Antiautoritarismo, Antisessismo, Attivismo, Autodeterminazione, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze

Chi vuole costruire una rete di auto/aiuto per le vittime di violenza di genere?

Proprio nei giorni di festa, tra natale e capodanno, mi sono arrivati messaggi con richieste di aiuto, di solidarietà attiva e suggerimenti o disponibilità pratiche. Sarà perché per le feste si sta più insieme, al chiuso delle proprie case, se non hai soldi e un posto dove andare, ed ecco che esplode la violenza e in un modo o nell’altro ti mette con le spalle al muro. E’ inverno, fa freddo, se non hai un posto dove andare e non vuoi rimanere con lui che ti picchia o ti insulta o ti strattona allora ti serve un’alternativa. Mi scrivono che le operatrici dei centri antiviolenza possono non rispondere al telefono, e queste donne, ragazze, non hanno tempo per superare le procedure burocratiche prima dell’ammissione in una casa rifugio, qualora sia vicina e raggiungibile e non sia già strapiena. A volte non vogliono rivolgersi alle forze dell’ordine, non vogliono fare niente che abbia a che fare con le istituzioni, e non resta che tentare strade diverse, cercare solidarietà altrove. Più volte mi è capitato di pubblicare sulla pagina di Abbatto i Muri questi appelli e storie complicate e dolorose e da parte delle persone che leggono arriva grande disponibilità, concreta a volte o con suggerimenti.

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Attivismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze, Welfare

Femminismi, personal/politico e precarietà

Io so che c’è differenza tra le reti sociali esistenti nelle grandi metropoli e quelle che esistono altrove e tuttavia chiedo: se voi avete un problema concreto, la precarietà, lo sfratto, i debiti, la fame, la povertà, l’esigenza di qualcosa che vi serve per esistere, a chi vi rivolgete? Quali tra i numeri e contatti che avete in rubrica sono quelli per voi fondamentali? Quali e quante persone di riferimento conoscete che possano aiutarvi nel momento del bisogno? Perché le reti politiche, di fatto, spesso non sostituiscono i modelli comunitari classici e se in fin dei conti ci rivolgiamo sempre alla famiglia, il padre e la madre, i parenti, le persone che ci sono più care, senza poter andare oltre e immaginare che la solidarietà attiva si realizzi al di fuori da quella cerchia, come facciamo noi a parlare di comunità differenti?

E in tutto questo, chiedo, un certo femminismo che dovrebbe ragionare di autonomie ed essere il tramite più costante affinchè il personal/politico abbia voce, perché a me sembra invece offra anestetici che ci distraggono mentre le nostre urgenze sono altre? E’ una questione di priorità. Esiste il femminismo a parole e quello che ragiona di cose concrete. Se vuoi agevolare autonomie bisogna che realizzi – dal basso – reti sociali differenti in cui la dipendenza economica è la prima cosa contro cui devi combattere. Risorse, luoghi da abitare, e non monopoli per quelle che immaginano la sede associativa come un posto in cui trascorrere l’ora del thé tra un buon lavoro e una ottima cena da servirsi in case in cui il benessere è visibile.

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