Il sudore gocciolava e non riuscivo a rimanere asciutto neppure volendo. Lei era una di quelle donne che credeva nella parità di diritti. Non avrebbe mai ammesso che in me qualcosa la infastidisse. Si autocensurava e mi fece perdere tantissimo tempo. Se me l’avesse detto prima che io non le piacevo sarebbe stato meglio per entrambi. Invece chiedeva, celando una espressione di ribrezzo, che io la smettessi di gocciolare. Provò ad asciugarmi, una volta, poi disse che probabilmente dipendeva dalla mia alimentazione, e già, perché io sono anche robusto, non grasso ma evidentemente un po’ più in carne di come mi avrebbe voluto lei.
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C’era una volta… l’uomo dalla leccata morbida
– Senti, è stato estenuante.
– Ma in che senso?
– Nel senso che non siamo riusciti a metterci d’accordo su chi veniva prima. Vieni prima tu. No, prima tu. Avanti, fallo tu. Non ti fare pregare, vieni prima tu. Alla fine ho fatto finta.
– Ma perché?
– Perché non riuscivo a concentrarmi. Poi lui è uno preciso. A momenti mi aspettavo che mettesse in ordine i peli del mio pube. Quelli più lunghi a destra, i più corti a sinistra.
– Ma hai visto che li pettinava?
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Messaggi adulti sul sesso dei figli: sii cavaliere o beccale tutte!
A volte parlare di sesso con la propria madre è piuttosto difficile. Non parlo dei perché rivolti da bambini e bambine in età prepuberale. Parlo delle chiacchiere che potreste fare quando i figli sono adolescenti o anche più grandi di così. Allora i figli riescono a sorprenderti e a dimostrare che esiste un certo bigottume in giro che è anche molto imbarazzo e la disabitudine del mondo adulto a parlare di sesso se non in una maniera standard che finisce per ripetere codici di comunicazione da bar.
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Lasciarsi non è mai indolore
Mi pare ovvio che io e te non abbiamo nulla in comune. Io torno a casa fiera, della mia lotta, dei miei successi o anche dei miei fallimenti, e tu resti fermo a contemplare la tua frustrazione. Torno con il sole stampato sulla faccia e tu mi trascini dentro quella tua modalità da lunatico e depresso e cerchi a tutti i costi di attaccare briga. Poi il più delle volte preferiresti vedermi ferita, fragile e bisognosa, perché altrimenti non realizzi la tua utilità. E io non so più come prenderti, perché mi sembra che io sia soggetta ad un ricatto. Non mi rimane alcun motivo per restare con te. Non ne ho bisogno. E per favore non chiamarmi egoista. Perché tu vuoi che io sia dipendente da te per poi negarmi la mia autonomia.
Come le abolizioniste della prostituzione vedono la sessualità maschile
Una delle critiche che mi è arrivata a proposito del post sulla misoginia di chi dice che l’uomo vero non va a puttane, riguarda la presunta libertà di scelta dell’uomo di contemplare altre scelte sessuali, più meritevoli di attenzione e pregne di valore intrinseco.
Tale critica arriva, presumibilmente, da una tipologia di donna, abolizionista della prostituzione, che coccola colui che mostra sufficiente paternalismo da vedere nelle donne tante vittime da salvare, senza considerarne le scelte autodeterminate, e chiaramente si esprime in questi termini, dannatamente normativi, quando si riferisce alla sessualità del maschio che va a prostitute:
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Il Poliamore? Rivendico la gelosia, il possesso e la monogamia!
Poliamore? Io sono monogama. Non riesco a immaginare che il mio compagno vada a letto con un’altra. Non lo tollero. Sono gelosa? Si, moltissimo. Non sospettosa, ossessionata. Gelosa, e basta. Se guarda un’altra mentre lui è con me, per quanto razionalmente io dica a me stessa che non ho motivo per essere insicura, mi sale il sangue agli occhi e sono in grado di piantargli una scenata lì, sul posto, davanti a tutti. Penso che la gelosia, almeno per me, sia la dimostrazione che l’amo. Non fosse così vorrebbe dire che di lui non me ne frega niente.
