Abbiamo seguito lo sgombero della Mala Servanen Jin – Casa delle donne che combattono avvenuto mercoledì a Pisa. A loro dedichiamo grandissima solidarietà.
La giornata del 25 Novembre è riconosciuta a livello internazionale come giorno contro la violenza sulle donne. Tuttavia la ragione che si cela dietro la scelta delle Nazioni Unite non è conosciuta abbastanza.
Nel 1999 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite scelse questa data per onorare le sorelle Mirabal – tre sorelle domenicane e dissidenti politiche che furono assassinate da uno degli scagnozzi del dittatore Rafael Trujillo proprio il giorno in cui c’è la ricorrenza della loro morte, il 25 Novembre del 1960.
La giornata del 25 novembre volge al termine e io vorrei raccontarvi la storia di tre donne.
Barbara è una quarantacinquenne che è stata licenziata cinque anni fa a causa della “crisi”. Non ha più trovato lavoro ed è rimasta ad abitare con l’ex marito, da separati in casa. L’ex marito non è una persona violenta e anzi le è molto amico. Ma Barbara ha tante colleghe che sono disoccupate come lei e dice che una delle loro maggiori preoccupazioni, all’epoca del licenziamento, era il fatto di dover dipendere da mariti e genitori. Tre su 27 si sono separate senza possibilità di mantenersi da sole. Sono tornate a vivere con i genitori e a subire perciò situazioni di grande tensione. In qualche caso sono tornate dagli stessi genitori dai quali erano fuggite molti anni prima. Due su 27, a parte Barbara, sono state costrette a restare in casa con l’ex marito, per il bene dei figli, e dopo qualche tempo hanno confidato che pur volendo andare via non potevano farlo. Perciò la dipendenza economica, spesso, è causa di gravi conseguenze per le vittime di violenza. Tale dato viene trascurato da borghesi e teoriche della violenza da estirpare semplicemente estirpando l’uomo. Cosa certa è che tante di queste signore non hanno bisogno di un lavoro, hanno una casa e percepiscono un reddito. Ecco perché non gliene frega niente di proporre leggi a prevenzione della violenza, di genere, economica e sociale, che parta da una redistribuzione equa del reddito per tutt*. Meglio legittimare, all’insegna dell’emergenzialità, giocando con i numeri della violenza, esagerando, gonfiando, come oggi fa Repubblica contrariamente agli stessi dati diffusi dai Centri Antiviolenza che segnano un – 40 rispetto al dato fasullo del quotidiano online, leggi repressive, securitarie, che sono fedeli alla prassi di uno stato paternalista, di istituzioni patriarcali che esaltano le presunte operazioni di salvataggio a cura di tutori dell’ordine invece che esaltare le scelte autodeterminate delle donne. Più denunce non significa meno violenza. Chi lo afferma dice il falso. Se le donne restano sole e dipendenti dagli ex mariti dai quali, peraltro, continuano a dipendere economicamente (con assegno di mantenimento e varie), la denuncia non è una valida opzione. Prima devono realizzarsi le condizioni affinché le donne possano ricominciare a vivere altrove e poi, solo poi, si chiede alle donne se vogliono denunciare o meno. Ricordo, tra l’altro, che tutto il percorso che le istituzioni al momento seguono, dal percorso rosa negli ospedali all’impossibilità di ritirare la querela, tende a dimostrare che le donne non sono affidabili e che possono perfino essere considerate delle bambine non in grado di intendere e di volere al punto che le istituzioni insistano nel sostituirsi a loro in ogni decisione possibile.
Shaimaa Al-Sabagh con il marito che tenta di soccorrerla. Morirà poco dopo.
Sono donne che non si rassegnano, combattono, nelle piazze di tutto il mondo. Non le trovi in appuntamenti connotati da mitezza filo/istituzionale. Le trovi invece con il pugno alzato, a tirare pietre per difendersi dalle legnate dei tutori, a fare da scudo, utilizzando il corpo, per impedire che altri si approprino di tutte le libertà. Le donne che scendono in piazza, di volta in volta, imparano a guardare in faccia il proprio nemico. Difficile spiegare il disorientamento che si prova quando ti accorgi che i tutori che dicono di difendere i cittadini invece sono lì a difendere i poteri dalle persone dissenzienti come te. Sono la barriera che impone censure ai tuoi passi avanti. Sono quelli che un giorno ti fanno credere che ti proteggeranno, usando la violenza sulle donne come propaganda affinché si stabilisca una loro legittimata utilità, e il giorno dopo il marketing istituzionale scivola via. Ti picchiano in testa e per lasciare salda l’immagine buona che divulgano di se’ dicono che tu sei la persona cattiva, la terrorista, la violenta.