Culture, Vedere, Violenza

Donna transgender: per il Texas la sua sparizione conta meno

Kimberly Avila, che i media americani si ostinano a chiamare Ramiro, è una donna transgender ed è una delle centinaia di migliaia di missing person che nel Texas diventano meno importanti se nativi americani, afroamericani, latini e transgender. Nel suo caso le è stata imputata la “colpa” di essere una sex worker e dunque di essersela andata a cercare, in più ne è derivato un caso di criminalizzazione della sua famiglia, delle persone transgender e sex worker che secondo la polizia non sarebbero stati disponibili a “collaborare” sebbene poche settimane prima della sparizione della donna il quartiere in cui lei lavorava fosse stato oggetto di un raid punitivo con arresti mirati proprio contro le sex worker e le transgender. La cultura punitiva e stereotipata, piena di pregiudizi e sessista e transfobica è talmente alta che la famiglia di Kimberly si è vista strappare perfino i volantini di ricerca affissi per le strade per chiedere informazioni circa la sua sparizione. Se sei donna transgender e sex worker dunque non meriti nulla.

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Melania Rea: fu un femminicidio?

Melania Rea viene uccisa nel 2011, secondo la sentenza definitiva, da suo marito Salvatore Parolisi. Il documentario Delitti in famiglia dedicato, molti anni dopo, al caso di Melania, fa emergere un quadro molto più complesso rispetto a quello recepito dal circo mediatico di allora. La criminologa intervistata parla di un rapporto maltrattante, vessatorio, in termini psicologici ed economici, e riguardo al condannato parla di personalità narcisistica, dedita al controllo, a partire da ciò che lui diceva nelle interviste, parlando di lei come della bella donna che a lui restituiva piacere per il fatto che gli altri la guardassero. Melania, in quelle interviste, scompare, non c’è, esiste solo per la gratificazione del marito.

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Sara di Pietrantonio: stalking preludio di femminicidio

Sara di Pietrantonio è stata uccisa a Roma nel maggio 2016 dal suo ex Vicenzo Paduano. Prima nota: quado si parla di femminicidio è orrendo pubblicare la foto dei due abbracciati e sorridenti. Non rappresenta nulla di ciò che è successo. Evitate. Seconda nota: la sentenza definitiva di condanna per Paduano, come ricorda l’investigatrice, nel documentario Ossi di Seppia, parla anche di stalking come elemento comprovante la premeditazione che gli costa l’ergastolo. E’ la prima sentenza che mette in relazione le due cose ed è importante in termini culturali.

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Stalking: controllo e paura per le vittime

Lo Stalking è una delle forme di violenza più sminuite in assoluto in moltissimi stati occidentali. Negli Stati Uniti risolvono con un ordine restrittivo che viene costantemente violato e dato il sistema giudiziario fallace anche se c’è una violazione di tale ordine lo stalker viene subito rilasciato su cauzione. E’ così che si autofinanzia il sistema penale degli Usa, con i soldi dei carcerati. Perciò i poveri restano in carcere e i ricchi sono a spasso.

In Europa non va molto meglio, solo di recente per noi è stata approvata una legge che però ha delle falle perché lo stalking non viene visto come il preludio di qualcosa di più grave. Si passa dal “Ignoratelo” al “forse hai fatto qualcosa per incoraggiarlo” al “se non commette una azione davvero criminale (uno stupro o un femminicidio) non possiamo agire… abbiamo le mani legate”. Dunque si chiede alla persona che denuncia lo stalking di dimostrare attraverso copie di mail, messaggi, foto, video, roba seria, gravissima, non equivoca, che lo stalking si sta compiendo.

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#GiuliaCecchettin: ricatti emotivi e obbligo di cura

Leggere dei ricatti emotivi che Giulia Cecchettin ha dovuto subire fino al momento in cui Turati non l’ha uccisa mi fa pensare a molte cose, tutte brutte. Per esempio all’idea che la cultura patriarcale infonde alle donne come se da esse ci si debba aspettare sempre la cura, l’asservimento, la pietà, la comprensione, tutto ciò al di là delle proprie esigenze. Quando Giulia diceva no, Filippo la ricattava, esigeva da lei attenzione, quella che la cultura maschilista ti abitua a dare all’uomo che tu femmina hai il dovere di aggiustare, consolare, fregandotene di te stessa.

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#GiuliaCecchettin e il negazionismo della destra

“Negazione del problema sistemico della violenza di genere, strumentalizzazioni politiche su un femminicidio, editoriali paternalisti scritti da uomini che pretendono di insegnare come comportarsi alla sorella di una ragazza uccisa: buongiorno dai quotidiani della destra” Scrive https://twitter.com/stanchezzaa e ha ragione.

