Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Personale/Politico, R-Esistenze

La realtà, di corpi, vite, generi, che spaventa il mondo

Quel che si sa è che l’imperfezione non può essere tema di rivendicazione. Se vuoi restare in riga devi rivendicare quel che comunque è fedele alle norme sociali. Rivendichi di poter vivere in santità, del tuo corpo rivendichi il riconoscimento della sacralità, della tua vita la maggior parte delle volte vendi menzogne che ti facciano comunque apparire fedele alle convenzioni sociali. Non puoi rivendicare uno spazio per dirti imperfetta e umana. Per descrivere la perdita di verginità di qualunque tuo orifizio. Per raccontare il fatto che il tuo corpo non è affatto sacro e dunque non lo tieni mummificato, perfettamente levigato, come tu fossi una statua di marmo.

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Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze, Storie, Violenza

Se sei stata abusata o se abortisci è sempre colpa tua

Lei scrive:

Ciao Eretica, volevo scrivere della mia battaglia ormai quotidiana. Faccio una premessa: quando avevo 3 anni mia madre (single) andava a lavoro e mi lasciava a casa con mio fratello, di 18 anni più grande di me. Non ricordo come cominciò, ma mio fratello ogni volta che si presentava la situazione appena descritta mi obbligava a masturbarlo. Ho pensato che fosse una cosa normale finchè mi è sorto il dubbio a 8 anni (le molestie erano durate un paio d’anni.

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Coming Out, Comunicazione, Contributi Critici, La posta di Eretica, Personale/Politico, Violenza

Lo stigma fa più male della follia: la mia storia

Lei scrive:

Cara Eretica,
Ti leggo spesso con piacere e stima per le battaglie che porti avanti.
Ho pensato di scriverti per sfogarmi raccontando un po’ della mia storia, che in questi giorni come non mai mi fa sentire esausta, stanca di stigma e pregiudizi.
Il recente attentato a Nizza, in particolare, è stato motore di alcuni riflessioni che covavo dentro da tempo.

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Sono una sex worker: lui non si sente un eroe per il fatto di amarmi!

A un passo dalla soglia, prima di andare incontro a un altro pezzo di futuro, mi volto indietro per guardarlo e dirgli ancora una volta che lo amo. Per quelle volte in cui mi accarezza sebbene io sia così trascurata. Per le volte in cui mi sveglia, la notte, in un impasto di mani e lingue, e facciamo l’amore, per poi riaddormentarci. Poche ore fa l’abbiamo fatto, e ho ancora il suo odore addosso. Non voglio lavarlo via per portarlo un po’ con me, dopo la sveglia pigra e le mie azioni abitudinarie. Metto sul fuoco un po’ di latte, mangio qualche fetta biscottata con la marmellata di fragole. Cerco di trovare un capo di vestiario che non sia sporco e mi accorgo che ho tardato troppo ed è ora che faccia un doppio bucato. Sistemo i capelli come posso, con i ciuffi che sfuggono, disobbedienti, e un ricciolo plasmato dal guanciale.

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Autodeterminazione, Personale/Politico, R-Esistenze, Violenza

#Stanford – Voce alla vittima di stupro: “Lettera al mio stupratore”

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Da Communianet.org (grazie a Saura Effe) a proposito di questa vicenda, riferita ad un ragazzo bianco, di buona famiglia, noto per le qualità sportive e il cui padre ha affermato che la condanna, se pur lieve, sarebbe troppo per una cosa durata “solo” “venti minuti”:

Pubblichiamo la traduzione della lettera scritta da una ragazza stuprata a Stanford, che è stata letta dopo la sentenza che ha visto l’incarcerazione (anche se con una condanna molto lieve) del suo stupratore e che è rimbalzata nelle ultime ore su diverse testate americane e britanniche. A precederla una nota introduttiva della traduttrice*.
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Inizio chiedendo scusa. Chiedo scusa perché tradurre questa lettera non è stato facile e perché la traduzione perfetta, purtroppo non esiste. Se qualcuno di voi volesse confrontare questo mio testo con la sua versione originale in inglese, troverà che in alcuni punti, viste le strutture grammaticali inconciliabili tra inglese e italiano, ho dovuto apportare qualche piccola modifica.
Vorrei qui dichiarare che nessuna modifica però è stata effettuata sul corpo semantico del testo, che anzi ho cercato sempre e strenuamente di rendere perfettamente, fino all’ultimo rigo. Il tutto perché volevo concedere a questa donna un altro po’ di giustizia, anche in una lingua diversa dalla sua, e far conoscere la sua storia anche a questo paese, che non è senz’altro estraneo ai casi di stupro.
Chiedo scusa inoltre per le mie imprecisioni, per gli errori che non escludo possano esserci stati. Ma da donna e da femminista mi sono dovuta interrompere più volte, per bere un sorso d’acqua, mettere il caffè sul fornello, per asciugarmi le lacrime. Spero però con tutte le mie forze di aver restituito un testo quanto più simile e vicino all’originale, autentico nel coraggio e nella forza della voce di questa donna.
Ad uso e consumo di tutte le ragazze del mondo.
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Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze, Sessualità

