Le Pazze, Scrittura

Le Pazze – settimo capitolo

Scrittura per la libertà. Continua da QUI. Se vi piace una donazione mi fa sempre comodo. Ed ecco che inizia. Ogni riferimento a cose, città, fatti e persone è puramente casuale. Buona lettura!


7

Come previsto Diego lo stronzo, ottenne maggior consenso, proprio per via delle punizioni esemplari contro uomini violenti con le donne. Quelli che venivano cacciati fuori dalle loro case ottennero asilo presso organizzazioni religiose conservatrici a sud, gli stupratori menomati si accampavano nelle periferie, non potendo varcare le soglie della città. Diego andò a cercarli, uno per uno, e disse loro che avrebbero dovuto ribellarsi e capovolgere la situazione per riacquisire il potere del quale erano stati privati. Formarono un piccolo esercito, grazie all’aiuto delle chiese integraliste, e arrivarono alla Cattedrale per cacciare Mario e occuparla definitivamente. Presero anche il Palazzo della Signoria e allo stesso modo lasciarono senza casa le donne che si erano ribellate ai mariti violenti e gli uomini che avevano punito gli stupratori. Nacque l’Ordine per il ripristino per potere ecclesiastico e Diego divenne l’Inquisitore incaricato di arrestare, torturare e punire le streghe fiorentine. Per prima cosa Diego visitò il nostro luogo di lavoro, esigendo che gli fosse riferita ogni attività anomala. Pubblicarono un Editto che dichiarava l’aborto un crimine punibile con la morte della donna che abortiva e della levatrice che l’aveva assistita. Dichiararono che le abitazioni e i terreni, così come le attività commerciali e artigianali, erano di proprietà di un uomo.

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Le Pazze, Scrittura

Le pazze – sesto capitolo

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6

Continuavamo ad abitare assieme a Cecco, anche se Flavia dormiva con lui per tutto il tempo, ciascuna impegnata nel mestiere che aveva scelto, ci incontravamo la sera per cenare insieme e parlare di tutto quello che avevamo vissuto durante la giornata.  Eleonora era diventata ormai una pescatrice provetta, con un suo gruppo di riferimento che le insegnava tutti i segreti del mestiere. Michele e Flavia aiutavano Cecco ad ampliare l’orto, riuscendo a dare una mano anche ad altri coltivatori. Valentina, Isabella, Lella, ed io, continuavamo ad imparare l’attività di levatrici. A volte mi capitava di andare a dare una mano al prete Mario con il quale riuscivo a parlare di tante cose, come raramente mi riusciva con qualcuno. Forse non comprendeva esattamente quel che dicevo, ma mi ascoltava con attenzione e mi faceva sempre sentire la benvenuta, accogliendo ogni mio consiglio e il mio aiuto. Nel frattempo il tizio dei volantini, che poi scoprimmo chiamarsi Diego, continuava a fare proselitismo per cercare di riportare Firenze ai tempi in cui secondo lui tutto andava meglio.

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Le Pazze, Scrittura

Le pazze – quinto capitolo

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5

Una delle levatrici somigliava alla mia vecchia madre, un’artista del sabotaggio della memoria altrui per far conciliare i suoi ricordi con la realtà. Se c’era una persona che poteva farmi arrabbiare era mia madre, perennemente in cerca di un dettaglio da criticare o per l’appunto di una memoria da sabotare. La sua incoerenza era palese e la dissociazione che creo in me fu talmente grave che me ne resi conto solo quando fui adulta. Mi resi conto di quanto fosse semplice per lei minare le mie scelte, farmi sentire in colpa, sovvertire le narrazioni per acquisire un ruolo da protagonista che non aveva mai avuto. Era un’attrice o solo una bugiarda ed era in quell’ambiente che era maturata la mia depressione. Vedendo quella donna tanto simile a mia madre mi ritrassi di scatto e fuggi fuori a riprendere fiato. Non era lei ma solo l’idea di poterla rivedere mi causava un trauma talmente forte da indurmi a urlare, stringendo i pugni per la rabbia repressa troppo a lungo, contro colei che mi aveva dato la vita e perciò pretendeva anche di potermela togliere. Era la accentratrice delle vittorie altrui, la miserabile martire che esibiva il pianto con le vicine di casa per ottenere attenzione compassione, era una manipolatrice che aggiustava gli eventi per trarne beneficio. Mi raggiunse Valentina che non capiva il perché della mia reazione.

