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Mamma cattiva!

Mi è partito il filone mammesco e vabbè. Le persone sono multiple e complesse e dunque  dovrete sorbirvi – se volete, altrimenti potete sempre cambiare blog – anche codeste parti di me. Ovviamente io dico mamma perché sono mamma. Se fossi stata babbo avrei detto babbo. Ma le cose di cui parlo credo riguardino entrambi i genitori.

Mamma con l’occhio languido, che vede quel corpo estraneo e lo incontra per la prima volta che ti guarda, fisso, e chiede, chi cazz’è quella faccia tonda, con la bocca tonda, con l’occhio tondo e via di geometriche definizioni da cui escono suoni indecifrabili?

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Libera i bimbi. Liberi tutti!

Al piano di sopra s’è trasferita una famiglia nuova. Lui, lei e un bambino. Di lui non si sa niente, di lei più o meno tutto quello che trasuda dalle pareti che non isolano nulla.

Urla da mattina a sera, sta zitto Piero (e faccio finta che il bambino si chiama così), non muoverti Piero, e mangia Piero, e sbrigati Piero e vaffanculo a Piero che secondo me tra strepiti e intimidazioni è lì a unire uno ad uno le lenzuola per scappare da quella prigione.

Li incontro all’ascensore, lei un po’ triste, sbrigativa, ché deve avere una vita un po’ di merda, il bimbo ben vestito, curato, sembrerebbe tutto a posto. Vivace, si, molto vivace. Non sta fermo un attimo. E allora penso che lei provi un po’ a tenerlo quieto mentre lui spera di conquistare il mondo con l’energia che ha.

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Sono una badante e lei se l’è fatta addosso

La bambina ultraottantenne che ho in custodia la mattina si è fatta la pipì addosso. E’ la prima volta che le capita da che ci sono io. Stava lì seduta sulla sua poltrona a guardare una tivù che è vero un po’ è da farsi addosso. Un po’ d’urina talvolta la stimola anche a me.

A un certo punto ho visto gocciolare e lei non s’era accorta. Così le ho chiesto di venire su con me che la portavo in bagno. Continuava a chiedermi perché. “Non devo andare” – mi diceva. Non ho potuto fare a meno di dirle che fosse necessario farci belle e profumarci e poi potevamo andare a passeggiare vicino al suo balcone. Così s’è resa conto e ha cominciato a toccarsi i pantaloni e poi la faccia per nascondersi per la mortificazione.

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E’ stato un incidente…

Vorrei piegare la mia pelle e riporla in un cassetto. Vorrei accarezzare le ossa, povere ossa stanche. Ho il femore più sexy della terra e il menisco consumato dalla corsa.

Io corro tanto. Corro sempre. Corro ogni giorno da che sono nata. Corro anche quando  dovrei camminare. Correvo, oggi, per raggiungere un’amica che aveva avuto un incidente d’auto.

“Ma dove sei?” In cima alla via X. E mi precipito. Poi la vedo, in ospedale, quei criminali che non vedono le biciclette e chi ci rema sopra. E me la bacio e me l’abbraccio. Poi vuole che le porto un buon giornale. Liberazione ha chiuso, che mannaggia, Il Manifesto che due palle, L’Unità manco a parlarne, il Corriere della Serva e La RePubica non se ne parla, e quegli altri non sono da citare. Ho capito, amica mia, ‘azzo ti compro? Mica vorrai un fumetto?

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Come idratare la patata

Visita dalla ginecologa.

Pronostici sulla mia condizione da pre-menopausa.

Mi chiede se accuso sintomi di qualche tipo.

“A parte la follia?” – avrebbe detto la mia amica, che lo sa bene che mi sono portata avanti sul lavoro. Perciò chiedo di che sintomi si tratta. Cosa dovrei sentire esattamente? Subirò una metamorfosi?

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Toccami sempre

Volevo dire, tra una telefonata erotica ed un’altra, che stamane ho ricominciato a fare da badante alla piccina. L’ho ritrovata accomodata sulla sua poltrona, dito incollato al telecomando, volto grinzoso ma curato, ché la figliola l’ha trattata bene anche se non sembra l’abbia fatta spostare un metro da quella posizione.

Le ho raccontato delle mie vacanze, e si fa per dire, in quella trappola di negozio dove ho impacchettato regali per pochi euro che non mi sono stati ancora corrisposti. Dirle che c’era gente che comprava gran sciocchezze l’ha fatta ridere, tant’è che le ho messo in ridicolo ogni cosa, per distoglierla da quella scatola televisiva.

