Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze, Violenza

La Polizia fa spogliare le donne che indossano il #burkini

Questa è la donna che è stata multata e costretta a togliere la maglia a Nizza.
Questa è la donna che è stata multata e costretta a togliere la maglia a Nizza.

 

Ripubblico questo pezzo da DinamoPress. Vale la pena leggerlo.

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Cosa può un costume: di burkini, bikini e corpi degli altri

di Natascia Grbic
In alcune spiagge della Francia è stato vietato dai sindaci l’uso del burkini, il costume da spiaggia intero che viene indossato dalle donne musulmane. Manuel Valls plaude a questa scelta, in continuità con la politica di attacco alla comunità islamica che il suo governo sta perseguendo.

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Antiautoritarismo, Personale/Politico, R-Esistenze, Violenza

Genova, i film, la Diaz: paure, rimozioni e amnesie!

Da un post di qualche anno fa, con link e fonti che possono essere utili a chi non sa molto della vicenda. Buona lettura!

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Genova 2001. La fatica. Il cortocircuito. La conferma di tante consapevolezze. La messa a fuoco. Il quadro d’insieme. Tutto chiaro.

L’abbiamo vissuta, ciascuno dal proprio punto di vista, piccoli frammenti che insieme hanno creato memoria. Confusione, talvolta, quando l’immagine che vedevi in video o in una foto si sovrapponeva ad un ricordo. La rimozione di un trauma. Un trauma collettivo. Lo stress successivo che coinvolgeva corpo e mente.

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Antiautoritarismo, Antifascismo, Personale/Politico, R-Esistenze

Io a Genova c’ero e non c’ho capito un cazzo

Da un post di qualche anno fa, con link e fonti che possono essere utili a chi non sa molto della vicenda. Buona lettura!

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Io a Genova c’ero e non c’ho capito un cazzo. Ricordo tante cose. Il venerdì, il sabato, la notte della Diaz, le barelle che uscivano una ad una nella notte della “Macelleria messicana”. Passavo il tempo attonita a correre e scappare per sfuggire alle botte, ai lacrimogeni, per cercare qualcosa da mangiare, per curare le ustioni, per cercare gli amici che non sapevo quale fine avessero fatto, per raccogliere le cose di tutte le persone portate a Bolzaneto tra sangue e devastazione. C’era un sacco di gente che parlava altre lingue ma la tristezza e la paura negli occhi era la stessa.

Ho passato tanto tempo a tentare di darmi risposte, a cercare di capire di chi minchia era quella voce che urlava “avanti avanti avanti, indietro indietro indietro” a noi che stavamo in mezzo ad un casino tremendo e andavamo avanti avanti e indietro indietro come marionette. Fino a che l’andirivieni non diventò uno scontro e poi una fuga per trovare spazi liberi, corridoi nascosti in una città che diocane era tutta in salita. Giorni passati così a immaginare
di tutto di più perché il passaparola era l’unica cosa a rappresentare una certezza.

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Antiautoritarismo, Antifascismo, Antirazzismo, Comunicazione, R-Esistenze, Violenza

#BlackLivesMatter: le vite dei “neri” contano anche qui, in Italia

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Tento di riordinare le idee su quello che si dice in questi giorni, tra media e social network. Quando uno straniero commette un atto violento la colpa è di tutti gli stranieri. Quando un fascista ammazza un uomo sfuggito alla guerra in Nigeria è solo un povero pazzo. Quando la polizia ammazza, negli Stati Uniti, la gente nera, sono solo mele marce. Quando un ex militare, nero, addestrato per fare il cecchino in afghanistan, ammazza cinque poliziotti allora lo si definisce black panter da chi non sa cos’è un black panter e in quale periodo storico è esistito quel fantastico movimento.

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, R-Esistenze, Violenza

Volete la verità sui processi per traffico di esseri umani a New York? Chiedete a un* sex worker

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Articolo in lingua inglese QUI. Traduzione di Antonella. Buona lettura!

