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#Parma #ClaudiaNonSeiSola: condannati in primo grado per stupro di gruppo

Update: questo il racconto di Claudia il giorno dopo la sentenza.

Ieri ultima udienza presso il tribunale di Parma dove le compagne presenti hanno assistito ai comportamenti insultanti di chi ha dato loro delle “indecorose” (tutta colpa delle femministe!). Una delle compagne racconta su Radio Onda Rossa che sebbene fuori dall’aula, ad occupare il corridoio, hanno comunque sentito le arringhe degli avvocati difensori degli stupratori i quali hanno sostenuto una strategia difensiva tutta volta a screditare Claudia. Già i sedicenti “compagni” le avevano  dato dell’infame, prima di arrivare in tribunale, perché si è costituita parte civile in un processo che non ci sarebbe stato, immagino, se gli stupratori non avessero conservato e fatto circolare un video in cui lo stupro è visibile. Si vede lei, incosciente, non in grado di dare consenso, e questi giovani che ridono, trovano divertente quello che hanno fatto e molti “compagni” e “compagne” del circuito di Parma lo hanno trovato divertente a loro volta senza che qualcun@ si accorgesse di quella violenza, si rendesse conto, si arrabbiasse per poi dire basta.

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#Firenze: “la Ragazza della Fortezza siamo noi”

La discussione, interessante, complessa, difficile, sulle motivazioni della sentenza che assolve, con sentenza definitiva, sei persone dal reato di stupro di gruppo nei confronti della Ragazza della Fortezza, non è ancora finita. Ho ricevuto e pubblicato la lettera della ragazza, il testo della sentenza, la lettera di una delle persone assolte. Ho formulato analisi e ora, alla vigilia della manifestazione fiorentina, accolgo il contributo di Alessandra Pauncz, psicologa e psicoterapeuta, fondatrice a Firenze del C.a.m. (Centro ascolto uomini maltrattanti). Buona lettura!

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La Ragazza della Fortezza siamo noi

di Alessandra Pauncz

Come spesso accade con le situazioni di violenza, la difficoltà e quella della distanza da cui guardiamo ai fatti.
Chi di noi non ricorda una serata goliardica ed alcolica recente o passata. Situazioni con gruppi di ragazzi, alcuni conosciuti, altri meno, in cui alcool ed erotismo si mischiano al salmastro di notti estive che rinfrescano giornate torride.
Di flirt più o meno spinti con più di un ragazzo/a che a fine serata possono evolvere in avventure. Dove c’è una certa fluidità ed intercambiabilità sull’esito della serata.

Occasioni in cui si dicono dei sì e si dicono dei no, che se non vengono rispettati fanno di noi la ragazza o i ragazzi della Fortezza.
Forse dovremmo partire dalla vicinanza con nostre storie simili, piuttosto che da una posizione di distanza nel guardare a questa vicenda. Le verità processuali hanno meccanismi propri che spesso si allontanano dall’esperienza soggettiva di chi interpreta i ruoli di accusa e difesa. La dicotomia legata all’innocenza e alla colpevolezza catalizza la nostra attenzione distogliendoci da noi stessi. Siamo noi le vittime? Accusati ingiustamente? Siamo noi le vittime? Aggredite brutalmente? Nei commenti e nelle riflessioni lette in questi giorni spesso mi domando: a quali degli episodi della tua vita stai connettendo questa storia?
Ecco quello che leggo io dalla sentenza di assoluzione.

La Ragazza della Fortezza era con persone che considerava amiche. Forse anche qualche cosa di più. Aveva avuto un rapporto nel pomeriggio con uno di loro e avevano girato un film insieme. Erano persone di cui si fidava. Con loro ha passato una serata che fino ad un certo punto è stata goliardica, alcolica, lasciva e divertente. Hanno flirtato ed ammiccato e si sono avviati ad una fine serata su di giri. Quando è uscita dalla fortezza appoggiata agli amici perché molto alticcia e anche a cause delle avances entranti dei ragazzi, una ragazza le ha chiesto se aveva bisogno di aiuto. Lei ha scherzato e risposto di no. Ovvio! Poteva essere consenziente oppure infastidita dal loro atteggiamento, ma all’insegna della serata non era il caso di drammatizzare…perché si fidava! Erano amici.