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Fammi vento

La verità è che certe mattine mi guardo allo specchio e penso di essere talmente brutta e consumata da non riuscire neppure a immaginare di avere qualche possibilità per il mio futuro.

La verità è che provo a farmi coraggio ma lo so da me che il mio domani non esiste perché non c’è un domani per quelle come me. Allora devo adeguarmi a quello che non ho e devo farmelo bastare. Devo lasciar stare i sogni di realizzazione perché me li hanno frantumati contro mille delusioni. Devo accontentarmi di essere quella che sono, una che non ha più tempo e che non può immaginare che domani sarà diverso.

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L’emozione e l’incertezza

Voglio parlare di cose intime, quelle che mi fanno persona e che dicono tanto di me. Voglio tentare di definire un’emozione, che non per forza deve essere positiva, ma c’è e mi rende viva. E’ quella costante dimensione d’incertezza che sento sulla pelle e con la quale ho imparato a convivere.

L’ho fatta diventare un abito buono per tutte le occasioni e me lo sento, lo annuso, lo accarezzo, è parte di me. E’ una fiamma che cuoce il mio corpo a fuoco lento e mi avvolge, mi impedisce di emergere, non posso soffiarlo via perché è inutile e non mi permette neppure di riposare.

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Belle a passeggio

La bambina ultraottantenne che accudisco la mattina mi è più familiare. Sono trascorsi quattro giorni e ho fatto qualche minuscolo progresso.

Ogni tanto mi osserva. Distoglie lo sguardo dalla televisione e dice delle cose. Esprime delle opionioni sui programmi che vede. Pochi cenni, mentre io già conosco la programmazione televisiva del mattino quasi a memoria.

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Non farò crollare il cielo

Ho mandato decine e decine di mail con curriculum. Ho fatto tante telefonate. Ho girato in lungo e in largo per fare vedere la mia faccia e già che c’ero anche il mio culo. Non è come vent’anni fa ma non è brutto e se per un posto di cameriera o di impiegata ti serve guardarlo da vicino io te lo mostro, basta che mi dai il lavoro.

C’è un limite alla vendita di se’? Non so. Ora come ora potrei vendere qualunque cosa. Voglio uno stipendio, soldi, autonomia. Voglio smettere la precarietà. Voglio finire di misurare i respiri, l’ossigeno che devo consumare, oggi si, domani no, dopodomani chissà.

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Precaria? Depressa? Toccati di più!

Tutto comincia qui.

Dicevamo che quando resti senza lavoro provi a cercare, ti sbattono un po’ di porte in faccia, ti scoraggi e finisci per non cercare più.

Resti a casa a coltivare sensi di colpa e vergogna e ad alimentare la vergogna contribuisce il fatto che non stai bene, non vivi bene, ti deprimi, fai poco o niente tutto il giorno, la tua attività fisica prevalente coinvolge i pollici mentre cambi i canali della tv, se hai un computer alleni anche le altre dita ma il tuo culo resta sostanzialmente fermo e assume una forma sempre più quadrangolare.

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Santa precaria

Siamo alle solite. Devo un po’ scegliere. Senza stipendio non posso vivere per conto mio, realizzare nulla che mi appartenga, avere spazio d’autonomia. Semplicemente dipendo da.

La dipendenza tenti di evitarla finchè puoi. Infine ti capita di investire tutto ciò che hai nella famiglia, in una relazione, e allora non hai più nulla e non ti viene restituito nulla.

Non posso scegliere. Non posso andare avanti. Non posso neppure soccorrere mia figlia che ha il suo tempo da vivere che giudico prioritario rispetto al mio ma non ho davvero niente da darle.

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La ginecologa moralista

Mi dicono che la libido di una donna in pre-menopausa sia in ribasso. Io devo tenerne conto, penso, e se non voglio apparire eccessivamente stravagante devo recitare la parte di quella che quando sente uno stimolo scomposto fa finta di niente.

Indifferente. Così mi devo comportare. Ventaglio alla mano e il resto non mi tocca.

Sublimerò l’incanto, il tremore, la passione. Intanto prendo fresco e faccio finta che non mi riguardi il mondo che mi chiama da laggiù.

La ginecologa mi guarda fisso negli occhi. Ho un utero vissuto, dice.

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