Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, Culture, R-Esistenze

#Antiviolenza e la retorica del dolore

Ci sono pezzi di questo articolo che argomenterei  in modo tanto diverso ma trovo questa parte assolutamente condivisibile. Angela Azzaro, Gli Altri.

Le donne vittime di violenza – dice – diventano due volte vittime. Delle persone che hanno esercitato quella violenza e del discorso pubblico.

“E’ il punto decisivo. Perché da come se ne parla, da come si costruisce un altro immaginario dipende la possibilità di sconfiggere questo problema drammatico. Oggi prevale la retorica del dolore. La donna vittima, l’elenco delle sfighe.”

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L’ansia sociale e la politica interventista e autoritaria

Dal mio racconto emerge un dato, forte, che spero non porti alcun genitore ad autoflagellarsi quanto a riflettere sul fatto che aiutare una figlia (o un figlio) in difficoltà è un dovere e non un diritto. Ed è un dovere da realizzarsi senza dover consegnare alla figlia la propria ansia, la preoccupazione, la necessità di autoassolversi o di farsi assolvere da lei, e l’esigenza di veder riconosciuta la propria autorità impartendo ordini e divieti e regole che mai saranno rispettate.

Una figlia in difficoltà non ha alcun dovere di fare da psicofarmaco assolutivo che placa l’ansia del genitore riconoscendo la sua autorità. La figlia è figlia e se ha bisogno di aiuto è dal suo punto di vista che bisogna aiutarla a risolvere il problema.

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Non mi piaci per proprietà transitiva

Se A conosce B e B fa una stronzata, secondo il codice morale della purezza allora al rogo ci va A. Se A in famiglia ha B e B finisce in galera, per dire, allora A diventa parente di un galeotto e come si conviene nelle società borghesi, per chi ha mentalità da benpensanti, allora tu sei un delinquente tanto quanto.

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La perfezione della vittima

Ancora circa l’estetica della vittima.

Deve essere perfetta. Se non lo è allora è sporca, non è abbastanza vittima. Parlo di quello che viene chiesto dai tutori o dalle tutrici.

Storia lineare. Conclusione ovvia. Nessun dubbio. Nessuna complessità.

Io per esempio mi sentivo una anormale perché ho sempre pensato che il mio modo di vedere la questione fosse una eccezione. E in ciò smettevo di rivendicare spazio per me e per il mio racconto. Lasciavo perfino parenti e amici lo riscrivessero. Inutile oppormi o dire “guarda, non è così” perché non ti ascoltano nemmeno. Ne confidavo pezzi solo in rari casi e mai accompagnati da dettagli e/o perplessità.

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Quei fili spezzati

Passare da poverina a essere niente per una vittima di violenza è un attimo. Lo è in generale e lo leggi negli occhi di chi ti guarda, nella considerazione della gente. Sfuggire a questi giudizi che sono impietosi e al limite del sadismo è abbastanza difficile se non sei una persona consapevole. Perché da sempre vittimizzare la vittima è il modo per privarla di volontà propria e qualità umane. E’ il modo per privarla della stima del mondo, di tutto quello che in quel momento ti serve per andare avanti. Così almeno è stato per me. Senza voler generalizzare.

Se vedete il modo attraverso il quale le vittime vengono considerate vi rendete conto che a fare peggio non sono le persone che dicono che “se l’è cercata” perché almeno loro ti riconoscono ancora un minimo di volontà tua. Sono gli unici e le uniche che ti riconoscono ancora capacità di intendere e volere e si scontrano con te (quasi) ad armi pari.

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Non c’è più coerenza militante tra privato/pubblico

“Mi dici che ore sono, per favore?” – chiede la mia amica. E’ sulla quarantina, giovane in quanto precaria, ha tutto un suo modo di raccontare le motivazioni per cui lei ha percorso a nuoto il Nilo, ha valicato le Alpi e poi, a piedi, ha raggiunto la vetta del monte Sinai e poco ci manca che non ti dica che ha trovato le tavole con i dieci comandamenti e quando ti racconta la sua vita sembra quasi di sentire colonne sonore epiche e di vedere scorrere i sottotitoli con la voce in sottofondo che recita le sue gesta.

E’ autonomissima, fa niente meno che pipì da sola, riesce a cambiare il suo assorbente e fa anche la raccolta differenziata dell’immondizia. Può ticchettare sulla tastiera con un solo dito e quando parla di diritti delle donne le viene il sopracciglio a forma di cromosoma x e ti fa pure i salti mortali.

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Il convegno contro la violenza sulle donne e il “caso umano”

Convegno sulle violenza sulle donne. Il simbolo è una rosa bianca d’improvviso sporca di nero.

Già l’idea che a rappresentare le vittime di violenza ci sia una qualunque cosa candida e pura e che il carnefice sia rappresentato come il nero/pece che ti sporca mi fa inorridire.

Faccio due calcoli immediati per pensare a quanto sia costata quella cagata e penso che avranno chiesto all’assessore un finanziamento pubblico di almeno tremila euro tra grafico, impaginazione e stampa in quadricromia e affissione. Perché quelle porcherie le hanno anche affisse. Senza vergogna, proprio.

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