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Meglio farsi la sega al mattino dopo
Dormivo. All’improvviso sento la mano sulla patta dei pantaloni. Strofina fino a sentir gonfiare il pene. Non ho ben chiaro quello che sta accadendo. Poi abbassa i miei pantaloni, si gira, inarca la schiena, porge i glutei e mi usa per una penetrazione. Si muove piano, preme e strofina, la mia erezione la soddisfa. Sento che si tocca e con l’altra mano tiene il mio bacino attaccato a lei. Provo anch’io a usare le mani ma finisco per compiere movimenti involontari. Sono ancora rincoglionito. Sento che geme e il mio respiro accompagna il suo.
Si muove ancora, la sua pelle è bollente e io sto quasi per venire. Mi dice di no, fermati, ancora un po’, ti prego. Non ce la faccio, le sussurro, ma la accontento. Mordo il suo collo, le sposto i capelli e cerco la sua bocca, la lingua. Mi aggrappo al suo seno. Lei allontana la schiena e si piega in avanti per avvicinare di più il culo. Come se volesse diventare parte di me. Afferra la mia coscia, mi vuole dentro, ancora di più. Più rapida, si muove, viene e allora vengo anch’io, dopo di lei, fuori da lei, perché non so se ha preso la pillola oppure no. Poi si allontana, corre in bagno ad asciugarsi. E io resto lì, con un sorriso sciocco sulla faccia, e vorrei dirle che non me l’aspettavo, vorrei abbracciarla, ma ho capito che non era quello che voleva.
Marito e amante: io, l’adultera, voglio stare con entrambi!
Non sono una di quelle donne che vorrebbe tradire il marito e non lo fa e neppure una di quelle che lo tradisce e poi si sente in colpa. Io faccio parte di una terza categoria che riguarda le donne pentite di aver sposato un solo uomo e che per scelta, per i figli, per non rivoluzionare tutta la propria vita, restano con lui ma vivono un’altra storia con un altro del quale sono egualmente innamorate.
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Al mio compagno, con amore
Oramai mi sembra una condizione naturale, la nausea, la testa che gira, il sudore freddo, il volto del mio compagno che si preoccupa per me ed è lì per rendermi la vita un po’ più semplice. Non riesco ad abbassarmi per prendere qualcosa lì per terra e il mondo comincia a girarmi attorno. L’unica cosa che resta intatta, non influenzata dal mio stato di salute è la mia testa, i miei pensieri, ché mai sono stati tanto lucidi quanto adesso. Il senso di finitezza, l’aver quasi toccato la conclusione di una vita piena di sorprese e di scelte non condivise dalla maggior parte della gente, la consapevolezza che prima o poi tutti avremo nostalgia di quel che mai siamo riusciti a realizzare, perché la vita è corta, non ci consente di fare tutto quello che vogliamo, e di questo ci rendiamo conto quando la scala dei valori sostituisce l’una all’altra priorità.
Sono una donna. Acquisto servizi sessuali
Le donne vanno a prostituti, lo vedo ogni volta che vado a Cuba per la mia sessione di turismo sessuale. Ho 56 anni, in Italia mi è capitato di conoscere uomini disponibili a farsi mantenere, ma erano cose inevitabilmente più rischiose e durature. Se accetti che un uomo entri in casa, non te lo togli più dalle scatole. Pensa di poter rivendicare diritti su di te e se tu gli dici che è sesso e basta poi ti chiama troia. Oltretutto, sinceramente, gli uomini “giovani” che ho incontrato in Italia volevano più di quelli che si accontentano di poco a Cuba. L’unico che non chiese moltissimo, a parte un paio di notti di ospitalità, fu un ragazzo senegalese che però in Italia fa tanto “povera vecchia… con l’extracomunitario mantenuto accanto“.
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Emma Watson: la fatina buona che ripropone un femminismo vecchio
Emma Watson è già al secondo intervento come ambasciatrice dell’Onu interessata a promuovere la campagna He For She. I suoi due interventi sono stati pubblicizzati moltissimo sui media. Ad un certo punto, dopo la condivisione del suo primo intervento, si disse anche che lei, per il suo impegno, avesse ricevuto delle minacce. Si rivelò una bufala messa in circolo chissà da chi. Quel che invece è vero è che l’attrice, impegnata per tanti anni come protagonista dei film su Harry Potter, rappresenta iconicamente la figura della fatina buona in lotta contro il male. Gli interventi, l’investitura a lei conferita dall’Onu, la pubblicità data alle sue parole, come se rappresentassero una nuova frontiera del femminismo, mi fanno pensare molto ad una costruzione hollywoodiana.
