioni cambiava argomento; in compenso io dovevo essere sempre pronta e se mi rifiutavo non lo amavo abbastanza e lo stavo mandando nelle mani di altre ragazze.

Lui incominciò inoltre a non curare la sua igiene intima e per me fare sesso divenne un trauma, sentivo la sua puzza e mi nauseava ma non so perchè cedevo sempre ai suoi ricatti, pensavo che fosse mio dovere soddisfarlo e più volte rischiai di vomitare per l’odore nauseabondo di piscio che emanava il suo pene. Ricordo che una sera d’estate giocò a calcetto con degli amici e non si fece la doccia per due giorni, io ero schifata e per la prima volta mi rifiutai, lui incominciò a dirmi che se lo amavo davvero doveva piacermi anche in quelle condizioni e io allora stringevo i denti e non respiravo mentre mi prendeva.

Pensandoci ora mi faccio un po’ tenerezza mista a schifo, non mi riconosco …non so darmi una spiegazione. Per lui io ero una nullità, non faceva altro che ripetermi che sì ero bella ma non intelligente come lui, che nella vita non avrei combinato nulla tanto valeva mollare l’università, che perdevo tempo a studiare ore e ore mentre lui dopo una semplice lettura ricordava tutto. Non potevamo intavolare un discorso o una discussione perchè lui con la sua dialettica riusciva sempre a rigirare la frittata e a farmi sentire inadeguata e stupida. Quando qualcuno mi faceva qualche domanda spesso rispondeva per me, io stavo dietro di lui: la mia testa aveva mille idee, pensieri ma dalla mia bocca non usciva nessun suono.

Mi tradì con una mia amica, una persona che io ospitavo dai miei perchè era stata sbattuta fuori di casa: rimasi sola a piangere per un mese mentre lui andava in giro a dire che io non ero brava a letto e si divertiva con la nuova ragazza (e improvvisamente esistevano anche pizze più buone di quelle della mamma), dopo un mese ritornò da me piangendo e la mia dipendenza da lui era così tanta che lo perdonai. Nel frattempo lui aveva trovato un lavoro stagionale in un altra città e mi chiese di andare a trovarlo… io presi mille autobus e feci perfino l’autostop per arrivare da lui, passammo la serata insieme in un campeggio ma arrivata l’ora di dormire disse che non poteva ospitarmi perchè era anche lui ospite e mi lasciò lì come una fessa dicendo che tanto era estate e potevo dormire in terra. Se ne andò e io rimasi da sola nel bel mezzo di un temporale estivo in una città in cui non conoscevo nessuno.

Neanche dopo quell’occasione ebbi la forza di liberarmi, restai con lui e per un certo periodo si mostrò nuovamente premuroso, mi riempiva di regali e mi coccolava… tutto ciò fece sparire dalla mia mente i brutti ricordi finchè un giorno dovevamo spostare un mobile pesantissimo… io ci provavo con tutte le mie forze ma non riuscivo, lui m’insultava e mi lanciò un oggetto in faccia ferendomi la guancia. Da lì è iniziata la mia riflessione, mi sono resa conto che quando stavo con lui avevo crisi respiratorie sempre più frequenti e che piano piano stavo arrivando a detestarlo. Gli dissi solo “Ti lascio“ e sparì per sempre senza nessuna spiegazione, perchè ancora non ero pronta. Già dire quella semplice frase per me era stato come scalare un monte, cambiai città, mi feci degli amici, ripresi in mano la mia vita… lui inizialmente piangeva, mi scriveva chiedendo incontri e chiarimenti, poi mi disse che per colpa mia gli era venuto un tumore (cosa non vera).

Smise di cercarmi improvvisamente e per me fu un sollievo, si fece una nuova vita e oggi con la nuova fidanzata si comporta in modo esemplare… L’ho odiato per molto tempo, oggi non più… ma la ferita non è ancora sanata… mi capita di sognare che voglia strozzarmi e allora mi sveglio tutta sudata, vado davanti allo specchio, mi guardo e sorrido… guardo il mio corpo e finalmente mi piaccio, guardo i miei occhi e finalmente sono fiera di quella che sono. Ora so cosa voglio e cosa non voglio, ora so che nessun uomo potrà mai farmi del male perchè ho finalmente trovato dentro di me gli strumenti per difendermi.

P.S Ho anche trovato un nuovo compagno al quale fa piacere leccarmi dalla mattina alla sera 🙂

Un saluto L.

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Guardarmi dentro, riconoscermi, accettarmi, crescere

a1d4dc8219853e288c23996c41d50948Lei ha voglia di dirmi queste cose. Ecco quel che scrive. Un abbraccio fortissimo a Leila e buona lettura a voi!

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Ti scrivo poiché sono molti mesi che leggo il tuo blog. A volte leggo e vorrei staccare gli occhi, vorrei smettere di leggere perché ho la sensazione fisica di panico, di conati allo stomaco. Leggo di autoritarismo, di persone la cui libertà personale è messa in pericolo da altre persone, leggo di autodeterminazione, di femministe autoritarie. Però mi costringo quasi, ad arrivare alla fine. Ho bisogno di leggere certe cose per portare avanti la mia autocritica personale. A volte leggo e mi rendo conto di riconoscermi nell’autoritario, nel persecutorio. A volte scoppio a piangere perché il punto è che non riesco a riconoscere queste componenti della mia personalità, non le voglio.

