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Stupro di gruppo, alibi per omosessuali inconsapevoli

Lei scrive:

Lo stupro di gruppo non è sempre qualcosa che puoi immaginare. Non si svolge nel solito modo dato in pasto ai media. Non c’era droga o coltelli per intimidire, non c’era che un clima di festa, un po’ di alcol, qualche bacio, si inseriva un secondo, poi un terzo, poi un quarto e un quinto. Non so quando il gioco sia diventato uno stupro perché non lo ricordo, conservo intatto il senso di colpa e la vergogna per aver partecipato a quella che altri avrebbero descritto come un’orgia. In realtà io ero d’accordo fino ad un certo punto, sperimentavo la sessualità, non mi ponevo limiti, non avevo pregiudizi, non ero pudica e pensavo fosse piacevole farmi toccare da e toccare altre persone.

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Cronache postpsichiatriche: il dolore, il lutto, la separazione

In questi giorni ho perso di vista le mie priorità. Il mio quasi ex coniuge mi ha confessato di essere stato con un’altra appena prima e forse (perché è ambiguo su questo) anche dopo il mio tentato suicidio. Mentre mi diceva di volere il divorzio e si autoproclamava vittima per aver vissuto per anni accanto ad una malata di depressione, agorafobica, incapace di comunicare e con la libido a zero. “Sono tre anni che non facciamo sesso…” e l’ha ripetuto per dirmi che devo capire e per dirmi che la sua richiesta di divorzio è giusta, è giustificata. Come se volesse che io riconoscessi la sua nobiltà, il suo onore, come se dovessi assolverlo per liberarlo da eventuali sensi di colpa. Perché sa che quello che dice non è esattamente corretto e che per quanto io possa comprendere la sua stanchezza, perfino la sua sete di relazioni sessuali, in ogni caso stiamo insieme da due decenni, io ho investito su una vita con lui, immaginando di invecchiare con lui, pensando che avrebbe compreso le mie difficoltà. Ed è così, dice che comprende ma non vuole più stare con me, non c’è amore, tenerezza, non una carezza, solo la voglia di liberarsi di questo peso per andare avanti con la sua vita.

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Sono depressa e mi vergogno a dirlo

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Sono riuscita a provare un orgasmo dopo un paio d’anni. Perché ero malata, forse lo sono ancora, di quelle malattie che non vedi e non le senti. Ti vergogni. Si. Mi sono vergognata, di dirlo a chi conosco, perfino alle mie amiche più care, e sono rimasta sola a contemplare lo sforzo di risalire lungo pareti liscie, senza appigli, fintanto che non è successo qualcosa che mi ha fatto rendere conto che dovevo smettere di assegnare ad altri la responsabilità di quel che mi è successo e ho preso ad assumermi la responsabilità di guarire. Se io stessa non voglio vivere, cosa mai potranno fare quelli che vorrebbero aiutarmi?

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