Tempo fa si ragionava del sesso in stato di disabilità, ed è una cosa sulla quale è complicato fare un discorso con il timore di sbagliare.
C’è questa parente paraplegica e insieme seguimmo, durante la sua terapia riabilitativa, dei corsi sulla sessualità rivolti a persone come e messe peggio di lei. Assieme a lei passai la maggior parte del tempo a ridere per non piangere. Finimmo per immaginare che il suo punto nevralgico e la sua zona erogena più attiva fosse un punto a muzzo perché si faceva spesso riferimento ad un ipotetico punto G che tra cateteri e possibilità di defecazione durante il rapporto bisognava rintracciare.
Sicché con la solita ironia di quella gran donna della mia parente ella decise di autodeterminarsi un nuovo punto G e così autonominò una zona X in totale autonomia. Altre donne fecero la stessa cosa e tra le risate generali le normofemmine stabilirono nuovi posizionamenti del punto G che a quel punto divenne un punto G mobile. Il mio credo di averlo posizionato su un capezzolo. Non so con esattezza ma ricordo che la tizia che faceva il corso si rese conto di quanto fosse ridicolo insistere nelle modalità usate per gente che sentiva le proprie parti laggiù anche per quelle che da quelle parti non sentivano niente.