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Volete la verità sui processi per traffico di esseri umani a New York? Chiedete a un* sex worker

Di Mike Ludwig, Truthout (truth-out.org)

Il modello processuale per la prostituzione nello stato di New York che tratta gli imputati come “vittime del traffico di esseri umani” bisognosi dei servizi sociali sta prendendo piede, ma i/le sex workers asseriscono che la narrativa sul traffico di esseri umani si basa su una visione limitata e inattendibile del commercio del sesso che invece dovrebbe essere depenalizzata completamente.

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Antiautoritarismo, Antifascismo, Antisessismo, Autodeterminazione, Critica femminista, La posta di Eretica, R-Esistenze, Violenza

#Diritti #Aborto: la nostra lotta non è gentile!

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Quando si parla d’aborto si immagina sempre di dover essere molto obbedienti, rispondendo alla violenza dei contenuti antiabortisti con la pacatezza delle donne che – ferite – temono di sfidare l’autorità invece che esprimere la rabbia che hanno in corpo. Ma non è tutto qui. Ci sono compagne che per aver occupato farmacie che non vendevano la pillola del giorno dopo o per aver pisciato davanti a obiettori di coscienza che vendono servizi sanitari si beccano la presa di distanza di chi va a manifestare in fila per due. Ci sono compagne che per aver lasciato una bella scritta sui muri sono guardate con la puzza sotto il naso da chi vorrebbe fare battaglie pro/choice senza sfidare proprio nessuna autorità (patriarcale). Sono le compagne con la puzza sotto il naso, quelle che pensano sia incisiva una mediazione con chi ti fa schiava, ritengono sufficiente una quieta dimostrazione indignata.

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Antiautoritarismo, R-Esistenze

Mitologia d’una presa di posizione

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di Inchiostro

A volte penso che non la vinceremo mai.

A volte, mattina presto o sera tardi, sono lì, che fumo una sigaretta, e mi dico che dovrei smettere e, mentre mi dico che dovrei smettere, mi rendo conto che certi avvenimenti ti rimangono addosso, tipo coperta di lana invisibile, di quelle che ti ha fatto tua nonna e che, per quanto brutta, non riusciresti mai a buttare via.
Sulle spalle, sempre: mentre bevi il caffè, mentre leggi, lavori, scrivi, ti ubriachi, fai l’amore, ami, odi.
Sempre.

Di me, dei miei coetanei, ho negli anni iniziato a pensare che siamo una generazione a metà, incompleta.
Abbiamo visto cambiare il mondo in modo repentino, e lo abbiamo visto cambiare mentre crescevamo.
E ho pensato che solo per la nostra è stato così, perché quelle prima, dal dopo guerra in poi, hanno sì vissuto dei mutamenti, ma più blandi, più lenti.
Il mondo di vent’anni fa invece, non è che è diverso da quello di oggi, è che è proprio non esiste più.
Solo che vent’anni fa è l’altro ieri.
Basti pensare alla tecnologia: da piccolo per chiamare mia madre facevo la fila alla cabina telefonica, che ancora portava sopra la scritta SIP, e oggi, invece, mi basta scriverle un messaggio su whatsapp.
Siamo stati piccoli in un mondo in cui gli spazi esistevano, e ci siamo ritrovati giovani adulti in un mondo in cui gli spazi non esistono più. Oggi puoi contattare persone che sono in Malesia, e che ti mancano come l’aria, in tempo reale e non hai nemmeno bisogno di attendere una cartolina, ché basta che ti mandino una foto in chat su facebook. Le hai a miglia di distanza, ma è come averle accanto, con buona pace delle distanze e degli spazi.
Siamo stati piccoli in un mondo lento, e ci ritroviamo adulti in un mondo che va velocissimo, in cui tutto accade in simultanea, dove non c’è tempo per pensare, dove se ti fermi un attimo a valutare un contratto da stagista ti dicono che sei choosy.
Siamo stati piccoli quando esistevano ancora degli schieramenti politici chiari, e i politici alla televisione, le poche volte che non facevamo casino e ascoltavamo, dicevano cose precise, definite. Ci siamo ritrovati adolescenti, e poi giovani adulti in un mondo in cui esiste un solo pensiero, quello unico, e tutti inseguono la moderazione.
E tu, che ti ricordi di quelle idee definite e schierate, ti ritrovi lì a non capirci poi molto.

