ParaGiulia, Sessualità, Violenza

Il punto G della paraplegica

Tempo fa si ragionava del sesso in stato di disabilità, ed è una cosa sulla quale è complicato fare un discorso con il timore di sbagliare.

C’è questa parente paraplegica e insieme seguimmo, durante la sua terapia riabilitativa, dei corsi sulla sessualità rivolti a persone come e messe peggio di lei. Assieme a lei passai la maggior parte del tempo a ridere per non piangere. Finimmo per immaginare che il suo punto nevralgico e la sua zona erogena più attiva fosse un punto a muzzo perché si faceva spesso riferimento ad un ipotetico punto G che tra cateteri e possibilità di defecazione durante il rapporto bisognava rintracciare.

Sicché con la solita ironia di quella gran donna della mia parente ella decise di autodeterminarsi un nuovo punto G e così autonominò una zona X in totale autonomia. Altre donne fecero la stessa cosa e tra le risate generali le normofemmine stabilirono nuovi posizionamenti del punto G che a quel punto divenne un punto G mobile. Il mio credo di averlo posizionato su un capezzolo. Non so con esattezza ma ricordo che la tizia che faceva il corso si rese conto di quanto fosse ridicolo insistere nelle modalità usate per gente che sentiva le proprie parti laggiù anche per quelle che da quelle parti non sentivano niente.

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'SteFike, Antiautoritarismo, Antisessismo, Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, R-Esistenze

Compagni: disertate il ruolo autoritario di Tutori (le donne si difendono da sole)!

Car* compagn* di Zona Collinare in Lotta,

mai come quest’anno il tema della difesa della “donna” è diventato un brand. Lo è diventato a tal punto che non è necessario neppure il parere della donna stessa per discuterne. Avviene, come spesso accade, che il soggetto, che dovrebbe autodeterminarsi, quello che alcuni dicono di voler difendere, viene delegittimato e escluso dal dibattito o, nel caso in cui osasse esprimere il suo parere, anche con durezza giacché è stata totalmente ignorata mentre la usavano contro il suo volere, viene duramente redarguito e relegato nella sfera del colpevole.

E’ uno stereotipo vecchio quanto il mondo quello che schiaccia, così come cultura patriarcale vuole, le donne nelle definizioni dicotomiche vittima/colpevole. E dato che qui si sta dicendo che alcune donne vogliono essere più che vittime, vogliono essere soggetti autodeterminati invece che oggetto che legittima l’azione dei suoi tutori, patriarchi del terzo millennio, allora sono senza dubbio colpevoli. Lo sono io, di sicuro, perché non ho fatto pat pat sulla spalla dei salvatori delle cosce delle cubiste. Colpevole di essere un soggetto autodeterminato che osa contestare una azione di ronda antisessista che solo idioti e idiote dettratori/trici di FaS possono giudicare positiva, pur di aggiungere infamia all’infamia, senza la minima onestà intellettuale e facendo diventare, come la più becera sub-cultura vuole, un dibattito che dovrebbe essere politico una rissa o una azione di cyberbullismo aizzata per trovare ulteriori cecchini che diano addosso a FaS.

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Antispecismo, Storie

Se ammazzi l’animale poi diventi un uomo

Piangeva. Il ragazzino. Piangeva. Non era la vecchia fattoria ma una stalla. C’era selvaggina d’allevamento. Conigli. Il babbo lo preferiva cotto al tegame, con il sugo, olive, capperi, odori, aromi. Era ancora il tempo in cui in strada potevi fare andare a spasso le galline, anche se abitavi in centro, ché sulla strada non c’era asfalto e la vita di paese era fatta di vita di comunità e residui di passato fatti di coppole che resistevano alla polvere.

Il babbo aveva un cane a parte quell’allevamento della carne da mangiare. Il figlio, invece, soccorreva bestie in fin di vita, ferite, strapazzate, le trovava per la strada, le portava a casa, le curava e se, come accadeva spesso, morivano le seppelliva in un metro di terra del cortile. Poi piangeva.

Il babbo era una gran brava persona, di quelle che per la famiglia e i figli avrebbe fatto proprio tutto. Andava nella stalla, cercava d’acchiappare una delle prede, ma in quei pochi metri quadri non c’era proprio gusto. Perciò prendeva un coniglio, lo portava su in terrazzo, sguinzagliava il cane e armava il suo piccolo safari personale.

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La posta di Eretica

La posta dell’Eretica: i botti di Capodanno non sono cose da femmina!

Angolo della Posta Eretica. Abbatto Muri anche su commissione, volendo e se mi fa piacere. A mia discrezione.