Ho 24 anni, tra qualche giorno mi laureo in una materia che adoro. Sono andata via di casa a 18 anni per entrare in una comunità terapeutica diurna. Potevo frequentare l’ultimo anno di scuola, potevo uscire, ma sarei stata seguita passo passo da due terapeuti. Avevo moltissime dipendenze, tic nervosi, ossessioni sul cibo, sul mio corpo, sulle altre persone. Io non voglio dire che la comunità da cui provengo non mi abbia aiutata, sono grata per quello che ho imparato. Ma appena ho potuto, ho interiorizzato per bene e per comodo la nozione di “malata”.

Ero malata e quindi ero giustificata ad andare male a scuola, ero malata e non potevo fare certe cose, alcuni posti erano troppo pericolosi per me. Avevamo gruppi terapeutici ogni giorno, due volte al giorno. Se ritenevo, potevo scegliere di non studiare, potevo avere reazioni emotive di qualsiasi tipo. Era tutto giustificabile, mi impegnavo per manipolare qualsiasi cosa e portare giustificazioni a qualsiasi dovere che non avessi voglia di affrontare. Non volevo andare a scuola? Non andavo, tanto stavo male. Non volevo uscire con dei ragazzi? Non ci uscivo, tanto stavo male. Gli unici “obblighi” erano fare vita sociale per reinserirsi nella comunità, mangiare e partecipare alle attività terapeutiche.

A volte penso che la psicoanalisi sia stata per me una specie di chiesa, che lo studio dello psicologo sia stato un confessionale e che qualsiasi cosa uno analizzi sia comprensibile solo attraverso l’applicazione forzata di un sistema limitato che pretende di fornire una spiegazione faziosa. Dopo 6 anni di analisi, sono arrivata ad odiare l’analisi. Odio il modo in cui potevo usarla per giustificare l’odio per mia mamma, lo scarso rispetto per l’autorità, il bisogno di conflitto. Dopo 3 anni di comunità ero stufa marcia. Volevo fare qualcos’altro, mi fidavo dei miei terapeuti ma alcune logiche mi “stonavano”: sentivo che certi argomenti avevano verità altre da quelle che riportavano loro.

Volevo smetterla di mangiare ad orari stabiliti da altri, di uscire solo con persone “della comunità” o approvate dalla comunità. Dissi che andavo in vacanza da un amico berlinese, in verità me ne andai a zonzo per Berlino una settimana intera, sola, silenziosa. Fu meraviglioso passare una settimana a non dover pensare a cosa significavano i miei sogni, a cosa erano dovute le mie pulsioni, perché provavo un piacere o un’antipatia per qualche luogo. Per un’intera settimana non soffrii di transfert, di nevrosi, di ossessioni. Per un’intera settimana fui libera dalla psicoanalisi, dai terapeuti, dalle attività in cui potevi essere arbitrariamente portata alla gogna (quello di portare pubblicamente l’attenzione su una persona durante l’attività terapeutica era uno strumento usato per non farti nascondere nulla, perché anche gli argomenti che non desideravi trattare venissero trattati, per evitare che tu nascondessi un sintomo e che ti tenessi il godimento malato della tua dipendenza. Tuttavia spesso erano gogne, gogne e basta).

Tornata da Berlino decisi che ero stufa: lasciai la comunità, mi iscrissi all’università e andai a vivere alla Casa dello Studente. Dimenticai di non portarmi appresso tutto il resto: ero una maniaca del controllo, dei pasti ad una certa ora, di un certo comportamento da tenere a tavola, di un certo codice etico di protezione nei confronti delle persone. Non pronunciavo e non volevo sentir pronunciare certe cose: non sentivo parlare di diete da tre anni, non sentivo parlare di sesso (se non in forma di bulimia sessuale, violenza sessuale, disfunzione sessuale, perversione sessuale) da tre anni. Mi resi conto di non essere come gli altri. Io avevo bisogni particolari: il più grande? Bè, il bisogno di avere bisogno di qualcosa.

Intrecciai una dipendenza affettiva logorante con un ragazzo fidanzato molto più grande di me. In comunità avevo imparato che portare una fantasia nel mondo reale era molto pericoloso e fu così: fu come far entrare uno spettro nella mia vita. Avevo la fantasia sessuale di essere dominata, di essere ferita, morsa e sculacciata. Fu tremendamente eccitante vivere il sesso così, qualche mese. Confusi la fantasia sessuale con la realtà dei fatti credo. Mi ritrovai ad avere attacchi di panico, a stare male, ad essere sempre arrabbiata con tutto il mondo. Nella mia testa, vedevo il mondo a rapporti di potere: avevo dato potere a lui, mi ero sottomessa, ero una debole: dovevo riscattarmi.

Divenni violenta, verbalmente e fisicamente, verso me stessa e verso gli altri. Non reggevo più, chiesi di tornare alla mia vecchia comunità. Lì mi dissero che lui era uno stronzo, che era un uomo adulto ed io una ragazzina di dieci anni più giovane, che mi aveva solo preso in giro. Iniziai a contattarlo, spesso, sempre più spesso. Lui doveva capire, lui doveva pentirsi di quello che aveva fatto, lui doveva chiedermi scusa. Passai due mesi a perseguitarlo.

Qui parli spesso di sex working, di diritti, di prostituzione consapevole. Sai chi è la vera puttana, in senso dispregiativo? Quella che vuol farsi pagare un bocchino con l’amore. Quella che pretende il pagamento in sentimento per una prestazione sessuale. Quella che non vede il sesso come un reciproco scambio fisico che porta piacere, ma un mezzo per procurarsi amore. Una merce comoda per ottenere considerazione, un sacrificio da fare in cui la martire DEVE, a tutti i costi, ricevere la sua paga d’amore dopo.

Lui doveva amarmi. Doveva pagare per il sesso. Mi sentivo un mostro dentro, un odio pulsante come un cancro, due dita di pece nello stomaco. Sentivo che era stato fatto un torto. A me era stato fatto un torto, io ero la vittima dopotutto, no?