Perché ha chiamato al telefono l’amico che si era perso all’uscita? Perché era un amico ed è così che si fa tra gli amici: ci si cerca e ci si protegge.
Quello che è successo dopo è un’altra storia. L’eccitazione dei ragazzi li ha portati a pensare di poter usare il corpo della ragazza come se fosse una “cosa” inerme. Non c’era più l’amica e nemmeno la persona, ma solo un oggetto sessuale. Indipendentemente dal fatto che lei non rispondesse in alcuno modo (ci si concentra molto sul quanto abbia opposto resistenza, ma poco sul quanto avesse espresso consenso). Nel racconto lei ha parlato di essersi sentita in pericolo di vita e di aver perso conto di quello che stava succedendo. Chi è familiare con la violenza sessuale sa che spesso le vittime hanno degli episodi di dissociazione quando subiscono la violenza. Significa che per proteggersi da quello che avviene la mente ha un momento di black out. Non si pensa, non si ricorda. Chi subisce una violenza può avere una risposta involontaria di totale passività, perché percepisce l’azione sessuale non consensuale come un pericolo di vita e la risposta istintiva diviene la sopravvivenza. Per sopravvivere si attiva una parte primitiva del cervello che paralizza le risposte cognitive e comanda l’immobilismo o la fuga. Dopo i fatti, molte vittime si sentono in colpa per non aver reagito, senza rendersi conto di quali dei gesti e delle azioni commesse ha trasmesso loro il senso di pericolo di vita. Invariabilmente ci sono, ma qualche volta, con il senno di poi, potendo ragionare sugli eventi (senza il pilota automatico) tali minacce possono apparire in una luce diversa.

Alla luce di questo è perfettamente compatibile che una persona non sappia dov’è quando esce dalla macchina, se la violenza è avvenuta nel posto X o nel posto Y, se erano 6 o 7, se la bici era legata da una parte o dall’altra, se la telefonata è avvenuta alle 4 o alle 4.40.
Se dopo una serata ad alto contenuto alcolico e sessuale con amici di cui mi fido, all’improvviso si cambia registro e mi ritrovo bloccata nel retro di una macchina con comportamenti ed atteggiamenti minacciosi che mi fanno sentire in pericolo di vita per cui momentaneamente e per ragioni che non capisco razionalmente sono completamente passiva e lontana, per poi riprendermi ad un certo punto, urlare basta ed allontanarmi, non è strano che faccia confusione su dettagli del tutto irrilevanti.

“Esisto. Nonostante abbia vissuto anni sotto shock, sia stata imbottita di psicofarmaci, abbia convissuto con attacchi di panico e incubi ricorrenti, abbia tentato il suicidio più e più volte, abbia dovuto ricostruir a stenti briciola dopo briciola, frammento dopo frammento, la mia vita distrutta, maciullata dalla violenza: la violenza che mi è stata arrecata quella notte, la violenza dei mille interrogatori della polizia, la violenza di 19 ore di processo in cui è stata dissezionata la mia vita dal tipo di mutande che porto al perché mi ritengo bisessuale…”

Non c’è assolutamente niente di anomalo o strano nell’ incoerenza del suo racconto. Sarei molto più sospettosa se si ricordasse tutto per filo e per segno, avesse segnato sull’agenda l’orario ed il tragitto dell’auto. Sapesse declinare alla perfezione le generalità di tutti convenuti, con l’orario di convocazione allo stupro, la prestazione effettuata e l’orario preciso di chiusura lavori.
E’ quindi ovvio che ci siano “29” incongruenze (anche se l’unico aspetto veramente grave è che sia stato accusato ingiustamente un ragazzo che non c’era. Le altre confusioni ed informazioni mi scuseranno i detrattori della ragazza, ma mi sembrano incredibilmente triviali. Perché mentire su questi aspetti?).

E’ ovvio che abbia trasmesso il suo vissuto di paura al pronto soccorso e poi nei verbali di denuncia, è compatibile che non ci fossero particolare segni di violenza riscontrati al Pronto Soccorso perché è riuscita ad evitare la violenza con la passività del pilota automatico della sopravvivenza.
Le reazioni della ragazza sono del tutto conformi a quanto ci dicono le evidenze scientifiche succeda nei casi di violenza sessuale. Senza alcun bisogno di interpretare.
In sentenza invece si interpreta in modo non solo poco ovvio, ma francamente contorto.