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Le Pazze, Scrittura

Le pazze – quarto capitolo

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4

Firenze era dunque tornata una città senza chiesa, i suoi abitanti probabilmente si erano spartiti i beni immobiliari e in denaro posseduti dal vescovo. La cattedrale aveva in effetti un aspetto insolito, per così dire. Il prete parlava con molte persone che gli chiedevano consigli di ogni tipo, e nel frattempo condivideva pasti e oggetti casalinghi che gli erano stati portati. Mario probabilmente non se ne rendeva conto ma aveva ridato a quella chiesa lo spirito che avrebbe dovuto dimostrare anche negli anni precedenti. Un uomo buffo, con un piccolo ciuffo di capelli scuri in testa, dei baffetti allungati e l’addome prominente. Camminava a passi svelti in ogni direzione e per ciascuno aveva un sorriso o una parola di conforto. Lungo le navate molte persone restavano sedute e alcune perfino sdraiate non in attesa di una benedizione ma del semplice e puro ristoro di un tetto e un pasto caldo. Cecco ci presento e subito il prete ci indicò una zona dietro l’altare in cui altre donne stavano cercando capi d’abbigliamento per coprirsi. C’erano abiti di ogni misura e forma, scarpe stivali, cappotti e impermeabili di ere passate, probabilmente un lascito di generazioni precedenti. Avrei avuto voglia di chiedere a Mario se la battaglia con il clero si limitasse all’occupazione di una chiesa o se non si temesse un ritorno gli eserciti del Vaticano per riprendersi la Toscana.

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Le pazze – terzo capitolo

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3

Cecco ci svegliò con una colazione a base di caffè d’orzo e pane appena sfornato. Lo aveva fatto da solo e l’aveva cucinato nel suo forno a legna che si era procurato per poter cucinare piatti squisiti. La sua modestia traspariva dall’arredamento, essenziale e utile. Ci chiese notizie dei danni riportati per lo straripamento e noi la domanda rivolgendogli quesiti su quanto fosse migliorata la vita in città. Si disse d’accordo ma non aveva memoria di come fosse prima, ai tempi dei suoi genitori oramai morti. Disse di essere nato in una situazione di ripresa e di essere abituato a vivere di quello che la natura gli donava. I suoi genitori gli parlavano dei turisti, dei grandi ristoranti sempre pieni di clienti, di automobili che sfrecciavano in ogni strada, di aerei che volavano sulla città. Lui non aveva conosciuto nulla di tutto ciò perché il mondo era radicalmente cambiato quando nacque. I genitori ebbero dapprima difficoltà ad adattarsi ma per lui era piuttosto semplice vivere secondo le tradizioni antiche. Aveva visto rifiorire le attività artigianali e poi ci fu la decisione dell’amministrazione comunale di devolvere agli abitanti ogni terreno per uso agricolo. Così ciascuno poteva coltivare qualcosa di cui nutrirsi e c’erano anche i luoghi in cui si potevano allevare polli, maiali, pecore, mucche. Disse che il giorno dopo sarebbe passato l’ambulante che portava il latte fresco appena munto e se fossimo rimaste avremmo anche potuto assaggiare dell’ottimo formaggio fresco.

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Le Pazze – secondo capitolo

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2

Dopo esserci saziate di pesce decidemmo di continuare il nostro giro di esplorazione della città. Ci dirigemmo verso Ponte Vecchio dove stranamente non c’erano gioiellieri ma artigiani che lavoravano per strada, con laboratori aperti di falegnameria e ferramenta. Sembrava quasi una città del passato o forse una Firenze non più rivolta semplicemente ai turisti ma alle esigenze dei propri abitanti. Le piccole case sopra le botteghe degli artigiani erano arredate di panni stesi e c’erano donne che cantavano mentre svolgevano lavori casalinghi. Per poco non fumo colpite da una secchiata d’acqua gelata che veniva da un donnone enorme, alle prese con la pulizia delle imposte. Tutto il centro sembrava fiorire di attività artigiane, vicino agli Uffizi i pittori non raggranellavano qualche moneta facendo ritratti in pochi secondi. Erano intenti invece a realizzare opere di pregio, paesaggi, visioni d’insieme, scene di vita quotidiana, un pittore dipingeva la posa di un altro pittore posizionato dinanzi a lui. Lungo la piazza c’era anche uno spazio per la scultura e dove normalmente si vedevano persone in posa statica, raffiguranti Michelangelo o Dante Alighieri, si assisteva a performance costumi d’epoca.