L’attrice porno Marìa Riot racconta la sua professione

Credit // Foto: Michelle Gentile - Credit // Lust Films - Chio Lunaire
Nella foto Erika Lust e Marìa Riot – Credit // Lust Films – Chio Lunaire

 

Ancora un’altra porzione di intervista all’attrice porno Marìa Riot. Trovate le prime due traduzioni QUI e QUI. Buona lettura!

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Sappiamo che morivi dalla voglia di conoscere lattrice porno María Riot, quindi labbiamo intervistata

di Paula B. Giménez per il Diario Registrado

traduzione di Grazia

Lavora con una delle registe di cinema xxx più importanti dEuropa e, perché no, delluniverso conosciuto. Erotismo Registrato ha avuto il piacere di intervistarla. [] Un consiglio? Accomodati sulla sedia, la piccola ventiquattrenne ha moltissime cose da dire. 

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La Depressa Consapevole: lo stigma e la discriminazione

E’ incredibile come il dolore trovi spazio perfino nella apparente patina di indifferenza costruita con i farmaci. Arriva tutto assieme, in un pianto incontrollato, e non si ferma, non mi lascia neppure il tempo per respirare. Difficile spiegare come il tempo di assenza sia dovuto ad un distacco non cercato, per non lasciarsi sopraffare dal dolore. Difficile spiegare che il dolore è tanto e tale da indurre il terrore perfino quando dovresti solo rispondere al telefono. Difficile spiegarlo a chi con superficialità relega la depressione all’angolo in cui l’ignoranza la lascia definire con uno stigma negativo, quello di pazza, quello di malata, detto da chi usa questi termini per screditarti, delegittimarti, insultarti, detto da chi, possibilmente, vanta una onorata carriera di filantropo o di missionaria, tanto pietosa per se stessa e totalmente analfabeta per quello che ti riguarda, gente che pensa di essere empatica e poi apostrofa con un “curati!” te che hai semplicemente espresso un’opinione.

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Donne ribelli, con la rabbia in corpo

Lei scrive:

Della metaviolenza dei nostri giorni

Non sono solita commentare i fatti di cronaca nera. Bombardati ogni giorno da morbosità mediatiche, giornalisti che ci riempiono di particolari inutilmente violenti, talk show che “intingono il pane” nel sugo delle tragedie.
Ma in pochi giorni abbiamo sentito parlare di “violenza sulle donne”, quasi quanto ne sentiamo parlare l’8 marzo (e dal 9 marzo di nuovo silenzio.)

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La Depressa Consapevole: io sono nessuno!

Soffrire di depressione e disturbi alimentari, come raccontavo ieri, porta a diverse non-scelte che mi mettono in situazioni che potrebbero sembrare comiche. Per esempio: i periodi di abbuffata sono quelli in cui non ci sono per nessuno, e quando dico nessuno intendo proprio nessuno. Il mio compagno può al massimo rivolgermi qualche parola, darmi un bacio di sfuggita, soffrendo per il mio sguardo assente che si riattiva soltanto in risposta a qualche provocazione. Il trillo del telefono mi terrorizza. Dire “pronto” è già un modo per accedere all’esterno, perché dalla voce si intuisce tutto. E poi chi mi telefona non si accontenta mica di sentirmi. Vuole anche vedermi, l’invadente. Fastidio, sudore freddo, panico. Se il mio compagno non c’è io non rispondo e poi, nel caso in cui qualcuno si preoccupa, devo ignorare il suono del campanello, il forte bussare alla porta da parte di mia suocera che obbedisce agli ordini del mio compagno: in media ogni paio di giorni, durante la mattina, quando lui è al lavoro, verifica che non mi sia suicidata.

