Ancora per la mia autobiografia.
Quando avevo quattro anni il mio ricordo si fissa sul momento in cui nei pressi della mia casa paterna atterrò un elicottero che porto via i miei genitori e mia sorella per condurli verso un grande ospedale della capitale. Da quel momento io fui affidata a parenti di cui vorrei dimenticare tutto. Avevano grandi problemi in famiglia e in ogni caso trattarono me come se fossi ovviamente di troppo. Mi sentii abbandonata per tanto tempo e fino ai miei 8 anni ricordo solo mia nonna materna che mi accompagnava a scuola e mi veniva a riprendere. A parte questo riferimento ricordo ben poche attenzioni nei miei confronti.
Quando i miei tornarono tutto era già cambiato. La vita ruotava attorno alle cure di cui mia sorella aveva bisogno. Ricordo che nel momento in cui a lei toccava la puntura io scoprivo il mio gluteo per meritarmi almeno lo stesso trattamento. Quello che ci si aspettava da me invece era che io fossi cresciuta di colpo e che assumessi un ruolo di cura nei confronti di tutta la mia famiglia. Fin da piccola avevo l’obbligo di occuparmi della casa, di lavare i piatti, spolverare, battere forte sui materassi di lana del letto matrimoniale di mia madre, pensare a pulire e lavare le scale, lavare e passare la maledetta cera sui pavimenti. Dovevo fare i compiti ma non c’era spazio per i giochi. Quando scendevo in strada a giocare con i miei coetanei mi richiamavano sempre prima che arrivasse in casa mio padre perché era importante che lui vedesse quanto io mi dessi da fare per aiutare la mamma che era tanto impegnata già nella cura di mia sorella. Nel tempo pensai che per salire di grado nella considerazione che la mia famiglia poteva avere di me avrei dovuto anche io occuparmi di mia sorella. Così imparai a darle una mano anche se per lei che viveva un momento difficilissimo per se stessa io spesso ero solo un fastidio.
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