Dico che siamo una generazione a metà perché siamo cresciuti a cavallo della fine di due epoche.
Abbiamo la sfiga d’essere nati alla fine del Secolo Breve, e quindi d’avere subito tutto quel rigurgito postmoderno dei contenuti e dei significati, che sta trovando l’apice in questa seconda decade del 2015.
Abbiamo subito questo rigurgito mentre crescevamo, e quindi siamo sostanzialmente diventati grandi senza sapere bene che cazzo pensare, da quale parte stare, che posto prendere.
Non eravamo persone già fatte, persone già complete. Ci siamo completati mentre intorno distruggevano i punti di riferimento, le posizioni, gli schieramenti e questa cosa, volenti o nolenti, l’abbiamo assimilata, ci è entrata sotto pelle. E ci siamo ritrovati a 16 anni, fermi su un marciapiede, in un paio di converse, a non sapere bene cosa pensare di quello che si osservava.

E, in tutto questo non capirci nulla, un giorno di settembre scopri che hanno ammazzato un ragazzo come te, un ragazzo poco più grande di te.
E allora qualcosa inizi a capirla, a pensarla, a ragionarla.
Ti dici che potresti essere il prossimo, ché non sei molto diverso da quel ragazzo, ché non torni a casa ad orari troppo diversi dai suoi.
E inizi a mettere insieme dei pezzi di puzzle, stralci di discorsi sentiti quand’eri bimbo e giocavi in salotto mentre i grandi parlavano.
E ti guardi allo specchio e realizzi che hai una parte ben precisa in cui schierarti, e pensi che sia inevitabile. Per non morire, o per morire un po’ meno.

Io non ho ancora capito se sia stato l’inizio del tutto o l’inizio della fine.
Però so che mi hai fatto prendere posizione. So che mi hai fatto capire quel ognuno di noi deve dare qualcosa, per fare in modo che alcuni di noi non siano costretti a dare tutto, che era stato scritto per un altro ragazzo, ragazzo come noi, morto che io ero troppo piccolo per capire tutto bene.
Quand’è toccato a te io ero in grado di comprendere.
E piansi.
E, per quanto mi reputi una persona buona e tollerante, certe cose non riesco a dimenticarle.
Certe cose non riesco a perdonarle.

E tra poco è settembre e settembre è un mese di merda.
Il mese dei manganelli spezzati sulla schiena d’un ragazzo.
E non stringo il pugno.
Ti guardo in viso, e vedo me, morto, al posto tuo.
E finisco le parole, non so cosa dire.
Vorrei
Vorrei
Vorrei.

Cose che nemmeno in una vita riusciremo a realizzare.
Ma tanto vale provarci.
Per morire un po’ meno, che è come non morire mai.

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Sono una prostituta e mi hanno portato via mio figlio

3864f857661adbd7b61608da82876c23Mi chiamo Rachel, ho 36 anni, un figlio, e faccio la prostituta da dieci anni. Dodici anni fa, ero già madre, lasciai un uomo incapace di assumersi le proprie responsabilità. Era frustrato, debole e io non avevo la forza di fare da madre anche a lui. Per tirare avanti la baracca accettai un lavoro di segretaria in una ditta che commerciava mobili antichi. Il lavoro non era ben pagato ma era tutto quello che avevamo. Mio figlio cresceva grazie al supporto di mia madre e il mio compagno diventava sempre più intrattabile e violento. Decisi di lasciarlo. Portai con me mio figlio, dissi al mio ex di pensare un po’ a se stesso, per placare quell’umore nero che lo stava distruggendo. Andai ad abitare con mia madre e per un po’ tutto filò liscio.