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La Depressa Consapevole: soffro di dipendenza da cibo

Non scrivo da mesi e vorrei in parte aggiornarvi su quello che mi è successo e in parte lascerò che voi comprendiate quello che resta tra le righe. Nella mia vita la differenza tra una giornata e l’altra è scandita dalla luce e il buio, e quando abbasso le tapparelle neanche più da quella. Ho continuato a vedere mio figlio a cadenza mensile, più o meno, quasi come fosse una riedizione del ciclo mestruale mancato durante la gravidanza. Il mio compagno mi ha messo alle strette. Dice che devo provvedere da sola ai miei principali bisogni. Se voglio le medicine devo uscire a prenderle e se voglio cose da mangiare per i miei disturbi alimentari devo andare a fare la spesa. Ed ecco che alcune giornate prendono una piega decisamente comica, se non fosse che io le vivo in modo tragico.

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La differenza sessuale sta davvero nell’utero?

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Serena mi segnala questo articolo che invita a ragionare di differenza sessuale a prescindere dalla biologia. E’ una riflessione che soprattutto si riferisce alle femministe della differenza le quali ritengono che la differenza non possa essere nominata in termini di identità liberamente scelta. Chi dice che Sesso=Genere, così come fa Luisa Muraro, d’altro canto nega l’esistenza di altre persone che si definiscono donne, anzi lo sono, a prescindere dalla biologia. Varie volte ci siamo riferite alle trans, ma che dire delle persone intersex? E che dire di questa donna che racconta come la differenza sessuale in realtà non stia affatto nell’utero?

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Se la zoccola è malata di certo se l’è cercata

12237058_1710350299196127_532970335_nLei scrive:

Cara Eretica, ti scrivo dopo aver letto la storia delle disavventure ginecologiche di una prostituta. Sono anch’io, come lei, una sex worker e mi è venuta in mente, adesso, una giornata trascorsa al limite dell’assurdo, tra pronto soccorso, visita ginecologica, ecografie varie, perché una mattina, all’improvviso, cominciai a sentire un dolore molto forte laggiù. Sapevo di non dover temere conseguenze dal mio lavoro perché mi sono sempre presa cura di me come dei miei clienti. Non ho ereditato malattie sessualmente trasmissibili né traumi di alcun genere. La mia vita scorreva esattamente come quella di ogni donna che fa sesso frequentemente. Non l’ho mai fatto in tempi da catena di montaggio. Ho sempre svolto anche un altro lavoro e il sex working l’ho gestito con i miei tempi.

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#SexWorker e #PornoFemminista: María Riot, il piacere come bandiera

Foto: María Faux
Foto: María Faux

 

Intervista a María Riot: il porno femminista e il piacere come bandiera – di Gustavo Yuste

Traduzione di Grazia

Dialogo con lattrice porno e attivista María Riot. Incontrai nel porno alternativo femminista una maniera di esprimermi, dice chi inoltre esercitò la prostituzione per scelta propria. Grazie allessere una lavoratrice del sesso, per esempio, posso dedicare la maggior parte del giorno a fare attivismo per i diritti degli animali, segnala. Le sue prime inquietudini con il mondo del porno, i pregiudizi che dovette affrontare e la fondazione di Animal Libre in Argentina, nella seguente intervista. 

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Sono depressa, con disturbi alimentari, e mi vergogno per questo

12832299_1695512064020295_3815553688087680987_nLeggendo la vicenda di Wentworth Miller non ho potuto fare a meno di sentirmi un poco sollevata, perché lui ha trovato la forza di dire cose che io non so ancora dire. Ho bisogno dell’anonimato per dichiararle anche a me stessa e riconosco di essere ancora molto fragile per quanto sia, come è stato lui, in lotta.

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#SlutPride: racconto la zoccolaggine, alla luce del sole!

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Lei scrive:

“Ciao, io sono una zoccola”; iniziare così mi sembra ridicolo, però è vero. Sono una zoccola rigorosamente etica, vivo le mie relazioni nella più totale onestà e trasparenza con tutte le persone coinvolte – e, ovviamente, loro mi ricambiano lo stesso favore. Non ho mai avuto una relazione monogama in vita mia, e questo non mi crea assolutamente problemi; sono capace di gestire più di una relazione, farlo mi rende felice, non rende infelice nessun altro, quindi, beh, perché dovrei smettere?
Tra queste relazioni, ce n’è una che proprio una relazione non è. Insomma, faccio la sugar baby: un po’ meno costosa e più a lungo termine di un’escort, ma il concetto è più o meno quello, almeno credo io. E mi fa ridere (ridere per non piangere) che, in tutto ciò, al mio paese verrei bollata come l’ultima delle ragazze di strada solo perché porto abitualmente dei preservativi in borsa.

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