Non so dire quanta fatica mi sia costata capire che non era così. Quando vidi allo specchio cosa stavo facendo mi venne il panico. Lasciai di nuovo la comunità, la psicoanalisi, quel gruppo di tutte donne malate, ex malate, in rinascita, a modo loro in lotta. Sono grata, mi hanno salvato la vita. Ma non so perché, su quello che stavo diventando sembravano non potermi aiutare, anzi stavano peggiorando le mie manie persecutorie.

Quel ragazzo tornò, dopo molti mesi: la sua fidanzata lo aveva lasciato, mi ritrovai ad affrontare anche il complesso dell’infermierina. Ad oggi so cosa stavo cercando di fare, il messaggio era molto chiaro: io ti curo perché tu abbia bisogno di me, ti scopo perché tu non possa fare a meno di vivere senza di me, faccio in modo che i tuoi bisogni siano sempre colmati, il tuo sesso mai frustrato. Avevo bisogno che lui avesse bisogno di me. Non c’era un minimo di amore in quello che stavo facendo. Solo desiderio di potere, potere sull’altro. Mi sono ritrovata a desiderare di essere sterile quando mi sono accorta di cosa stavo facendo: ho pensato a mia madre che è come me, ho desiderato non avere la possibilità di fare ad un essere umano quello che stavo facendo a quel ragazzo. Gli avevo messo un collare a strozzo, lo offendevo augurandogli il peggio se solo provava a staccarsi da me.

Non sto cercando di descrivermi come LA carnefice della storia: avevamo un rapporto malato, violento. È stata una guerra di potere, di sesso adrenalinico in cui ci scontravamo così forte da ritrovarci ad odiare il corpo dell’altro. Era parte del rapporto, era il motore del rapporto l’odio. Ma io posso solo parlare per me, per i miei errori. Io posso provare a cambiare solo me, quindi non darò giudizi su di lui.

Gli diedi un pugno, forte, in pieno petto. Ero un mostro. Sono ancora un mostro, ricordo ogni momento di quella scena. È passato un anno. Non bastano tutti i mi dispiace.

La sua colpa fu quella di aver preferito la sua fidanzata a me. Teneva in piedi il rapporto da tutte e due le parti. Facevo di tutto per compiacerlo, per portarlo a preferirmi a lei. Vivevano lontani, “mi scopava” e poi rispondeva al telefono dicendo di amarla. Eravamo in due a scopare, non era lui che “mi scopava”, c’ero anche io ed ero consenziente. Dire “mi scopava” è un togliermi responsabilità. Ci facevo sesso per convincerlo ad amarmi, lui faceva sesso con me per fare sesso con me. Avrei dovuto rompere la relazione, se volevo altro: aveva ragione.

Quella sera litigammo e mi urlò in faccia che amava lei, che dovevo accettarlo e che se non mi stava bene potevamo smettere di vederci. Gli tirai un pugno, fui un mostro. La maggior parte delle donne a cui ne ho parlato mi ha dato ragione, ma mi fido di te, so che se lo scrivo a te capirai perché non credo neppure ora di aver avuto ragione. Una mia amica mi fece anche i complimenti, scoppiai a piangere in maniera disperata, ebbi i conati di vomito.

Io vedevo chi ero e non mi piaceva. Avevo una belva dentro, che mangiava, urlava e si dibatteva credendosi immune a qualsiasi giudizio. L’argomento dell’amore, il brand amore è inattaccabile: ti amo, per questo che ti voglio sempre con me, ti amo, per questo che puoi scopare solo con me, ti amo, per questo devi stare con me, ti amo, per questo devi amarmi. E l’altro? L’altro dov’è in tutto questo mio bisogno di possedere? Pare che per amore si facciano un sacco di stronzate giustificabili dall’amore stesso. Mi sono odiata. Sapevo di essere una belva, la stessa belva umana che descrivevano essere gli uomini. Eppure io sono donna. Eppure sono un mostro. Lo sono stata, di certo. Lo sono ancora?

Questa non è una cosa che muore, questa bestia autoritaria, fascista, senza genere e senza amore, viva d’odio dall’inizio della mia vita. C’è sempre stata. Le cause sono in me.

Quando ho capito come dovevo combatterla non è diventato facile. Ho iniziato ad avere regole ferree sull’essere libera. Ho fatto quello che non avevo mai fatto in vita mia: ho iniziato a frustrarmi di proposito con tutti i no possibili e immaginabili e ad accettarli. Ho iniziato ad appoggiare altri punti di vista, ad avere impegni e doveri e orari prestabiliti. Ho iniziato a non raccontarmi balle per giustificarmi. Ho smesso di essere una malata, ho iniziato col prendermi le mie responsabilità. Ho iniziato con lo stare sola, per un po’. Mi rendo conto che la mia belva è viva quando ho i miei scoppi di rabbia ingiustificata: derivano tutti dal non avere potere. A volte mi sento persa, vedo come sono e non riesco a cambiarmi. A volte penso che non riuscirò mai a cambiare.

Lo penso quando quel ragazzo torna da me o quando lo cerco io: il rapporto è impostato in maniera violenta, in maniera dipendente, in maniera sbagliata. Litighiamo ogni volta, ci feriamo ogni volta. Una volta mi ha colpito anche lui, in un litigio successivo a quello del pugno, ma non importa. Non tengo più i punti di chi fa più male a chi, di chi è più vittima, di chi ha sofferto di più. Adesso sto piangendo ricordando i momenti belli, che ci sono stati. Eravamo su una scalinata e un’estranea di passaggio ci disse che eravamo bellissimi, c’era il sole, ridevamo ascoltando le lezioni di pianoforte, quella musica dolcissima che veniva dalle finestre di fronte.