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Quei lager dedicati alle ragazze con disturbi alimentari

Ricevo e pubblico, con un grandissimo abbraccio a questa ragazza così consapevole di quello che le succede.

Lei scrive:

Ciao sono C., ho 16 e soffro di anoressia da due anni. Non ho un carattere semplice, sono abbastanza scontrosa e arrogante, ma soprattutto sono decisamente nervosa. Proprio per questo mi hanno ricoverata solamente una volta, perché le altre volte che ci hanno provato mi sono ribellata minacciando di digiunare fino alla morte.

A volte mi chiedo se fosse stato meglio cedere e farmi aiutare, ma poi ci ripenso: quello non è farsi aiutare. In quel maledetto reparto ci sono rimasta per 5 lunghissimi mesi in cui sono passata da pesare 44 kg a 42 kg, che detto così sembra niente ma sono alta 1.70 m quindi è un peggioramento enorme. Non solo: questo ricovero è stato devastante anche per il mio carattere, penso di avere insultato tutti come si deve, senza risparmiare nessuno, tant’è che gli infermieri quando me ne sono andata erano contenti, ma non perché sapevano che stavo meglio (perché sapevano che non era così) ma perché finalmente avevano un’isterica in meno in quel posto dimenticato da Dio.

Ma sono le pratiche ad essere sbagliate, in quanto non puoi mettere a vivere insieme per mesi 9 ragazze con lo stesso disturbo, perché diventa una gara alla più magra, a chi taglia prima il nastro per il traguardo (e che traguardo, la morte). Le ore passate nella stessa stanza a guardare i piatti delle altre e vedere quanto hanno mangiato e poi fissarle, e poi sentirmi tutti gli sguardi addosso: ORRIBILE.

I giorni passati con le mani fasciate per non mangiarsi le unghie, ottenendo l’effetto di mani monche che non ti permettevano di fare nulla. E tutti i giovedì mattina, in cui ci si doveva svegliare mezz’ora prima per andare a pesarsi, con i lunghi momenti di attesa fuori dalla porta della sala medica con una decina di ragazzine ansimanti per l’agitazione di aver preso un grammo.

E quando volevano obbligarmi ad andare nella mia scuola con il sondino (per chi non lo sapesse è un tubicino che infilano nel naso e arriva fino allo stomaco e serve per l’alimentazione artificiale), come attira-prese in giro. E come dimenticare gli integratori, che dalla confezione sembrano carini succhi di frutta, ma in realtà sono pesanti esattamente come il metallo liquido.

Ma la cosa peggiore è la solitudine. La solitudine in questo reparto formato da un corridoio con tante stanzette e le luci fioche, degno dei miglior film dell’orrore devo ammettere, e con le finestre senza maniglia e le sbarre per evitare di suicidarsi. Sei solo tu, con i tuoi amici con disturbi alimentari, depressi, drogati, autolesionisti o persone che hanno tentato il suicidio. I medici sono lì per non farti morire, non per farti mangiare normalmente.

Dato che sto parlando di questi mesi infernali per la mia vita, vorrei ringraziare mio padre, che è stato l’unico a venirmi a trovare tutti i giorni a tutti gli orari di visita per cercare di strapparmi un sorriso, e la mia amica B., purtroppo conosciuta in quel posto orrendo, ma con la quale penso che condividerò un grande pezzo della mia vita. Chi invece non ringrazio è mia madre che era troppo impegnata a ubriacarsi per occuparsi di me, ma oramai ci avevo fatto l’abitudine.

So perfettamente di aver fatto una lettera un po’ lunga, ma era necessario, perché ci tenevo a far sapere come veniamo trattate in questi posti che dovrebbero servire a curarci, ma che in realtà ci lasciano un trauma irreparabile.