Sabina scrive:

…Invio la descrizione di un breve episodio avvenuto verso le 18 del 31 dicembre. Napoli, interno di un mega cortile circondato da sei palazzi alti alti al Vomero. Papa’ con bimbetta di cinque anni che accende micce e petardi e li fa esplodere all’interno del cortile. “Papa’?”..domanda la bimba “è pericoloso accendere i botti?” Papa paternalistico affettuoso “non è pericoloso per i maschi, è pericoloso solo per le bambine e le mamme, ma se stai con papa’ non è pericoloso”. Qui di roba da decostruire ce n’è parecchia soprattutto se penso alla serata di capodanno trascorsa con la mia compagna e insieme alla sua famiglia…a mezzanotte tutte le “femmine” asserragliate nel bunker per sfuggire all’acre odore dei botti e a qualche bruciatura mentre i maschi adulti e quelli giovani si portavano dietro i bambini (maschi) in strada e li “educavano” alle sane e collaudate “tradizioni” fatte di rumore di mitragliate. Noi donne, e mi dispiace dirlo, eravamo complici rassegnate perchè “…tanto che ci vuoi fare?

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Antiautoritarismo, Antirazzismo

C’era una volta la sindaca di Alcatraz

C’è questa sindaca di Lampedusa che ha pietà dei morti che le arrivano dal mare. Cadaveri migranti che vengono consegnati tra un’onda schiumosa e l’altra e teste e capelli e labbra e carne infrangersi sugli scogli ché bisogna tirarli su con le reti dei pescatori come fossero pesci andati a male, non commestibili per questa nostra amata patria fatta di recinti per gli scarti umani.

Non so chi sia la sindaca ma se dice ciò che dice merita la mia stima anche se bisognerebbe dicesse al partito che credo l’abbia eletta, il Pd, che Cpt, Cie e tutte le frontiere della Fortezza Europa, le ha volute anche lui e le ha scelte, proposte, votate, imponendo securitarismo, sposando le campagne antimmigrati fatte sul corpo delle donne, quando la violenza veniva associata al rom, al musulmano, all’africano.

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Affetti Liberi, Storie

Parole e luci

Guardo la luminosità di una lampadina a risparmio energetico e mi viene in mente la luce fioca di una piccola abat jour grazie alla quale leggevo fino a sera. Di quella luce debole son diventati trasparenti gli occhi, già chiari, ed era una fatica quando prima o dopo i libri sceglievo di imparare cose che mia nonna era lì a fare.

Mi piaceva ascoltarla, lei mi raccontava storie e le storie sono tutta la mia vita, le ho ricevute, le ho regalate, e ascolterei per ore chiunque avesse cose da dirmi, meglio se verità lontane, ché mi è sempre piaciuto tanto viaggiare e i viaggi nel tempo sono la cosa che mi piace di più.

L’abilità di quelle mani che mi insegnarono i punti all’uncinetto, la maglia, e il dispiacere, mio, se mi venivano le maglie storte, strisce bucate, fino alla sartoria, perché una donna, si diceva, deve sapere fare queste cose. A mio fratello no, lui per rammendare un pantalone avrebbe dovuto pagare qualcuno o aspettare una compagna che lo sapesse fare. Vederlo dopo qualche anno cucirsi l’orlo dei pantaloni a mia nonna fece un brutto effetto.

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Pensieri Liberi, Precarietà, R-Esistenze, Storie

Le puttane sanno cucinare

C’era un locale, nella mia città, dove un santone di un’altra etnia riciclava le puttane per farne cuoche e cameriere. Lì mangiai le banane fritte al sugo più buone del mondo. Del mio piccolo, misero, mondo. Ché io di certo non avevo mai attraversato deserti e acque con mezzi di fortuna. Ma non volevo erudirvi sul mio barbaradursismo cercando di commuovervi con la mia dose minima di sentimento nazional/polare/populista. Volevo solo raccontarvi questa storia che ho appena ricordato dopo aver letto questo.

Poco tempo dopo fui al lavoro in una via della mia città che era transitata da puttane ed era tardi perché stavo facendo straordinari con una luce accesa che segnalava la mia indifferente presenza. Una di loro bussò e quando mi affacciai vidi due cosce lunghe, tacchi e capelli e dissi “chi è?“. Lei mi guardò e vidi il sangue.

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Storie

Le comari

Prudentemente guardava a destra e a manca. Poi buttava l’acqua. Sporca. Così si faceva una volta. Dopo aver lavato i pavimenti tiravi giù quell’acqua dal balcone facendo attenzione a non beccare nessuno. E quello splash era un suono vivo, rimbalzava sul cemento e risvegliava voci della strada. Lo splash significava che una del gruppo aveva la mezzora d’aria e come per magia le vedevo arrivare tutte quante, questo mi ricordo di quando ero piccola, e si mettevano a parlottare dal basso all’alto, ridendo e scherzando del più e del meno. Mia madre così scendeva perché aveva da scopare scale e ingresso e le chiacchiere e le risate continuavano mentre io mi nascondevo dietro la sua gonna.

Gonna e grembiule e pantofole ed erano tutte vestite più o meno uguali con la differenza della signora Tizia che aveva sempre il capello cotonato che neppure un tornado lo avrebbe distolto da quella posizione. Era la più bona della strada e si vedeva anche se le era toccato un marito monco di una mano perché s’era sposata tardi e dopo una certa età allora bisognava ti prendessi quello che ti capitava. E a lei capitò uno così, senza una mano.

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