Non so come sia possibile per due esseri umani essere così fottuti e così infelici, eppur vivere. Non so come mi trattiene in vita l’idea della fascista, della bestia autoritaria che sono. Io non sono una vittima. Io sono Leila e non so quanto posso cambiare, quanto posso progredire nel diventare finalmente umana, finalmente libera. Spenderò la mia vita per provarci, per diventare qualcosa che sarei fiera di descrivere ad un altro essere umano.

Quello che scrivi contribuisce a farmi vedere la realtà delle cose, mi stai aiutando nel combattere questa bestia. Il punto non è utilizzare un simulacro di sistema, come la psicoanalisi o la religione o il sintomo di una dipendenza, a cui aggrapparsi. Il punto è diventare anarchica, senza una divinità o una linea di pensiero che metta dei diktat alla mia vita. Il punto è arrivare a capire di non aver bisogno di avere bisogno di qualcosa che mi guidi, il punto è prendermi la responsabilità di vivere in autonomia di pensiero. Deve aver fatto male, la prima volta, uscita da mia madre, respirare da sola. Tutta quell’aria deve davvero avermi bruciato nei polmoni. Se brucia anche ora è buon segno: provo a respirare da me.

Grazie

Leila

P.S. Spero che si sia capito da quello che ho scritto, ma in caso lo ribadisco: non sono contro l’analisi o la religione, la prima è uno strumento di supporto psicologico che ammiro, stimo e rispetto e che sento di consigliare a chiunque abbia una dipendenza, un disagio, qualsiasi necessità di salute: la comunità in cui sono stata mi ha salvato la vita. La religione poi è una scelta personale. In quello che ho scritto condanno solo la strumentalizzazione che io ho attuato.

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Violenza relazionale e parassita emotivo

Ancora una storia, che parla di violenza relazionale. Buona lettura!

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Voglio raccontare anch’io la mia storia. Voglio raccontare di come sia difficile intraprendere una nuova relazione lottando contro le paure del passato. Sono stata insieme a un ragazzo che soffriva di depressione, una persona che si nascondeva dietro la malattia pur di non ammettere di avere un carattere sbagliato: geloso, possessivo, maschilista, soffocante, furbo e manipolatore. Per aiutarlo a uscire dalla sua malattia ho rinunciato alla mia vita, ho eliminato amici di sesso maschile, colleghi universitari, ho rinunciato a viaggiare e a studiare serenamente, ho litigato con la mia famiglia.

Ho iniziato a soffrire di attacchi di panico ogni qual volta litigavamo, mi ha fatto credere di essere sbagliata, malata a mia volta, troppo libertina e irrispettosa nei suoi confronti. Sono andata da una psicologa per qualche mese, ho finalmente aperto gli occhi, perché lui era malato ma solo quando si trattava di far leva sul mio senso di colpa. Per il resto, conduceva una vita sociale attiva togliendomi la mia.

Finalmente sono riuscita a liberarmi del parassita emotivo che era dopo una pesante aggressione verbale. Adesso ho conosciuto una persona meravigliosa, che mi ama per come sono, una persona buona che gioisce con me dei miei successi, dei progetti futuri, del fatto che io sia una persona di nuovo piena di amici e interessi. Lotta ogni giorno contro la mia ritrosia, la mia paura di affidarmi e fidarmi, conosce il mio passato e mi conquista ogni giorno dandomi tanto e non togliendomi nulla. Dalla mia passata esperienza ho imparato che i parassiti emotivi agiscono solo laddove noi glielo permettiamo, perché siamo troppo deboli o troppo innamorate per dire di no.

Oggi vedo il femminismo con occhi diversi e so che ognuna di noi lo interpreta in modo diverso, ma il mio si riassume in un solo elemento: il rispetto.

Antigone

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Cosa siamo io e mio figlio per i miei? Solo beni di consumo affettivo!

Foto di Dana Leigh (https://www.pinterest.com/pin/492792384199076632/)
Foto di Dana Leigh

 

Lei mi scrive una storia bellissima e terribile insieme. Buona lettura!

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Volevo condividere la mia esperienza con te, con voi, perchè mi piacerebbe esporre un problema legato non tanto alla maternità quanto alla concezione che ha la mia famiglia di me e di mio figlio, ovvero, mi pare di aver capito, meri beni di consumo affettivo.

Non so se qualcun* qui si riconoscerà nei problemi che cerco di sviscerare nella mia testa, o se possa interessare a qualcun*.

Sono nata nel 1990, e fin da subito è stato chiaro che per i miei (come più tardi mia sorella) non ero un essere indipendente con una sua unicità, da educare e spingere dolcemente verso l’autonomia; ma una loro appendice, una cosina carina con gli occhi azzurri su cui riversare tenerezza e affetto quando erano di buon umore, frustrazione e cattiveria quando al lavoro litigavano coi colleghi. Insomma, io e mia sorella siamo state messe al mondo con la stessa ottica con cui molta gente si compra un cane. Principessine dispotiche, le tipiche bambine che fanno inorridire le coppie childfree al ristorante, che urlano, spaccano, che si buttano a terra al grido di “lovogliolovogliolovoglio!!!!” per intenderci. Nessuna voglia di educarci, di essere un minimo severi, autorevoli, di farci da mangiare o lavarci i vestiti, loro al massimo compravano i giocattoli e i vestitini di pizzo. Il ruolo di educatrice lo relegavano a mia nonna, che infatti ancora adesso per me è la figura di riferimento più importante, quella con cui mi confido, quella che sogno quando sto male.