Se condividerai questo mio racconto te ne sarò molto grata, e ci tengo anche a dirti che ti seguo sempre perché trovo che ogni tuo articolo sia interessante! Un grande abbraccio.
C.

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Femministese, R-Esistenze, Violenza

La donna spogliata e quella manganellata: cosa vi indigna di più?

Ci sarebbero tante cose da dire su Expo. Arresti, indagini, robe di soldi, poi c’è quello che è successo a Milano e molto altro ancora. Invece per alcun* la cosa fondamentale è che una donna, in particolare Penelope Cruz, ripresa in una scena tratta da un suo film (le avranno pagato i diritti?), stia in posa in un manifesto che rappresenta la cucina calabrese. La carne di quella donna viene giudicata martoriata, non rispettata, violentata, brutalizzata, invece le donne che vengono prese a botte in piazza perché tentano di esprimere dissenso, cosa che è sempre più impossibile da fare nella nostra democraticissima Italia, quelle non sono brutalizzate.

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Antiautoritarismo, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze, Violenza

#G8 #Genova – Dove finisce l’abuso lecito e dove inizia la tortura?

Immagine di Mauro Biani da Il Manifesto
Immagine di Mauro Biani da Il Manifesto

Si si. L’Italia è stata condannata per la tortura inflitta alla gente che stava alla Diaz durante il G8 del 2001. E ora tutti raccontano che lo dicevano da prima, che loro sono sempre stati dalla parte giusta, e così nascondono anni di omertà, rimozione imposta e connivenze. Adesso tutti parlano di una legge (quale?) che condannerà il reato di tortura ma fino a poco tempo fa nelle trasmissioni televisive si lasciava intendere che criminali fossero i manifestanti. Ipocriti, e non è la sola cosa che, a me che c’ero, fa incazzare.

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Accusato, arrestato, assolto: non ho mai fatto stalking alla mia ex!

Sono un ex detenuto. Per la maggior parte ero ai domiciliari in attesa del processo. La carcerazione preventiva è ingiusta, disumana, perché se alla fine tu sei assolto nessuno ti risarcisce di niente. Sono stato accusato per stalking. Avrei stalkerizzato la mia ex. C’era stato un periodo di lascia e prendi. Lei mi chiamava, io la chiamavo, ogni tanto scopavamo di nascosto per non far sapere a tutti che eravamo amanti clandestini. Un giorno mi chiamò per dirmi che non dovevamo più vederci. Le dissi okay, non c’è problema. Non l’ho più cercata. Dopo qualche mese – e io ero a fare altre cose e me l’ero già scordata – vedo arrivare due militari che mi arrestano, poi passo qualche giorno dentro e infine mi hanno riportato a casa.

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, La posta di Eretica, Precarietà, R-Esistenze, Storie, Violenza, Welfare

La precarietà e il diritto alla salute

Mi scrive A. E’ la sua storia, così come l’ha narrata lei. E’ una lettera appassionata, onesta, meravigliosa, per la condivisione di pensieri così intimi e per il fatto di riuscire a sentire, seppur a distanza, una relazione di empatia con una estranea che in cambio regala la narrazione di altri disagi. Raccolgo tutto quel che mi ha raccontato, lo faccio mio, lo sento come se mi appartenesse e dico solo che per quanto io abbia un po’ di energia per resistere ed esistere nonostante tutto devo dire che i miei momenti bui sono difficili, complicatissimi e in quel momento, come per A. anche io ho la grande difficoltà a parlarne con le persone che conosco, quasi che fosse un difetto raccontarsi sconfitti, vinti dalla vita, a volte. Quasi che fosse una grave disobbedienza rispetto al diktat che impone la produttività non lamentosa a tutti i costi, altrimenti sei una fannullona, altrimenti sei una che non apprezza il valore implicitamente prezioso, secondo i vari ministri che si sono succeduti, che dovresti intravedere nella precarietà. Ecco, precarietà economica, assieme alla precarietà personale, intima, familiare, psicologica, non hanno nulla di prezioso, a meno di non pensare che anche la merda possa avere un buon sapore in tempi di carestia. Ecco tutto. Vi lascio a questo racconto. E per inciso, cara, io sto così e così, esattamente come te/voi. Lotto, tutti i giorni, per r-esistere. Un abbraccio forte a lei e buona lettura a voi!

