Pensieri Liberi, Personale/Politico, R-Esistenze

Cronache postpsichiatriche: la scrittura come terapia

Appunti per la mia autobiografia.

Per offrirvi una sintesi cito l’immagine che ha dato di me la psicologa con cui ho sostenuto il colloquio prima che mi assegnasse un terapeuta adeguato ai miei disturbi.

L’immagine che la psicologa ha descritto di me è di una bambina che in mezzo alla guerra (metaforico) se ne resta in un cantuccio protetta nel proprio mondo fatto di libri e di scrittura. Ha detto che seppur nelle mie condizioni sono in grado di elaborare autoanalisi e che se non avessi usato la scrittura come mezzo terapeutico il mio cervello ora sarebbe rotto, in frantumi. La scrittura mi ha permesso di mantenerlo in qualche modo intero con crepe che la psicoterapia mi aiuterà a rimarginare.

Che la scrittura sia un mezzo terapeutico per chi soffre di disturbi mentali è stato detto e scritto molte volte. Non solo perché grandi scrittrici hanno arricchito la cultura con le proprie opere pur soffrendo di forme depressive, talvolta trattate con noncuranza o con metodi violenti come l’elettroshock. La scrittura è un mezzo di espressione artistica, se vogliamo, che permette a chi ne fa uso di produrre una sintesi dei propri stati d’animo. Questa sintesi può diventare poesia, racconto, romanzo, autobiografia. Lo sforzo di sintesi implica anche una elaborazione del vissuto traumatico. Un trauma elaborato può allora essere affrontato.

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Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze

Cronache postpsichiatriche: la solitudine della suicida

Voglio raccontarvi come è andata per filo e per segno perché mi pare terapeutico, per me. Avevo programmato di prendere una riserva di pillole che tenevo di scorta per le belle occasioni e quella era una ottima occasione. Ne ho fatto un frappè al cioccolato ma il gusto di amaro non si toglieva neppure se aggiungevo chili di zucchero. Alla fine ho rischiato di crepare di diabete e non per il resto. In ogni caso scopo raggiunto. Avevo preso la dose intermedia per dormire per sempre.

Mi piazzo a letto e non mi ricordo nient’altro. Mi sono svegliata con il catetere, su un lettino mobile, mentre qualcuno diceva libera libera a cavalcioni e mi schiacciava dappertutto. E io urlavo “sa che sono una giornalista indipendente?”. E Dio sa che cazzo significava quella frase buttata lì per caso. A che mi servivano le credenziali con una che mi spremeva le costole. Comunque sia poi ho ridimensionato il mio ego perché mi hanno detto di avermi raccattata per terra piena di vomito e piscio e non deve essere stato un bello spettacolo, proprio no. Sappiatelo: se si tenta il suicidio non ci si fa mai una gran figura. Si finisce per apparire una chiavica di donna, lo schifo dello schifo. Perché anche l’occhio vuole la sua parte, giusto?

Mi trasferiscono, dopo la rianimazione, in un letto con le sbarre ma non so come io riesco a superarle e continuo a dire che sono una giornalista indipendente, lo affermo in presenza di quello che mi aveva appena tolto il catetere. Pare che ragiona, dicono tra loro, e io sento voci, non LE voci, ma voci di persone che parlano attorno a me e mi prendono in giro. A ragione direi. Dovevo essere buffa. Sono seminuda, il passo deciso e mi reco in quello che penso sia il bagno ma non centro la tazza. Quando mi abbasso cado di schianto massacrandomi il coccige sul bidet. E sento l’infermiera che fa “mi sembrava sveglia…non pensavo che sbagliasse buco“. Quindi mi porto dietro questo livido dolorante per una settimana senza ricordare bene perché. Ma voi dovete sapere una cosa di me ed è che io anche se dormo parlo e dico frasi di senso compiuto, faccio proprio un discorso. Tante volte ho lasciato le amiche con domande in sospeso perché sembrava stessimo parlando e invece ad un certo punto la mia voce si incartava su se stessa e non c’era più niente da dire. Non fidatevi di quello che dico mentre dormo perché non sono io ma la me che sogna di dire delle cose.

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Contributi Critici, Culture, Eretica, R-Esistenze, Recensioni

Ereticamente: botta e risposta con la scrittrice Irene Chias

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Qualche giorno fa scrivevo dell’ultimo romanzo di Irene Chias, Non Cercare l’Uomo Capra, e oggi pubblico questo botta e risposta tra me e lei, riassumendo gli umori delle sue precedenti fatiche letterarie, Sono Ateo e Ti Amo e Esercizi di Sevizia e Seduzione, recuperando i toni goliardici e comunque mai privi di contenuto, che hanno caratterizzato il nostro primo incontro – molti anni fa – e tante nostre comunicazioni successive. Irene non è solo una scrittrice, giornalista, eclettica e brillante donna siciliana, ma, per me, è anche una tenace e intelligente amica che resiste nonostante il tempo e le distanze – geografiche – perché se due cervelli si incontrano e la dialettica, condita di personal/politico, non è mai scontata né spenta, è difficile che si perdano. Di Irene vi passo anche un video – lo vedete sotto – con una brevissima, ma bella, presentazione del suo ultimo libro su SkySport. Buona lettura!