Il peggio è successo quando ho compiuto sei anni, ho smesso di essere una cosina carina e ho iniziato ad affrontare la scuola e la società, del tutto impreparata. Non sapevo andare in bicicletta, perchè non avevano voglia di insegnarmi, bevevo ancora dal biberon perchè a loro seccava fare le lavatrici e quindi no, non potevo imparare a bere dal bicchiere. Ero grassa perchè i sofficini si cucinano più in fretta dei cibi sani, perchè è meglio che la bambina stia davanti alla tv piuttosto che uscire come tutt* in bicicletta. In classe avevo una caterva di problemi, non riuscivo a stare seduta, ascoltare, prendevo solo brutti voti, dicevo le bugie.

I bambini, come sanno essere crudeli solo loro, mi odiavano e mi dicevano e facevano cose orribili. A casa non raccontavo nulla, perchè il messaggio che arrivava chiaro e tondo era “è tutta colpa tua, sei brutta, stupida e cattiva, noi siamo i genitori più bravi del mondo e tu ci ripaghi così!”. A 7 anni arrivai al punto, tanto ero ansiosa all’idea dell’ispezione quotidiana di mia mamma di materiale scolastico e voti vari; da nascondere libri e quaderni in giro per casa, sotto letti e divani, dicendo che li avevo dimenticati a scuola. Quando venivano ritrovati era terribile, mi mettevano in piedi su una sedia e davanti a mia madre e a mia nonna dovevo subire ulteriori insulti e vessazioni, come se quelle subite a scuola non fossero bastate. Mia madre mi svegliava tutte le mattine urlando “IN PIEDI, CRETINETTI!”, mi spazzolava i lunghi capelli ricci con un pettinino a denti stretti, strappandomeli a ciocche e facendomi urlare.

Quando non ne poteva più me lo picchiava sulla testa, finchè si stufò e mi rapò a zero, con grande gioia dei bulli. Percepivo il suo odio, il suo disprezzo, lei mi aveva comprato mille giocattoli e io non ero per niente la figlia che voleva. Dovevo essere la prima della classe, magra, bellissima. Un giorno mi disse che avrebbe preferito che io morissi piuttosto che avere una figlia così stupida, un altra volta mi mise a dieta ferrea di insalata e carotine appendendomi al muro un poster di Shakira e dicendomi che in capo a tre mesi avrei avuto un fisico così. Avevo nove anni.

Alle medie le cose peggiorarono tanto che ancora oggi non capisco come ho tenuto duro, fino a quando al liceo tutto cambiò. Mia sorella era cresciuta, e mia madre abbandonò me, la causa persa, per plasmare lei, la sua figlia perfetta. Brava a scuola, a danza, amica di tutti. Era la seconda chance di mia madre. Io potevo anche crepare, tanto che a 14 anni avevo la libertà di un 20enne, stavo via di casa per settimane, giravo tutta la regione da sola, vagabondando su treni e autobus, a casa di questo o quel ragazzo conosciuto in chat. Lei mi metteva in mano 20 euro e io partivo, zainetto in spalla. Se oggi ci ripenso, capisco di aver avuto una fortuna sfacciata a non essere mai finita in mano a qualche pezzo di merda depravato. A sedici anni conobbi un coetaneo con una famiglia più incasinata della mia, ci attaccammo l’uno all’altra come due sanguisughe, in un bisogno d’AMORE disperato. Rimanemmo insieme sei anni, contro tutto e tutti, illudendoci di aver trovato l’anima gemella. I miei lo adoravano, perchè era bellissimo, bonaccione e andava bene a scuola, ma specialmente perchè non partivo più raminga per il mondo e loro non dovevano vergognarsi a spiegare agli amici perchè diavolo non fossi mai a scuola.

Finii il liceo con un ottimo voto, i miei prof mi fecero i complimenti e mi consigliarono caldamente di continuare a studiare le materie in cui eccellevo, per diventare giornalista o avvocato visto che avevo una parlantina formidabile. Ma non andò così, perchè adesso era arrivato il momento per me di seguire il cammino che mia mamma sognava per se stessa. Dovevo rimanere al paese, studiare infermieristica, trovare un lavoro all’ospedale a 5 minuti da casa, sposare il mio fidanzato e fare dei figli, così lei avrebbe potuto fagocitarli e fare la super nonna. Arrivò a farsi dare da un’amica una culla, “non si sa mai” mi disse facendomi l’occhiolino. Io avrei voluto dirle che non volevo questo, odiavo quel paesino sperduto e odiavo l’idea di infilare catateri per tutta la vita. Volevo vedere il mondo, lavorare all’estero, lasciare quel ragazzo senza spessore che sapeva solo fumare 20 canne al giorno. Ma non volevo deluderla ancora, così restai lì e feci quel corso che odiavo, vicino a persone noiose, a 19 anni ero sola triste e depressa.

Mi violentavo psicologicamente convincendomi che io ero matura, coi piedi per terra, che la mia amica che faceva scienze politiche a Bologna era una fallita, una povera illusa. Invece ero io che ero una codarda succube di questo ricatto psicologico, questo senso di colpa lancinante per non essere perfetta. In capo a tre anni ero fuori corso, per l’ennesima volta ero lo schifo totale, la delusione della famiglia che proprio non si capacitava di tanta sfortuna ad avere una figlia come me. Li sentivo parlare da dietro le porte “non è colpa tua, amore, i figli vengono come vengono” “almeno c’è P., almeno lui che se la tiene, ma presto la lascia, eh, non può mica stare con una cicciona così, lui che è così bello….” e via così.