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Ciao Eretica, come stai? Non ci conosciamo di persona, ma continuo a seguire con tanto interesse le tue pubblicazioni che diventano per me spunto di riflessione e, spesso, di discussione con gli altri. Per questo mi sono sentita di mettermi al computer e scriverti in breve la mia storia, segnata come quella di tant* altr* da una precarietà che diventa violenza, limitazione, castrazione. Ho 26 anni e mi occupo di attività di ufficio stampa e consulenza in ambito di ricerca statistica, all’inizio del 2014 ho attivato partita iva grazie al regime dei minimi e alla disponibilità di una commercialista che ha deciso di sospendere la sua parcella nei momenti di minor entrate per me, dandomi la possibilità di respirare un po’.

Dopo un anno di gavetta, che ha comportato anche qualche mese di lavoro a solo rimborso spese in una grande agenzia per conoscere modalità di lavoro nuove e persone del mestiere, qualcosa ha iniziato a muoversi positivamente. Nel frattempo, però, la mia salute psicofisica ne ha risentito molto. Dopo le difficoltà nel penetrare in un mercato nuovo, mitigate comunque dall’entusiasmo e da tanta voglia di fare, ho dovuto affrontare molte e gravi situazioni familiari.

Vivo ancora in casa con i miei genitori e altri tre fratelli, di cui uno con stipendio fisso dipendente e due studenti. Mio padre, dopo l’ennesimo rinvio della pensione grazie all’ennesima manovra finanziaria, si è sentito mancare la terra sotto i piedi e prosegue in questi ultimi anni di lavoro con la pesantezza di chi aveva già progettato il proprio futuro e si ritrova ormai affaticato e sfiduciato a tirare avanti senza luce. Mia madre, casalinga, è frustrata dall’assenza del marito e amareggiata da una situazione della sua famiglia d’origine divenuta ormai insostenibile.

Io, nel frattempo, ho affrontato la morte di un amico e il lungo percorso di vicinanza nei confronti della sua fidanzata, una delle mie più care amiche. Settimane e mesi fatti di tentativi, errori, recuperi e retrocessioni, depressioni e slanci, momenti bui e altri più sereni. Un insieme di situazioni che, in definitiva, mi ha debilitata profondamente, sommata alla fine di una storia sentimentale importante. Da diversi mesi avrei la necessità e il desiderio di avviare un percorso di psicoterapia per uscire da una spirale negativa micidiale, ma mi devo qui scontrare con l’inefficienza del servizio di consultorio del mio comune, assolutamente inadeguato per i tempi messi a disposizione, e la contestuale impossibilità per me di sostenere economicamente le cure di cui avrei bisogno.

Mi sento disperata di fronte all’impossibilità di pagarmi uno psicologo, di fronte a una situazione occupazionale sempre più immobile e stagnante, ferma sui lavori chiesti “per cortesia” e pagati in tempi biblici. Sono stanca di questa guerra tra poveri, che è anche una guerra a chi è più furbo. Mi rendo conto di quanto sia orrendo da dire, soprattutto dopo l’incidente mortale capitato al mio amico, ma l’unica cosa che desidero al mattino è di non aprire gli occhi mai più, perché da sola non riesco più a sopportare tutto questo.