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– Se tu avessi incontrato un uomo pronto a dirti “non sono ateo e ti amo” lo avresti sottoposto ad un ciclo di decristianizzazione?

Non è detto che il non ateo sarebbe un cristiano. In ogni caso ho imparato che, come molte altre invenzioni umane, la religione non è un male in sé. È potenzialmente qualcosa di personale che ognuno può declinare in pratiche e credenze assolutamente compatibili con il rispetto dell’altra persona. La religione è quello che ciascuno ne fa, anche se è innegabile che spesso presta il fianco alle azioni peggiori. In ogni caso, l’ateismo cui facevo riferimento in Sono ateo e ti amo era relativo a quell’aspetto patriarcale delle religioni – ma anche di credenze sociali apparentemente laiche – che ricorrono a rigidi ruoli predefiniti, che mischiano sentimenti e controllo sociale, fragilità personali e violenza.

– Quelle torture del tuo secondo libro, inflitte a uomini, diciamolo, un po’ di merda, le pianificavi da tanto tempo? Continua a leggere “Ereticamente: botta e risposta con la scrittrice Irene Chias”

Comunicazione, L'Inchiostrato, Pensieri Liberi, R-Esistenze

Post-moderno: storia di problemi, sintassi e puntini di sospensione

di Inchiostro

Notizie dall’oltremondo [tip-tip tip tip-tip]:

  • Il fatto che la gente rompa i coglioni è, ahimè, un fatto endemico, un concetto aprioristico, che avviene sempre e comunque (fonte: Focus di giugno)
  • Il caps lock è una malattia sociale ampiamente diffusa, che in internet provoca solo un fastidio visivo, nella realtà aggiunge anche un disturbo uditivo, visto che rappresenta la malsana tendenza che la gente ha di urlare, come se urlare rafforzasse le tesi propugnate (Fonte: Don Mazzi)
  • E’ diffusa anche… soprattutto su facebook… questa cosa dei puntini… di sos… pen… sione………………………… che sembra quasi che le persone vogliano creare una continua suspense, come se stessero sceneggiando Profondo Rosso e non scrivendo dei pensieri. Alcuni scrivono, ad esempio, cose come “E’ molto vero… (puntini di sospensione)” e tu leggi, e leggi anche la sospensione – e, perdìo, anche la punteggiatura fa parte della lettura e viene interpretata, sissignore – e rimani lì e pensi “E poi?! Come continua?! Cosa volevi dire-cristo-illuminato-tradito-e-martoriato?!?!?!?!?” Ma niente, non lo saprai mai, perché non c’è una continuazione. Questa cosa, giuro, è ben fastidiosa (Fonte: Federico Moccia)

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Personale/Politico, R-Esistenze, Storie, Violenza

Le parole uccise

Stasera Loredana Lipperini ha postato sulla sua bacheca facebook una poesia di Diane Lockward. Parla di un marito che non leggeva le sue poesie e giusto quella volta che l’ha letta successe il finimondo.

Mi ha ricordato un episodio, ormai passato, elaborato e capito, a proposito di un mio ex che ad un certo punto, giacché pensava che io parlassi più con il mio quaderno che con lui, allora un giorno prese, lo strappò e gli diede fuoco. C’erano racconti scritti fin dalla prima adolescenza. Tante parole che mi ricordavano chi ero. Ritratti che invece dei pixel usavano le lettere dell’alfabeto.

Mi chiesi fin da subito com’era possibile avere così paura delle parole. Perché sentire l’esigenza di cancellarle. Perché farmi questo. Era il timore, in quel caso, di perdermi, di non riuscire mai a raggiungermi, di non riuscire mai a restare sulla mia stessa lunghezza d’onda, così come capita per chi intende isolarti e toglierti gli amici e le amiche per farti stare male, perché cancellarti, per il gusto di farlo o perché di te si ha paura, non è mica una prova di coraggio. Sentire l’esigenza di eliminare tracce di quel che sei stata o sei, per riscriverti, reinterpretarti, in qualche modo sovradeterminarti, è segno di grande insicurezza e di paura.

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Contributi Critici, Critica femminista, R-Esistenze

Beatriz Preciado: “se la scrittura non diventa un’arma, siamo perduti!”

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Dalla generosità (e grazie a chiunque traduca un po’ di ossigeno per le nostre menti altrimenti obbligate ai deprimenti dibattiti sulle donne, soggetti deboli, che si svolgono qui in Italia) delle compagne di CollettivaXXX:

Da El Espectador 6 febbraio 2014.

Intervista a Beatriz Preciado

di Sara Malagón Llano

 La filosofa spagnola Beatriz Preciado parla di transfemminismo, teoria queer e della sua esperienza con il testosterone che si è tradotta in un “saggio corporeo” dal titolo Testo Yonqui.

Lei ha studiato filosofia e successivamente ha concluso un dottorato in teoria dell’architettura. Si è dedicata prima all’uno poi all’altro per piacere o crede che ci sia una connessione tra i due?

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