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I comandamenti del Ddl Pillon: non divorziare, non responsabilizzare e non disturbare il Pater Familias

“Meglio divorziata che ragazza madre!” – disse una parente obbligandomi a fare quel che non volevo fare. Ossia un matrimonio riparatore. Aspettavo un figlio e non potevo farlo senza che venisse regolarmente riconosciuto come frutto dell’unione coniugale di un uomo, benché violento, e una donna. E’ una sintesi estremamente semplificata ma non aggiungo complessità perché quel che mi interessa è commentare alcune battute di esponenti politici a sostegno del ddl Pillon, il ddl sull’affido condiviso, i quali sostanzialmente ammettono di voler fare di tutto affinché il divorzio non sia un’opzione. Io concludo che nel caso di legami infarciti di violenza si pensa sia “meglio una donna morta che divorziata”. D’altra parte c’è chi dichiara di essere contro l’aborto e di voler riportare l’ordine sociale all’età della pietra, ovverosia al tempo in cui una donna doveva solo fare figli, pensare alla cura familiare e ritirarsi da qualsivoglia impegno lavorativo retribuito per lasciare il posto agli uomini che dovrebbero – e giuro che è stato detto questo – essere pagati di più per consentirgli un mantenimento perfetto della famiglia.

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Sentenza di cassazione: mantenimento non più in rispetto del precedente tenore di vita

La sentenza di cassazione che decide che non si deve più valutare la cifra sul mantenimento dell’ex in relazione al precedente tenore di vita non piace ad alcune femministe che ritengono, ancora, sia necessario favorire una modalità patriarcale e paternalista che giudica le donne vittime e bisognose di tutela da parte dell’ex.

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La solitudine della vagina

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Prima dell’uomo con cui vivo adesso stavo con un ragazzo bellissimo, intelligente, fantastico a letto. Non avrei mai voluto che finisse, invece un giorno mi si presenta e dice che non è innamorato di me. Dice che gli piaccio, sta bene con me, ma non mi ama. Un sabato sera che eravamo andati al solito posto con gli amici lo avevo visto parlare con una tipa. Ridevano, erano vicini, sentivo che non era una semplice chiacchierata tra conoscenti. Erano preliminari e avevo pienamente ragione a pensarlo.

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Non mi separo perché sono economicamente dipendente

Sono tre storie diverse accomunate da un unico problema: la dipendenza economica.

Non te la faccio lunga, vorrei separarmi, ma non ho un lavoro e non so dove andare. Lui sa che è così e non mi butterebbe mai in mezzo alla strada. Siamo in affitto e l’affitto lo paga lui. La spesa la fa lui. Io mangio perché lui mi dà da mangiare. In cambio faccio veramente molto poco. Pulisco, metto i panni in lavatrice, preparo qualcosa per la cena perché lui a pranzo non c’è. Però lui è una persona autonoma e quello che faccio io serve relativamente. Passo il tempo a leggere e guardare la televisione. Sto molto tempo su internet, soprattutto su facebook, e ho scoperto che sono tante le donne nella mia stessa situazione, disoccupate che finiscono per diventare facebook dipendenti. Ho cercato lavoro per tanto tempo ma non trovo niente e sono troppo grande per emigrare perché non saprei da dove iniziare. Restando in casa mi abbruttisco e ho sviluppato qualche malattia, perciò lui mi deve anche fare curare. Se mi lasciasse non saprei che cosa fare, sarei completamente sola. Se io lo lasciassi non saprei come mantenermi. Ma per quanto tempo potrò imporgli un rapporto che non è più un rapporto? A malapena dormiamo insieme, non facciamo sesso da una vita, non ci capiamo neanche più. Non so che fare.

Firmato F.

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L’amico separato

L’incontro avviene nel bel mezzo di un’isola pedonale con panchine, bar e tavoli all’aperto, gente che passeggia e ambulanti che espongono merce colorata dal sapore etnico. Lui è un mio amico, di vecchia data, compagno di lotte e di belle letture. Non ha un bell’aspetto e già posso immaginarne la ragione. Ma capita sempre più spesso che tra la gente della mia generazione io incontri persone che hanno vite e relazioni interrotte, con tutto quel che ne consegue.

stai ancora con…?

no, ci siamo lasciati.

E la sua espressione si fa cupa, poi un minimo incazzata e allora prende a raccontare senza più fermarsi. Avevo conosciuto la sua compagna l’estate che tornò dalla città in cui s’era trasferito. Voleva presentarla ai suoi. Gran bella donna, intelligente, simpatica. Ricordo chiacchierammo per ore e un pomeriggio la portai in giro, io e lei da sole, mostrandole i mercati e quegli angoli palermitani che vorrei il mondo intero amasse tanto quanto li amo io. Ero felice della scelta del mio amico e glielo dissi. Sarebbe stata una gran vita, la loro vita. Poi lo rivedo in queste condizioni, e si che ho saltato un turno perché l’anno che lui tornò a mostrare ai parenti anche sua figlia stavo altrove, ma non immaginavo davvero, o forse sto dicendo grandi cazzate perché in fondo lo so bene come certi rapporti possono capitolare quando i bambini sono piccoli.

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Giustizialismo ed esaltazione del materno

forconiLa giustizialista pro/madri somma pratiche e teorie di quella corrente di pensiero che dice di voler liberare le donne accreditando il valore delle prigioni, che smentisce accuse generiche, stereotipate, pregiudizievoli e gratuite ripartite contro persone e generi accreditando altre accuse contro altre persone e altri generi. Tenta di sconfiggere il padrone utilizzando gli strumenti del padrone, come si sarebbe detto una volta. E dunque immagina di salvarsi dal patriarcato consegnandosi al patriarcato (buono). Pensa di opporsi al paternalismo legittimando e sollecitando paternalismo di Stato. Invoca diritti/poteri per le donne a seconda del ruolo che rivestono, dunque invoca diritti frazionati e non già per le persone ma per le madri, le donne incinte, le mogli, perfino le ex. In fondo adopera riduzionismo biologico per identificarsi in una categoria “protetta”. Se per le donne reclama presunzione di innocenza agli uomini assegna la presunzione di colpevolezza.

La giustizialista rinuncia all’autorganizzazione e consegna il corpo delle donne a papà Stato. La stessa cosa fa con i corpi dei figli, esigendo una ingerenza istituzionale in cui il possesso su quei corpi è sancito a suon di sentenze, perizie e controperizie. Per lei nelle separazioni i figli devono restare con le madri, facendo dell’esaltazione del materno quasi un mestiere, i padri ci saranno invece con il contagocce e quelli che vogliono esserci di più sono cattivi ed ogni cosa si farà per dimostrarlo.

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Figlia, separata, torna con allegata prole (che palle, disse la nonna!)

Quando mia figlia si sposò e disse che aspettava un bambino tentai di spiegarle che non sarebbe stato semplice, avrebbe dovuto pensarci bene, e potrei recitare qui la parte della madre affranta e preoccupata esclusivamente del suo bene, ma se si può accettare il fatto che io sia umana allora sono libera di dire che in quel momento pensavo anche a me stessa.

C’è chi ritiene che una donna debba essere sempre felice e sorridente mentre lava e stira, cucina e rassetta, quando nessuno chiede come stai e quali sono i tuoi reali desideri, e se dichiari apertamente che non ne puoi più, e ad un certo punto vorresti fare anche altro, ti tolgono l’aureola e ti spediscono nel peggiore girone dell’inferno.

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