L’attrice viene presentata al mondo come nuovo feticcio canonizzato in rappresentanza dei massimi interessi di tutte le donne. Rappresenta colei che porge una sorta di verità rivelata. In realtà ripropone il solito vecchio schema di sempre di uno dei tanti femminismi esistenti al mondo. Segue la linea del femminismo radicale statunitense, quello che immagina sia utile agire per cambiare, o meglio, controllare e attenuare la natura degli uomini giacché a loro viene addebitata ogni sorta di mostruosità inflitta alle donne. Perciò si sollecitano gli uomini, in qualità di paternalisti e patriarchi buoni, affinché essi, grati, in presenza della fatina che ne accoglierebbe il lato vulnerabile e umano, si assumano la responsabilità di spostarsi da un ruolo all’altro. Invece che carnefici dovranno diventare tutori. Non già per il bene delle donne, e qui sta la manipolazione a reti unificate, ma per il proprio bene. La Watson sostanzialmente dice: noi non vi odiamo, però vi diciamo quel che è bene per voi, perciò seguite i nostri consigli per salvarvi e poi, senza mai abbandonare il ruolo di cavalieri, potrete salvare noi.
La Watson, perciò, non fa altro che riproporre lo stesso schema di un femminismo che intende addestrare gli uomini senza lasciare spazio alla loro autodeterminazione, partendo dal presupposto che sono tutti sbagliati e che bisogna correggerli con la nostra preziosa bacchetta magica. Questa modalità è antipatica esattamente tanto quanto quella che mettono in atto i paternalisti che intendono educare le donne ad adattarsi a vivere secondo le loro regole. Quello che l’attrice fa, svolgendo forse il ruolo di testimonial prefabbricato, è esattamente in linea con il percorso di un femminismo di Stato, istituzionale, che giammai farebbe recitare in propria rappresentanza un intervento ad una pornostar, una sex worker, una trans, una donna altra, di quelle che sarebbe necessario toglierle lo stigma negativo di dosso, invece che questa Mary Poppins aggiusta maschi “per il bene delle donne”.
Torno al cuore del suo discorso, rivolto essenzialmente agli uomini. Lei dice, pressappoco, di comprendere quanto sia difficile per gli uomini piangere, mostrare un lato vulnerabile e umano, abbandonare il controllo e disertare il ruolo di prevaricatore che inficia la relazione tra sessi. Lei dice di comprendere il fatto che gli uomini parrebbero intrappolati dentro una galera fatta di stereotipi e ruoli che avrebbero il dovere di interpretare. Dunque la fatina buona dice che di fronte a lei potrete piangere, commuovervi, rivelare l’umanità nascosta dietro la parvenza di mostri e diventerete allora bimbi buoni così come fu per Pinocchio.
Quello che non va in questo discorso, in parte, forse, condivisibile, è il fatto che un certo femminismo utilizza negli ultimi anni questo approccio strategico proprio per sollecitare gli uomini a rivestire la funzione di tutori. Il femminismo radicale, dopo aver dettato, per anni, il verbo a tutte le donne, incluso quelle alle quali viene impedito di parlare per sé, dopo aver proferito comandamenti per stigmatizzare le sex workers, le trans, le donne che non somigliano al modello unico che vorrebbero imporci, ora sono passate all’aggiustamento dei maschi in funzione strategicamente autoritaria. L’approccio è maternalista. Agli uomini non viene lasciato lo spazio per diventare quel che vogliono. Vanno diretti, controllati, accompagnati, come si farebbe con un gregge di buoi la cui prospettiva sarà quella di vivere dentro un recinto condito di valori e principi sicuramente non scelti in assoluta condivisione tra tutte le persone che abitano il mondo.