L’idea che una parte della poca attendibilità della Ragazza della Fortezza derivasse da “un atteggiamento sicuramente ambivalente nei confronti del sesso, che evidentemente l’aveva condotta a scelte da lei stessa non pacificamente condivise e vissute traumaticamente o contraddittoriamente, come quella di partecipare dopo il fatto ad un “workshop” estivo denominato ‘Sex in Transition’ o prima del fatto di interpretare uno dei film “splatter” del regista amatoriale intriso di scena di sesso e di violenza che aveva mostrato di ‘reggere’ senza problemi” è francamente non giustificabile.

Ad essere messe sotto scrutinio sono la sua sessualità e la libera espressione di questa con dettagli di vita personale e le sue decisione di partecipare liberamente ad atti sessuali.
Questo non dovrebbe avere il benché minimo peso sulla ricostruzione dei fatti in oggetto.

Una parola a parte per i ragazzi. Nel dare l’interpretazione più benevola possibile alle loro azioni, posso dire, che al termine di una serata connotata da alcool e ammiccamenti hanno pensato che la persona con cui erano potesse essere consenziente. Hanno poi completamente staccato la testa ed i sentimenti da quello che stava davvero succedendo e non hanno guardato alla persona, ma hanno visto un oggetto sessuale inerme. Fosse stata una bambola gonfiabile sarebbe stato uguale. Così facendo hanno tradito la fiducia di una amica e probabilmente si sono sentiti in colpa dopo.

Il 28 dovremmo schierarci con lei perché la sua storia potrebbe essere la nostra.
Siamo tutti coinvolti e siamo tutti responsabili.
Dobbiamo batterci perché viviamo in una cultura che stigmatizza la libertà sessuale femminile. Che vuole imporre un codice morale eterosessuale e normativo a come le persone devono vivere la propria sessualità.
Dobbiamo batterci per una cultura del rispetto delle persone che valorizzi il consenso espresso dai sì e dalla piena partecipazione alle pratiche sessuali. Una cultura che nutra l’espressione di una sessualità maschile che possa esprimersi con ricchezza, che sia sempre ben consapevole della propria forza, che veda sempre nel consenso e nella mutualità la base di ogni scambio sessuale.
Dobbiamo cambiare la cultura per permettere alle nostre figlie di esprimere liberamente la loro sessualità ed insegnare ai nostri figli a fermarsi senza un sì.

 

Ps: per fruire del diritto di replica scrivete a abbattoimuri@grrlz.net

 

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Una lettera, un’altra, stavolta da parte di uno dei sei (sette) ragazzi assolti dall’accusa di stupro di gruppo nei confronti della “Ragazza della Fortezza“. Un paio di giorni fa ho pubblicato il testo integrale della sentenza di assoluzione pronunciata dalla Corte d’Appello e ormai definitiva per mancato ricorso in Cassazione. A pochi giorni dall’annunciata manifestazione fiorentina, contro “le motivazioni della sentenza”, Lorenzo Lepori scrive di quel che ha vissuto durante gli ultimi sette anni. Buona lettura!

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Salve,

sono Lorenzo Lepori. Chiunque digitando il mio nome su un qualunque motore di ricerca leggerà subito tutto quanto è necessario sapere su di me. Troverà le parole chiave Stupro, Capobranco, violenza di gruppo, processo, condanna. Se ancora si avrà voglia di sapere qualcosa di più su tale disgustoso individuo, si potrà faticosamente scoprire che è stato recentemente assolto da una gravissima accusa, una calunnia che per sette anni lo ha accompagnato come un’ombra fedele ovunque andasse, qualunque cosa facesse.

E’ questa, un’ombra incredibile. Assume le più svariate forme. Si trasforma spesso in sospetto. Si aguzza in odio. Colpisce piano e forte, poi ti abbraccia e ti spegne.

Allora resta la desolazione. Guardi la tua vita, le tue cose, le cose che ami, e ti fanno orrore, perché ti hanno marchiato, ti hanno reso credibile per il ruolo del mostro.

Sono state sbandierate, cambiate di senso. Sono state ridotte a immondizia.

Le cose che ho scritto, i film che ho girato. Avevano un senso e un nome, ma sono diventate un movente. Sono diventate il parto di una mente malata. Ancora oggi, quando scrivo, mi chiedo se il mio prossimo film potrà essere visto come qualcosa di diverso.

