A volte penso che non la vinceremo mai.
A volte, mattina presto o sera tardi, sono lì, che fumo una sigaretta, e mi dico che dovrei smettere e, mentre mi dico che dovrei smettere, mi rendo conto che certi avvenimenti ti rimangono addosso, tipo coperta di lana invisibile, di quelle che ti ha fatto tua nonna e che, per quanto brutta, non riusciresti mai a buttare via.
Sulle spalle, sempre: mentre bevi il caffè, mentre leggi, lavori, scrivi, ti ubriachi, fai l’amore, ami, odi.
Sempre.
Di me, dei miei coetanei, ho negli anni iniziato a pensare che siamo una generazione a metà, incompleta.
Abbiamo visto cambiare il mondo in modo repentino, e lo abbiamo visto cambiare mentre crescevamo.
E ho pensato che solo per la nostra è stato così, perché quelle prima, dal dopo guerra in poi, hanno sì vissuto dei mutamenti, ma più blandi, più lenti.
Il mondo di vent’anni fa invece, non è che è diverso da quello di oggi, è che è proprio non esiste più.
Solo che vent’anni fa è l’altro ieri.
Basti pensare alla tecnologia: da piccolo per chiamare mia madre facevo la fila alla cabina telefonica, che ancora portava sopra la scritta SIP, e oggi, invece, mi basta scriverle un messaggio su whatsapp.
Siamo stati piccoli in un mondo in cui gli spazi esistevano, e ci siamo ritrovati giovani adulti in un mondo in cui gli spazi non esistono più. Oggi puoi contattare persone che sono in Malesia, e che ti mancano come l’aria, in tempo reale e non hai nemmeno bisogno di attendere una cartolina, ché basta che ti mandino una foto in chat su facebook. Le hai a miglia di distanza, ma è come averle accanto, con buona pace delle distanze e degli spazi.
Siamo stati piccoli in un mondo lento, e ci ritroviamo adulti in un mondo che va velocissimo, in cui tutto accade in simultanea, dove non c’è tempo per pensare, dove se ti fermi un attimo a valutare un contratto da stagista ti dicono che sei choosy.
Siamo stati piccoli quando esistevano ancora degli schieramenti politici chiari, e i politici alla televisione, le poche volte che non facevamo casino e ascoltavamo, dicevano cose precise, definite. Ci siamo ritrovati adolescenti, e poi giovani adulti in un mondo in cui esiste un solo pensiero, quello unico, e tutti inseguono la moderazione.
E tu, che ti ricordi di quelle idee definite e schierate, ti ritrovi lì a non capirci poi molto.
Dico che siamo una generazione a metà perché siamo cresciuti a cavallo della fine di due epoche.
Abbiamo la sfiga d’essere nati alla fine del Secolo Breve, e quindi d’avere subito tutto quel rigurgito postmoderno dei contenuti e dei significati, che sta trovando l’apice in questa seconda decade del 2015.
Abbiamo subito questo rigurgito mentre crescevamo, e quindi siamo sostanzialmente diventati grandi senza sapere bene che cazzo pensare, da quale parte stare, che posto prendere.
Non eravamo persone già fatte, persone già complete. Ci siamo completati mentre intorno distruggevano i punti di riferimento, le posizioni, gli schieramenti e questa cosa, volenti o nolenti, l’abbiamo assimilata, ci è entrata sotto pelle. E ci siamo ritrovati a 16 anni, fermi su un marciapiede, in un paio di converse, a non sapere bene cosa pensare di quello che si osservava.
E, in tutto questo non capirci nulla, un giorno di settembre scopri che hanno ammazzato un ragazzo come te, un ragazzo poco più grande di te.
E allora qualcosa inizi a capirla, a pensarla, a ragionarla.
Ti dici che potresti essere il prossimo, ché non sei molto diverso da quel ragazzo, ché non torni a casa ad orari troppo diversi dai suoi.
E inizi a mettere insieme dei pezzi di puzzle, stralci di discorsi sentiti quand’eri bimbo e giocavi in salotto mentre i grandi parlavano.
E ti guardi allo specchio e realizzi che hai una parte ben precisa in cui schierarti, e pensi che sia inevitabile. Per non morire, o per morire un po’ meno.
Io non ho ancora capito se sia stato l’inizio del tutto o l’inizio della fine.
Però so che mi hai fatto prendere posizione. So che mi hai fatto capire quel ognuno di noi deve dare qualcosa, per fare in modo che alcuni di noi non siano costretti a dare tutto, che era stato scritto per un altro ragazzo, ragazzo come noi, morto che io ero troppo piccolo per capire tutto bene.
Quand’è toccato a te io ero in grado di comprendere.
E piansi.
E, per quanto mi reputi una persona buona e tollerante, certe cose non riesco a dimenticarle.
Certe cose non riesco a perdonarle.
E tra poco è settembre e settembre è un mese di merda.
Il mese dei manganelli spezzati sulla schiena d’un ragazzo.
E non stringo il pugno.
Ti guardo in viso, e vedo me, morto, al posto tuo.
E finisco le parole, non so cosa dire.
Vorrei
Vorrei
Vorrei.
Cose che nemmeno in una vita riusciremo a realizzare.
Ma tanto vale provarci.
Per morire un po’ meno, che è come non morire mai.