Dal mio punto di vista, perciò, il primo e il secondo discorso di Emma Watson sono da bocciare. La campagna He for She è paradossale. Le parole della Watson non lasciano trapelare che quel femminismo induce, non dico l’odio, ma almeno una antipatia certa nei confronti degli uomini. Si insiste sullo stereotipo classico che giudica gli uomini da guarire, indottrinare, bonariamente, in una scuola che applica il metodo Ludovico. Si parte dalla presunzione che racconta una bugia: gli uomini sarebbero tutti cattivi e le donne sono le fatine buone. Proprio come lei. Come Emma Watson.
[Post già pubblicato su Il Fatto Quotidiano]
Uomini uccisi nel sonno: quelle esecuzioni tollerate dall’opinione pubblica!
E’ notizia di oggi che una donna ha ucciso il marito “nel sonno”. Dichiara di averlo fatto perché avrebbe subito maltrattamenti. Non ho alcun motivo di non crederle e dunque parto da questo per analizzare la maniera in cui viene trattato un delitto quando la persona uccisa è un uomo per mano della moglie, convivente.
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Lei stupra lui: è responsabile della violenza che infligge oppure no?
In una discussione qualcun@ dice che la violenza su un uomo da parte di una donna sarebbe comunque sempre frutto della violenza maschile. Praticamente noi siamo vittime quando subiamo violenza e siamo vittime anche quando la facciamo. La divisione stereotipata di qualifiche da attribuire a donne e uomini, per natura, lui cattivo e lei naturalmente buona, è sessista. Capisco che è convinzione di alcune femministe ma i femminismi che hanno a che fare con il queer hanno smontato da tempo queste sciocchezze. Alcune pensano che uomini e donne sono diversi per natura, lui naturalmente violento, cosa intesa come attenuante per i conservatori, per cui noi donne dovremmo fare attenzione a non provocarli, mentre della donna si dice che sia naturalmente buona, per cui se è violenta parrebbe aver introiettato la violenza maschia. Di suo non avrebbe alcuna responsabilità, neppure quando educa l’uomo, a seconda delle sue necessità, ad essere macho, meno frocio, meno fragile, ché se denuncia di aver subito una violenza viene preso in giro e c’è chi mette in piedi la delegittimazione di chi denuncia queste cose e la banalizzazione negazionista che esclude che i sessismi abbiano radici che vadano affrontate tutte assieme.
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Le bulle e la banalità del male
Sono in un luogo pubblico. In viaggio. Vedo un uomo, seduto in un angolo, chiaramente complessato, con un paio di scarpe buffe, come se si fosse appena alzato dal letto. Le donne presenti passano con una facilità impressionante dalla chiacchiera sui vari problemi che le affliggono allo sfottò di questo ignaro uomo.
Si raccontano di mille difficoltà. C’è quella che dice come in famiglia, lei-marito-duefigli, vivano con poche centinaia di euro. Un po’ di assistenza, un po’ di coda per fare la spesa in saldo, un marito disoccupato, i figli senza sogni. Pare si sia rivolta al Comune, agli assistenti sociali, e lì qualcuno le ha detto che lei avrebbe dovuto consegnarsi ai servizi sanitari perché correva il pericolo di aggravare la sua depressione. Lei tira su le spalle, scocciata, e dice che quelli là non capiscono un cazzo. A lei serve un lavoro migliore e non quello che fa per campare la famiglia con pochi euro.
Dice #Zanardo: ci libererà il pallone (come non averci pensato prima!)
Dopo la Boldrini che dice che Frontex dovrebbe avere più finanziamenti ecco Zanardo che parla del calcio nella maniera più stereotipata possibile.
Signora mia, il calcio ci libererà, perché non è più cosa da maschi (ma va?) e poi ci aiuta a incanalare meglio l’aggressività e acquisire consapevolezza del nostro corpo. Vedete, Zanardo pensa di stare parlando con generazioni di femmine cresciute a dare il biberon alle bambole e si sconvolge, ossignore, delle bulle e di queste fanciulle che se monelle sarebbe perché hanno copiato le cose brutte dei maschi. Invece il calcio le farebbe ridiventare un po’ più femmine perché noi col calcio abbiamo un rapporto diverso benché soffriamo uguale per la sconfitta della nazionale.
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