Anche queste parole che scrivo adesso. Come verranno usate? Per quale scopo? Da chi verranno strumentalizzate?

E allora desidero di nuovo restare in silenzio.

Duro, chiuso.

Ma, ancora una volta, sono condannato a ripercorrere quella strada fino a oggi.

Devo sentire di nuovo il brivido e il disgusto, e soprattutto la paura.

Devo rifugiarmi in piccoli gesti, piccoli momenti più assurdi che tragici. Devo sopravvivere.

Le tre e mezzo di notte. Persone, tante, che gridano fuori dalla mia finestra.

Sono poliziotti in borghese. Entrano in casa, cercano, mi fanno vestire. Non dicono ai miei genitori perché sono lì. Uno di loro prende un vecchio libretto che mia madre mi ha comprato al mercatino dell’usato, un romanzetto della serie “I romanzi di Dracula”.

Ha un titolo interessante: “L’orgia satanica”

L’agente fa al collega: “Guarda!”

Trovato. Dritti in questura. Lì gli altri ragazzi. Lo smistamento all’alba.

E’ tutto veloce e confuso, perché adesso arriva il carcere. Arrivo alla Dogaia.

Ci resterò cinquanta giorni, in una sezione speciale, protetta dagli altri bracci.

I colpevoli di reati sessuali sono odiati dagli altri detenuti, si sentono in diritto di fargli la festa.

Sono già fra i colpevoli, i dannati e i dimenticati. E’ questo l’inferno sulla terra?

L’uomo conosciuto come Il Mostro di Foligno mi porta da mangiare.

Stiamo in cella assieme a condannati per pedofilia, stupro, pornografia infantile, sfruttamento della prostituzione ma anche rapina a mano armata e omicidio plurimo. Ci spartiamo con loro sigarette, caffè, televisione, psicofarmaci e bagno.

Le lettere arrivano il giovedì, ma prima devono essere controllate.

Le foglie del mio albero preferito, colte da mio fratello di dieci anni e messe nella busta come regalo mi vengono requisite. Sospette.

Così alcuni libri portati dai miei genitori nei giorni di visita, tutti quelli su cui avevo fatto degli appunti. Probabili messaggi in codice.

Meglio correre nel recinto di cemento, meglio sfogare il dolore sotto il sole delle undici.

Nella saletta delle visite riusciamo tutti solo a piangere. Non riusciamo a dirci niente di quello che vorremmo davvero, le parole sono tutte sbagliate, la rabbia che deriva dall’ingiustizia ci soffoca.

Interrogatori, visite, psicologi, criminologi. Ci dicono che potremmo rimanere lì per dieci anni, chissà.

Il giorno prima del mio arrivo, alla cella accanto un uomo si è impiccato alla porta con un laccio. Io penso con trasporto ai rasoi per la barba, nel bagno, ma poi scopro che è usanza comune tagliarsi con quelle: lo fanno i giovanissimi marocchini per protesta, e quelli che si fingono pazzi, per farsi spostare alla clinica psichiatrica.

Improvvisamente finisce. Grandi abbracci, grandi pianti, quindi un altro mese di domiciliari.

I carabinieri passano alle ore più bizzarre. Finisco di montare il mio film, abbandonato dai miei collaboratori. In molti non si faranno più vedere.

Il processo.

Le menzogne, facendosi suono, esercitano una pressione irresistibile sul mio corpo e la mia mente. L’assurdo prende forma, mi schiaccia. A volte la verità sembra chiara, dovrebbe esserla anche a un bambino, penso io. Ma ecco che veniamo condannati.

Adesso possono dirmelo tranquillamente in faccia, che gli faccio schifo.

Viene abbandonato qualunque ritegno. Da allora l’ombra si è fatta più forte.

Un giorno veniamo assolti.

Nessuno fa ricorso in cassazione.

Ma c’è sempre la stessa ombra. Quindi è bene stringare.

Sono rimasto, per il pubblico, il Capobranco. O “Il capetto”, se volete.

Potrei farvi un’accurata lista di tutte le occasioni in cui sono stato umiliato, estromesso, ostracizzato, mortificato, minacciato e insultato. Oppure una lista di malattie e patologie che hanno vessato me e miei cari. Le difficoltà economiche? Non credo vi interessi davvero.