Ho delle amiche carissime, che non posso però caricare di tutte le mie difficoltà, e una famiglia in cui il dialogo e la condivisione sono sempre state rarefatte e lontane. Lottiamo ciascuno contro i nostri demoni, ma l’impossibilità di sconfiggere i miei mi condiziona negativamente in molti campi. Continuo a lavorare con assiduità e concentrazione, ma senza la serenità necessaria per essere libera. Si è innescato un circolo maledetto per cui avrei bisogno di essere forte, sana e leggera per incrementare il mio lavoro e riuscire così a sostenere economicamente il supporto psicologico di cui avrei bisogno, ma il trascinarsi di una situazione di disagio mi fa precipitare sempre più lontano dai miei obiettivi.

Vorrei solo veder riconosciuto il mio diritto alla salute, alle cure necessarie per rientrare in possesso di un equilibrio che sembra ormai un lontano miraggio, alla possibilità di svolgere un lavoro che amo in condizioni umane e sostenibili. Non mi sento sola, ma mi sento persa. E mi scuso, perché volevo essere breve e invece ho sottratto fin troppo tempo alla tua attenzione. So che da diverso tempo entri ed esci dagli ospedali ma scrivi sempre con tanta energia e positività, per cui mi sento in colpa nel vedere tutto così nero e impossibile. Fai di questa storia ciò che preferisci, ti ringrazio intanto per l’orecchio “virtuale” che sempre metti a disposizione di tutti, sei una forza della natura e ti auguro il meglio per il tuo percorso di riabilitazione. Forza, sempre. Un abbraccio. A.

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#SudCarolina: se non sei una madre carceriera ti arrestano e licenziano!

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Antonella mi scrive: “C’è tanto materiale in questo articolo (…) La storia viene dagli USA e racconta di come una madre sia stata arrestata (si, proprio così: arrestata!), perché durante le vacanze scolastiche della sua bimba di nove anni, non potendosi permettere campi estivi o altro, ha lasciato che questa giocasse “incustodita” nel parco di fronte al suo posto di lavoro. La storia brutta è diventata qualcosa di peggio quando la donna è stata addirittura licenziata. Insomma… tu donna devi essere madre e madre ineccepibile secondo canoni stabiliti, senza però preoccuparsi di garantire le eventuali condizioni minime per far si che questo accada….

Poi Antonella traduce anche due articoli che ne parlano. I testi originali in lingua inglese sono QUI e QUI. Nel secondo link si vede l’immagine della donna, afroamericana, povera, ritratta dopo l’arresto, a rischio di galera per un massimo di 10 anni, schedata come criminale, a monito delle altre madri, che mai e poi mai dovranno fare la stessa cosa pena lo stigma sociale che le tratterà peggio che se fossero delle assassine. E poi dice che alle donne non passa la voglia di avere figli. Comunque, in basso potete leggere le traduzioni in italiano.

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#Roma: “Subiamo maltrattamenti dal Governo!” (cronaca di un presidio non autorizzato)

foto 1 copia 5Vi ricordate della legge sul femminicidio? E’ stata utilissima per le parti che riguardano la repressione del dissenso, la militarizzazione dei cantieri della Tav, il furto del rame e chissà che altro. Invece per quel che riguarda la violenza sulle donne la legge non ha sortito alcun cambiamento. Legge interventista, paternalista e sovradeterminante, che già dai primi vagiti rimandava all’esclusione delle donne che si occupano di violenza non tenendo conto della loro esperienza né per la composizione della legge e neppure per quel che riguarda l’attuazione di un piano preventivo che non è mai arrivato. Poi c’erano quei fondi ereditati di governo in governo dei quali i centri non credo abbiano visto mai un euro, e allora si era detto che forse, almeno quella cosa lì, avrebbero potuto definirla. Invece ai centri pare spetti l’elemosina al punto che qualcun@ ha scritto che rimanderà indietro l’obolo senza batter ciglio. Dunque i centri del coordinamento D.i.re hanno battuto i pugni sul tavolo, hanno comunicato quel che dovevano comunicare, hanno chiesto lumi circa i criteri di distribuzione dei fondi e poi hanno indetto un presidio e una conferenza stampa per il 10 luglio a Roma.

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