A 22 anni ero in depressione nera, stavo tutto il giorno stesa a letto con le serrande abbassate, per non vedere le facce disperate dei miei genitori. Mia madre stava iniziando a parlare di psicolgo, quando qualcosa in me si è come svegliato. Ho fatto le valigie, e sono andata a trovare un amico, Mike, che era reduce da una esaurimento nervoso e che, pensavo, mi avrebbe capita, visto che io c’ero vicinissima. Mi ha fatto capire che non ero io che dovevo curarmi, ma dovevo solo tirare fuori la grinta e iniziare a vivere, finalmente. Ci innamorammo, insieme andammo a vivere a Bologna, io mi iscrissi a una facoltà che mi piaceva e subito dopo restai incinta.

Quando Mike ed io andammo dai miei loro si comportarono da copione. Dovevo assolutamente abortire, non avevamo un lavoro, Mike per loro non era nessuno, anzi era una merda perchè mi aveva messo in testa l’idea di abbandonare infermieristica, ed io ero una mentecatta a cui non avrebbero affidato una pianta, figurarsi un bambino. Non avrei mai saputo fare la madre, al primo pianto lo avrei abbandonato, sarei stata pessima come per tutto. Per la prima volta ebbi la forza di impuntarmi, dissi che avrei tenuto il bambino. Mike era d’accordo, anche se eravamo spaventatissimi per la situazione economica. Loro allora dissero che, ormai io ero una causa persa ma il bambino non aveva colpa e non dovevo far nascere un infelice. Almeno c’erano lì loro, i martiri pronti ad aiutarmi e a tenersi me e mio figlio a carico, perchè ovviamente Mike mi avrebbe abbandonata appena si fosse reso conto di cosa significhi avere un figlio. Mike si incazzò tanto. Non disse niente, ma se andò, lasciandomi lì al paese con loro, che a breve iniziarono a progettare di che colore fare la cameretta per la bambina (perchè sicuramente sarebbe stata femmina), si misero a proporre nomi e a trattarmi definitivamente come una pazza, con tanto di tono imbonitorio.

In breve divenne chiaro per loro che nella mia pancia c’era la “loro” bambina, che dovevano salvare da una fattrice squilibrata come me. Mia madre inziò a raccattare ovunque vestitini da femmina, a fare progetti e a dare ordini sull’allattamento al seno, a raccontarmi storie horror sul parto etc etc. Io stavo iniziando seriamente a ripensarci. Avrei permesso che mia figlia crescesse in una situazione del genere, con una madre debole, senza lavoro, completamente alla mercè dei miei, che l’avrebbero resa un’altra bambola usa e getta? No, non potevo farglielo…. Mike mi diceva di fare ciò che mi sentivo dentro, che lui avrebbe capito qualsiasi decisione avessi preso, ma che in nessun caso dovevo scegliere per paura dei miei.

Alla fine tenni il bambino, che era una maschietto, continuai a studiare per diventare educatrice e Mike si trovò un buon lavoro in un altra città, dopo una gavetta bestiale in cui lavorava sedici ore al giorno per sei mesi. Ci prendemmo un appartamento vicino al lavoro di Mike, lui era stanco morto, io ero spaventatissima e piena di paranoie ma andavamo avanti con tanta forza d’animo e tanta voglia di riscatto.

La mia famiglia la prese malissimo. Mia madre me ne disse di ogni, che ero cattiva a portarle via il nipotino ancora prima che nascesse, che lei voleva stare in sala parto con me perchè sicuramente avrei perso la testa per il dolore, che dovevo telefonarle tre volte al giorno e che non sarei mai riuscita a fare la madre senza di lei ad aiutarmi, che io e Mike avremmo rotto in capo a un mese. Mi disse che si stavano separando per quanta ansia avevano, che mio padre stava impazzendo. Che questa idea balzana di andarmene con il loro unico nipote era il più grande dispetto potessi farle. Ma invece gliene feci uno molto peggiore.

Sono diventata una madre normale, anzi una brava madre, a detta di tutti, a cominciare dal primo istante in cui l’ho visto. Ci sono piombate addosso responsabilità enormi, e abbiamo retto il colpo egregiamente. Prendersi cura di lui è stato difficile, lo è tutt’ora, ma è meraviglioso. Io e Mike ci amiamo tanto, ci sosteniamo, lui lavora come un asino e io bado al bimbo e alla casa, studio e faccio qualche ora insegnando italiano in un corso per stranieri, con il bimbo in braccio spiego le vocali e le consonanti. Da un mese abbiamo anche un cane.

Mio figlio adesso ha un anno, è la gioia della nostra vita, per quanto dura. Adoro vederlo crescere, osservare la sua unicità, la sua personalità primitiva in continua evoluzione. Vorrei vederlo sempre felice, giocare con lui tutto il giorno, che restasse sempre il pupetto biondo con le guance rosse che è adesso. Però so per esperienza che non è questa la via, che lui deve diventare una persona adulta ed equilibrata e che è compito nostro far si che lo diventi. Perciò lo sgrido quando fa qualcosa che non va bene. Un bel “No” secco e se piange poi smette, lo lascio camminare da solo per la casa senza dargli sempre la manina da quando ha 10 mesi. Se cade, lo rialzo e lo consolo, ma non faccio le cose che può fare in autonomia al posto suo. I miei vengono una volta alla settimana a vedere il nipotino e si stupiscono di quanto sia solare, buono e sveglio. “Quanta fortuna che hai” dicono “tu eri una iena”…

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Quelle tre bulle che mi hanno spinto a tentare il suicidio

Avevo 12 anni, frequentavo la scuola media, ed ero vittima di bullismo. Mi avevano preso di mira tre ragazze che non facevano altro che sfottermi e dirmi cattiverie. Avevano diffuso false voci sul mio conto, perché il loro modo di ferirmi, più che fisico, era psicologico. Pettegolezzi, e altri compagni, anche maschi, che si univano a quel coro. Entravo a scuola intimidito e me ne andavo triste e con una gran voglia di piangere. A casa avevo una situazione tranquilla. Mio padre taciturno e mia madre che non faceva altro che dirmi che dovevo avere rispetto delle donne. Poi c’era mia sorella, la mia unica amica, alla quale raccontavo tutto, ma in quel momento era già all’università e non potevo parlarle di quello che mi stava succedendo.