Io devo essere il mostro. Se c’è stata una vittima, quella non potrò mai essere io.

Non è bastato il processo. I referti. Le testimonianze.

Non sono bastate le prove. Il processo mediatico deve andare avanti, ancora.

La calunnia è ancora qui. Oggi più che mai strumentalizzata.

La mia calunnia e la mia calunniatrice si sono adesso innalzate a simbolo.

Tutto sembra così perfetto e facile. Dopotutto tramite questa calunnia potranno essere veicolati degli importanti messaggi sociali. Dal male può sempre nascere il bene.

La verità non può rompere questa armonia. Forse non deve.

Questa scomoda, antipatica verità che può essere raggiunta, conosciuta e capita solo abbandonando superficialità, moralismo, fanatismo e dogmatismo, che richiede riflessione e impegno…

Ma qui, adesso, la dico un’ultima volta, brevemente:

Io, Lorenzo Lepori, sono stato falsamente accusato, assieme ad altre sei persone, di un orrendo crimine che non abbiamo commesso. Di questa verità è stata data prova e testimonianza. Da tutte le accuse, siamo stati assolti dalla giustizia.

Concludo: questa calunnia ha spezzato i nostri cuori, ma non le nostre schiene.

Se a qualcuno la nostra vita sembra “vincente”, è perché nonostante tutto e tutti, abbiamo questa verità che ci guida, che ci dà speranza, che ci brucia dentro e scaccia le ombre.

Abbiamo l’amore di chi ci conosce davvero. Ed è tutto quello che serve per sopravvivere.

Lorenzo Lepori, sabato 25 Luglio 2015

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#Firenze: Testo Sentenza di assoluzione per stupro di gruppo alla Fortezza da Basso

Pubblico la sentenza di assoluzione in appello dei sei accusati per stupro di gruppo (Riferimenti: Firenze, Fortezza da Basso). Le pagine che pubblico, già commentate dall’avvocato della denunciante e dalla stessa “Ragazza della Fortezza“, alla quale aveva risposto l’avvocato della difesa, contengono una prima parte che descrive la versione dell’accusa, si raccontano anche le testimonianze di persone estranee al gruppo, si parla di referti, poi ci sono le versioni degli appellanti e nelle ultime pagine le motivazioni dei giudici che hanno assolto i sei ragazzi.

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#Firenze #Stupro – assolti perché lei è bisessuale e promiscua?

Avevo seguito a suo tempo la vicenda, incluse le differenti versioni di difesa e accusa. Lei ubriaca, quindi non in grado di dare il suo consenso, loro forse brilli, non si sa. Non so, non c’ero, non mi interessa misurare la colpevolezza di qualcuno a partire da una visione repressiva del problema. Non mi interessa neppure legittimare un’istituzione paternalista, patriarcale, che decide quando puoi dirti stuprata e quando no, perché nel fare questo sostanzialmente ti entra nelle mutande, guarda le cose attraverso le lenti della propria morale e questo non è accettabile. Non lo è per chi accusa e, se ci pensate bene, neppure per chi si difende.

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#Firenze: non fu stupro di gruppo. Cos’è allora la violenza?

Ricordo che quando si parlò dell’accusa di stupro di gruppo contro sette ragazzi fiorentini, era il tempo in cui si urlava all’emergenza stupri commessi dagli immigrati e il piano securitario messo a punto a Firenze, per conto dell’assessorato alla sicurezza, faceva un po’ di vittime tra accattoni e simili. La faccenda balzò agli onori della cronaca con toni sensazionalistici. Uno degli accusati veniva definito regista di film splatter, robe di sangue, ferite, spalmate su uomini e donne, e qualche testata giornalistica si divertì a pubblicare alcuni fotogrammi di quei video, se non mi sbaglio, per dimostrare che quando l’orco colpisce è perché è un mostro. Da lì in poi a me sembrava chiaro che le conclusioni sarebbero state abbastanza scontate. La ragazza in questione, da ciò che raccontavano i quotidiani, aveva preso parte ad alcuni lavori del giovane regista e conosceva alcuni dei ragazzi poi accusati di stupro. Dopo una serata assieme finirono tutti in macchina, in un parcheggio alla Fortezza (sto andando a braccio, se sbaglio correggetemi), e da qui in poi ci sono due versioni:

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