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Le Pazze, Scrittura

Le pazze – primo capitolo

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1

Lo squarcio apparve all’improvviso. Ci tuffammo insieme, senza bisogno di concordare nulla. Il nulla sarebbe stato meglio della prigione in cui eravamo rinchiuse. Durò un secondo, forse meno, e fummo travolte dall’ossigeno. Ci trovavamo in aperta campagna, il sole brillava alto, una brezza leggera ci invitava a proseguire alla scoperta di una nuova primavera. C’era fiori dappertutto, il casolare, prima ospedale, era diroccato. Riconoscemmo il corridoio, alcune stanze, c’erano i legacci della contenzione su una barella senza materasso. Decidemmo di restare un po’ per discutere e capire dove andare. Dopo mesi di prigionia non riuscivamo a fare un passo. Nessuna infermiera o medico ci controllava, eppure stavamo lì a guardare le rovine senza sapere cosa fare. Trovammo sassi sui quali poggiare i nostri corpi e Lella fu la prima a urlare. Non di gioia ma per l’orrore. L’ipocondriaca non avrebbe più potuto fingersi malata. Per noi era tutta un’altra storia. Nessun farmaco, nessun sondino nasogastrico. Potevamo solo interpretare noi stesse, quel che eravamo davvero, senza amputazioni mentali. Le sensazioni arrivarono talmente in fretta da costringerci a tenerci strette. Michela, la bipolare, segnalava visioni celestiali, Valentina respirava meglio, senza l’oppressione dei farmaci, Bella parlava a ruota libera, raccontando il trauma che l’aveva ridotta tanto male.

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Le Pazze, Scrittura

Le pazze – scrittura per la libertà

Vi regalo un racconto, in più capitoli, attendetene altri, per leggere come finisce o forse continua la storia. Se vi piace una donazione mi fa sempre comodo. Ed ecco che inizia. Ogni riferimento a cose, città, fatti e persone è puramente casuale. Buona lettura!

Prologo

Le giornate scorrevano, una uguale all’altra, senza variazioni, stesso ritmo, uguale l’espressione di ciascuno. Tempi scanditi dall’arrivo dell’infermiera per la consegna dei farmaci, poi il passaggio dei medici, il pranzo, altra dose di farmaci, la cena e l’ultima dose prima della notte. Il sonno arrivava senza preavviso, spoglio di sogni, dopo l’amputazione dei pensieri diurni c’era quella degli sfoghi notturni. Ogni tanto il pianto, qualcuna singhiozzando diceva di voler fuggire, poi la morte arrivava anche per lei, perché dormire per tutte noi era un po’ come morire. Ne parlavamo a volte, di conservare farmaci per una morte vera, più duratura, poi perquisivano le stanze, ci perquisivano le lingue, la gola, le narici. Avrebbero perquisito anche i nostri culi se avessimo fatto in tempo a inserirvi qualche farmaco. Il nostro domani era identico all’oggi. Non c’era modo di guarire. Potevamo soltanto restare schiave della terapia. I medici osservavano l’andamento lento delle nostre vite, sorvegliavano le nostre mosse, a volte ci legavano, perché pensavano potessimo farci del male. Eleonora restò in contenzione per tre giorni. Aveva avuto la brutta idea di strapparsi via il soldino nasogastrico. Quanta forza per una ragazza di diciassette anni che pesata trentaquattro chili, inclusi gli abiti e le scarpe. Lo psichiatra tornava soddisfatto, dopo il congresso con i suoi colleghi, diceva che avevano scoperto un nuovo modo per torturarci: la terapia elettroconvulsivante.

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