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Sono stato stuprat@, e me ne vergogno…

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Eccovi una storia di violenza. Uno stupro, una costrizione, una pressione psicologica, un abuso dei desideri. A raccontare è l*i. Buona lettura!

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E’ successo parecchi anni fa, ero più giovane e allegro e non pensavo assolutamente che potesse succedere a me.
Stavo uscendo da una fase pessima della mia vita, ne stavo uscendo da solo e senza nessun aiuto.
Stavo cercando di fare nuove amicizie, quelle precedenti mi avevano fatto solo del male, usandomi quando era conveniente,
del resto prendendosela spesso e volentieri con me per il mio “essere strano” e “diverso”.

Ovvero in una fase di profonda depressione, di cui allora avevo solo una vaga idea, come caratteristiche e sviluppo.
Ne ero emerso dopo forse i 3 anni peggiori della mia vita.
Il mondo mi sembrava un posto migliore, vedevo di nuovo i colori farsi più intensi e vivaci, stavo conoscendo qualche persona interessante.
La mia famiglia, però, rimaneva un problema. La mia famiglia non è mai stata una famiglia, fin da quando io ne abbia memoria,
tranne, che so, in 1 giorno su 100; 3 virgola qualcosa giornate l’anno.
Avevo iniziato a conoscere una ragazza, un po’ lontana ma sembrava valerne la pena. Ero innamorato perso. Lei anche, o così sembrava.. iniziò a raccontarmi di problemi coi suoi, problemi con altri, situazione familiare pessima (peggio della mia, e di parecchio). Stava male anche lei, però sembrava volesse vedermi comunque.

Quell’estate, dovevamo vederci; una mia nuova amica (con quasi 18 anni d’età più di me) si era offerta di ospitarmi, qualora ne avessi avuto bisogno.
Quell’estate, le cose coi miei andarono ulteriormente peggio. Io cercavo di attaccarmi alle nuove cose buone, loro cercavano di “normalizzarmi” e uniformarmi, come sempre, ai LORO standard-aspettative-valori-comandi (in quanto genitori, padroni di casa, datori di denaro, in pratica pensavano – e pensano ancora, anche se meno – di “possedermi” e aver ogni diritto di decidere per me, di impormi decisioni, di orientare e fare pressioni su ogni parte della mia vita).

Non c’entra direttamente, ma contestualizzo.
Decisi di andare dalla mia amica, felicemente ospitante (erano almeno 6-7 mesi che mi ripeteva l’invito), staccare dai miei e poter finalmente conoscere quella ragazza, C.
Pareva tutto a posto, più o meno.
Feci lo zaino e sparii senza dir niente, lasciai solo un biglietto sotto la porta con scritto “vado via per un po’, poi torno” e nient’altro.
Mi sentivo molto drammatico, eroico, avventuroso e innamorato. Poi, la mia amica (che avevo già visto un’altra volta volta, mesi prima, per pochi giorni) era molto affettuosa e protettiva, con me.

Arrivai da lei, chiamai C.
Iniziarono i drammi. C. era gelosa perché stavo da un’amica, non importa se molto più grande. C. aveva dei casini. C. iniziò a darmi addosso e ad essere gelosa (non so perché, lo scoprii poi) in senso retroattivo, addirittura della mia ex dell’anno prima.
Le cose peggiorarono giorno dopo giorno, stavo sempre peggio e anche la mia amica sembrava più fredda, scocciata e distante.
Alla fine C. smise di rispondermi, dopo avermi urlato contro (per motivi che scoprii, anch’essi, dopo mesi, e che non dipendevano da me, se non altro).
Tutto ciò durò 3 settimane, forse 4.

Io ero tornato a stare male, in quegli stati che, scoprirò in seguito, si chiamano derealizzazione e depersonalizzazione. In pratica, oltre ai sintomi depressivi standard, ti senti vuoto e incolore, incapace di agire e modificare il mondo, ti osservi da fuori come vedendo un film, ti senti e sei una macchina inabile, inetta, che svolge ogni cosa, anche la più basilare, con immensa fatica.
Non hai un motivo per muoverti o per alzarti. Ogni cosa è infinitamente faticosa, il più piccolo ostacolo, la più piccola contrarietà o frase sbagliata sono dilanianti, non fanno che rinchiuderti ancora e ancora di più nel tuo guscio di vuoto e sofferenza, di cui non parli perché non sai cosa dire, non sai come comunicare o spiegarti, sai che rideranno o diranno che sono solo cose passeggere, stai esagerando, fai del vittimismo, non è che un alibi, sei tu non vuoi far nulla, la colpa è tua.

La parola colpa, COLPA, in particolare, si ingigantisce e si estende oltre i limiti del verosimile, diventa una cosa gigantesca e abnorme, occupa ogni tuo spazio vitale.
Tu (io) vorresti solo sparire, non dare fastidio, morire o, volendo, sprofondare in totale solitudine da qualche parte, in qualche spazio vuoto irraggiungibile da tutto e tutti.
Smisi di sentire C, dopo ulteriori litigi e insulti (io smisi di cercarla, e lei sparì, per poi rifarsi viva mesi dopo).
La mia amica, una sera d’estate, mi preparò qualcosa da bere (non ricordo se acqua limonata o succo di frutta, poco importa: io non lo volevo ma lei si offese e io accettai).