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Aurelia e il femminicida bugiardo

Aurelia Laurenti viene uccisa dal compagno Giuseppe Forciniti il 25 novembre 2020, in provincia di Pordenone. La sua storia è la prima della nuova serie di Amore Criminale e sono lieta di non aver dovuto vedere sfilare i difensori del femminicida tra gli interventi. Coraggiosi e meravigliosi i familiari che hanno donato questa storia che può insegnare ad altre qualcosa che permetta loro di trarsi fuori da relazioni rischiose prima di essere uccise.

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Autopsia di un delitto: un film che vale la pena rivedere

E’ del 1984, ricordo di averlo visto dopo la mia separazione dal mio ex marito e quando guardavo stringevo i pugni, molte delle cose che venivano crudemente, coraggiosamente, raccontate, nel film le avevo vissute sulla mia pelle.

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Lettere al carcerato femminicida: perché le donne scrivono agli assassini

Tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta, internet non era come ora, secondo un documentario su crime history (rintracciato su web in inglese), negli Stati Uniti scoppiò uno scandalo su un gruppo di associazioni religiose che consigliava alle donne di scrivere ad uomini in galera senza spiegare il motivo per cui stavano scontando la condanna. Alcune donne divennero vittime dei loro amici di penna non appena questi ultimi uscirono di prigione e la cosa destò scalpore. Inorridite le associazioni che ritenevano un criminale non potesse mai volgere mano violento contro un’anima buona, come se le prime vittime del criminale fossero meno che anime buone. Inorridite le istituzioni che diederò la colpa alle donne scriventi, nonostante fossero state assillate dall’idea che solo loro avrebbero potuto salvare quei criminali.

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Yara e l’assassino italiano dagli occhi azzurri

Su Netflix trovate il film che racconta la vicenda orribile che ha toccato Yara e tutta la sua famiglia. Racconta la tenacia della pm e la raccolta, per l’Italia un fatto inedito, a differenza degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, di campioni di Dna attraverso i quali la Pm è riuscita a risalire a Massimo Bossetti, prima definito Ignoto Uno. rintracciato per genealogia genetica ovvero per somiglianza del dna della madre. Bossetti è stato condannato in via definitiva, dopo tre gradi di giudizio, all’ergastolo e di recente avrebbe fatto richiesta di poter riesaminare i campioni di Dna, cosa che a quanto pare non sarebbe ancora avvenuta. Si proclama innocente, per la giustizia è colpevole di aver portato la bambina in un campo, averla svestita, averla uccisa, ferendola più volte, poi abbandonata in quel campo dove la bambina sarebbe morta di freddo e per le mancate cure.
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Elisa Claps, Heather Barnett: vittime di un femminicida italiano

In questi giorni è andata in onda sulla Rai una miniserie, tratta dal libro di Jones Tobias Sangue sull’altare, che ripropone la vicenda di Elisa, Heather e il loro carnefice Danilo Restivo, raccontando le complicità, le ambiguità, l’ostruzionismo, di cui la famiglia di Elisa furono vittime al punto da dover attendere 17 anni perché si annunciasse il ritrovamento di Elisa.

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Contrattacco Maschilista: se non riesci ad acchiapparli li chiami “serial killer”

Kenneth Bianchi e Angelo Buono furono definiti serial killer, solo perché dopo le prime uccisioni di giovani sexworkers afroamericane ampliarono il raggio d’azione a “brave ragazze” bianche (incluse minorenni) del ceto medio. Non fosse stato per quello non se ne sarebbero mai accorti. Conosciuti come gli strangolatori di Hillside, Los Angeles, furono utilizzati dai media per terrorizzare donne sole e di strada. In realtà non dipendeva certo dal mestiere che facevano o dal luogo in cui le donne si trovavano, perfino in casa propria. Così alla fine dovettero definire il concetto di serial killer per spiegare il perché questi due carnefici avevano variato la scelta delle vittime (comunque sempre donne) e offeso la parte salda della bianca società borghese. I patriarchi istituzionali non vedevano l’ora di fargliela pagare e mentre Bianchi fingeva di avere personalità multiple, per cui solo una di quelle poteva essere giudicata in tribunale, l’altro finse di essere un bravo imprenditore fino alla fine.

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Anatomia di un femminicidio

Il corpo della vittima è più ampio, non comprende solo la donna che risiede poi su un tavolo in obitorio, comprende la sua cerchia ristretta e quella più ampia. La famiglia, i figli, gli amici, le amiche, le colleghe di lavoro o di studio, tutti ne restano coinvolti. Il punto di vista di una figlia di una vittima di femminicidio è importante ed ecco la sua lettera:

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Contrattacco maschilista: il teorema delle “false accuse” che favorisce i femminicidi

Tiana Notice uccisa da James Carter

Nell’America di Law & Order le cose in effetti stanno un po’ male, come ho già scritto. Questa vicenda è avvenuta nel Connecticut e spiega il perché il tasso dei femminicidi negli Usa è tanto alto.

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