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Il terrorismo estetico

Non so che dire o che fare. A parte lamentarmi per via dei miei malesseri che in parte sono autoprocurati. La sensazione di poter trasportare me stessa in un’altra epoca e un’altra nazione, dove potrei parlare un’altra lingua o forse più d’una. Il disagio è talmente forte e ci sono tante scarse fessure in quelle finestre chiuse. Evito di respirare ma prima ancora evito di uscire per non far colpire il mio volto da quel che resta di un timido raggio solare. Evito di scodinzolare di fronte alla gente ma non riesco altresì a raccontare lo spavento, l’enorme terrore che ho di vivere e raccogliere pareri positivi o negativi sulle mie vicende, sulle mie esperienze.

Mi sono vestita male, una sera, nascondendo tutto quel che ho da nascondere, indossando la tunica della fibra più spessa che possiedo, non per abitudine al monacato ma per non dar adito al fastidio. Quanta importanza ha il fastidio altrui per me? Dico niente ma in realtà è davvero molto. Mi maschero, mi nascondo, quando il buio può far morire le uniche parti di pelle che lascio scoperte. Qualcuno potrebbe insospettirsi, penso, ma in realtà mi preoccupa di più il fatto di dover assolutamente passare inosservata.

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