Cara Eretica, sulla tua pagina ho letto diverse storie che parlano di depressione.
Ammetto che, inizialmente, quando vedevo pubblicato un post su questo argomento, non lo aprivo. Ero come un’anoressica che copriva gli specchi di casa. Non avevo voglia di vedere il mio marcio riflesso nelle vite degli altri.
Poi capitò che, durante una notte insonne, mi costrinsi a leggere quelle storie. Tutte. Più volte.
Le leggevo e giocavo a “ce l’ho, manca”: qui mi rivedo in questo, qui io non avrei fatto così.
Le leggevo e talvolta ammiravo il coraggio dei protagonisti, altre volte non ne condividevo la pavidità: ma non ho mai smesso di invidiarli perché hanno saputo raccontarsi, mettersi a nudo.
Così ho deciso di raccontare la mia, di depressione. Anche se potrebbe non interessare a nessuno. Anche se ho paura che mi sanguinino occhi e dita nel farlo.
Avevo scelto di firmare la mia confessione, perché sono stufa di mentire, di tacere. Ho cambiato idea in corso d’opera perché temo ancora il giudizio della gente. Come ho già detto, nella depressione pavidità e coraggio scopano insieme.
Mi chiamo con un nome che non riesco a dirvi, e ho un male che mi succhia via la voglia di vivere.
La mia parassita, però, ha scelto di palesarsi sotto spoglie non convenzionali: io esco di casa, studio, lavoro, ho una relazione, ho degli amici, non sono apatica, non ho mai smesso di prendermi cura di me.
Eppure, tutto quello che faccio sembra essere scritto col gesso su una lavagna di costante dolore.
Cominciò tutto con le crisi di panico. Brevi e feroci momenti di follia pura, in cui, ogni volta, non riuscivo a convincermi che non stessi morendo. Seguì la paura di allontanarmi dai luoghi a me familiari: prendevo il treno per andare all’università e alla prima fermata dovevo scendere e trovare urgentemente un mezzo disponibile per tornare a casa. Arrivarono gli scatti d’ira incontrollata: parole irripetibili, urla con voce irriconoscibile, oggetti volanti. Giunsero i fallimenti: laurea rimandata all’infinito e mai conseguita, lavoro senza stimoli, sogni chiusi in un cassetto di cui ho gettato via la chiave.
Sono ormai considerata un essere umano nella media. Per me, un essere umano mediocre.
Ho sempre avuto grande fiducia nelle mie capacità, grandi aspettative, grandi obiettivi. Ho sempre fatto di tutto per eccellere in ciò che amavo fare; non volevo essere la migliore in tutto, ma di sicuro non accettavo il secondo posto in quelle che io sapevo essere le mie capacità caratterizzanti, nei talenti che mi rendevano speciale, che mi rendevano Me.
Le mie difficoltà non superate sono diventati macigni di vergogna che mi tengono ormai schiacciata a terra, quando io ho passato la vita a costruirmi ali meccaniche per volare.
Mi sento una fallita perché ho perso la mia anima: non scrivo, non leggo, non disegno, non ballo più. Ed ero brava in queste cose. Me lo ripeto ogni giorno, per non dimenticarmene.
La mia relazione ha subito colpi duri per questo: il sesso è diventato per me dolorosissimo e per nulla piacevole, il mio corpo si chiude per non farlo avvicinare; lui da compagno si è tramutato in psicologo e capro espiatorio all’occorrenza. Senza lasciarmi mai. Senza tradirmi mai. Senza odiarmi mai. E io invece di essergliene grata mi sento solo in colpa.
Ecco, il capitolo dei sensi di colpa. Ne ho a pacchi, per qualsiasi genere di esperienza. Se ripenso ancora a quella volta che feci i capricci per un giocattolo che mio padre mi regalò con tanto amore e fatica, ma che io credevo più brutto di quello donato a mia sorella, m viene da vomitare dal dolore. Gli chiesi scusa un secondo dopo, chiesi scusa anche a quel cagnolino di plastica talmente mi sentivo male, non lo lasciai più, lo tengo ancora sul comodino; ma, ad oggi, mi sento ancora la peggiore delle stronze. Ed è così per ogni errore che faccio, piccolo o grande che sia, mi tormenta fino a scavarmi la carne.
Nonostante questi scompensi nella mia vita emotiva, io faccio tutto normalmente. Mentendo.
Esco quando vorrei chiudermi in casa a fissare il soffitto per ore, rido e scherzo mentre penso che mi piacerebbe tagliarmi le vene sdraiata a letto sotto le coperte, bacio appassionatamente quella meraviglia di persona che ho accanto, anche se so che, tornati a casa, non faremo l’amore. E io lo amo, Dio solo sa quanto.
È successo qualcosa nella mia vita che possa giustificare questo massacro della mia felicità?
Assolutamente no. Ho solo cominciato a soffrire, per tutto, e da allora non ho più smesso. Il dolore senza causa mi accompagna sempre.
Perché sto raccontando questo proprio a te, Eretica, e a chi ti segue?
Perché ho bisogno di urlare, ed è più facile farlo con voi, che non avete mai assistito al mio show quotidiano in cui interpreto la ragazza sana.
Perché anche i clown prima o poi si struccano, ma quando lo fanno si assicurano di non essere visti da qualche bambino del pubblico.
Grazie di cuore.