Dopo, venne a letto con me. Mi disse cose, mi propose cose, mi disse di dirle di sì, iniziò a svestirmi. Era notte, io mi sentivo totalmente estraneo a tutto ciò. Lasciai fare, sì, e mi vergogno di questo. Ma non mi sentivo in grado di pensare-reagire, era un film anche questo, ero totalmente estraneo a ciò, vedevo ogni cosa offuscata, non percepivo sensazioni tattili, né senso del gusto, né sentivo di avere una bocca o una lingua o degli occhi, o un corpo senziente.
Mi svegliai verso mezzogiorno passato/l’1 (eravamo forse andati a letto – in origine per dormire – verso le 23,30 o poco dopo).
Non capivo esattamente cosa fosse successo, finché la sera lei non me ne parlò.

Incominciai a sentirmi ancora più male; a volte finsi di dormire, altre volte lei fece di tutto (e intendo anche sessualmente) per farmi “svegliare” e poter avere un qualche tipo di rapporto.
Non so dove e come trovai le forze, ma dopo una settimana\10 giorni da quella prima notte, riuscii a dire che dovevo tornare a casa\era successo qualcosa\una qualsiasi scusa, feci di nuovo i bagagli e riuscii ad uscire da lì.
Tornato a casa, non la rividi mai più, ovviamente.
Ma impiegai mesi\anni, prima di riuscire a capire esattamente come e cosa fosse accaduto, e che io non avevo voluto nulla di ciò, che quello era stato approfittarsene, da parte sua (consapevolissima del mio stato) e che in realtà, io non ero colpevole di quello.

Ci misi anni anche prima di cancellarla dalle amicizie, dalle chiamate, dalle “persone amiche”, dai punti di riferimento (quale lei era prima).
Ne parlai a una persona amica, mesi dopo (o forse un anno dopo o simili); tale persona disse che era stato soltanto sesso, che io esageravo, e che i maschi non subiscono stupri, casomai li fanno.
(C. si rifece viva ma le cose erano andate, i dissidi e litigi tira e molla continuarono ancora per tantissimo tempo, ma non volle mai vedermi.)
Anche con la seconda amica, in seguito, le cose s’incrinarono fino a spezzarsi; non accettava il nuov* me, il come ero-mi sentivo-pensavo, sminuendomi e “lasciandomi perdere”, poiché ormai non rientravo dei suoi standard di pensiero “normale”.

Sono passati molti anni da allora, ma ho tutte le cose impresse in mente, e man mano che le ri-analizzo, non migliorano mai, ma trovo sempre nuovi, piccoli tasselli di significato che vanno a posto.
Tutt’ora il comunicare qualcosa di tutto questo mi fa provare tantissima rabbia, vergogna, disgusto e disprezzo: verso di lei\loro, e verso me stess*. E anche colpa, sì.

Chi vi scrive è una persona che si è scopert* bisex e bigender, nel tempo. All’epoca non sapevo nemmeno esistesse la seconda parola, in compenso conoscevo benissimo un sacco di insulti più o meno velati, a tema omofobo.

A.

 

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La solitudine delle donne ai tempi del femminismo moralista (lapidata sul web, suicida, per un video porno)

xcolpaUna giovane ragazza, Alyssa Funke, gira un porno, qualcun@ lo scopre e lei diventa vittima di un cyberbullismo perfido al punto che alla fine si suicida. Aveva provato a dissimulare, a rispondere agli insulti e all’aggressione virtuale in un modo spiritoso ma alla fine era caduta in depressione e non ce l’ha più fatta. Non è un fatto nuovo, quello di essere vittima di insulti sul web o in generale, per via dello stigma che ti resta impresso. Pensate agli insulti ricavati solo pubblicando una foto in bikini, come è successo qui in Italia di recente, e immaginate il resto.

Succede anche se tu, che sei una ragazza, hai condiviso una fotografia in posa sexy con qualcuno e poi te la ritrovi pubblicata online con tanto di nome stampato sulla faccia. Può renderti questo pessimo servizio un ragazzo, un uomo, anche se spesso, come si legge dalle cronache, è l’amica, la rivale, la bulla di un gruppo XY, che innesca il meccanismo di dileggio per avere la meglio su quella che vuole vittima di linciaggio collettivo.

Un tempo le femministe difendevano le ragazze che si trovavano in questa situazione, perché era chiaro a tutte che ciò che bisognava sconfiggere era una cultura bacchettona, terribile, che induceva indignazione alla vista di un po’ di pelle nuda o rivendicava il diritto di punire, finanche con la lapidazione pubblica, quella che veniva considerata come una sorta di offesa alla pubblica morale. Poi arrivarono quelle che teorizzano che il corpo delle donne non apparterrebbe alle donne, assieme alle antiporno, a quelle che non sanno un tubo di comunicazione e nuove tecnologie e quindi sono lì a demonizzare ogni ragazza e donna che in piena epoca del culto dell’immagine, dal quale nessun@ sfugge, fa un selfie e lo piazza su facebook, arrivarono quelle che pensano che il punto chiave per prevenire la violenza resti, esattamente come dicono i maschilisti, la scelta di scoprirsi. Se tu ti scopri esasperi maschilismo ed esorti sessismo. Dunque bisogna tornare morigerate, considerare il corpo delle donne come di proprietà di moraliste che ti dicono quando, come e dove puoi scoprire il culo, e di paternalisti che non aspettavano altro che questo per poter apporre un timbro proprietario, a sorveglianza della nostra salute carnale, legittimati dalle femministe moraliste.

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