Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, R-Esistenze

Amnesty: ascoltate le sex workers, non le celebrità

Sullo scontro tra abolizioniste, incluse le cis, bianche, ricche, che pensano di sapere qual è la soluzione migliore per le sex workers, e Amnesty International con la sua proposta di decriminalizzazione del sex work, soprattutto in quei paesi che vedono le sex workers a subire la repressione delle polizie. Il pezzo, commento di una sex worker, del The Guardian è QUI. Traduzione di G.

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di Molly Smith

Su Amnesty International si è riversata una cortina di pessima pubblicità. C’è anche una lettera firmata da alcune celebrità hollywoodiane, tra cui Lena Dunham e Meryl Streep. L’accusa ignominiosa è quella di aver parlato proprio con le persone che vendono sesso, aver ascoltato cosa noi avevamo da dire e, a conti fatti, aver dato forma a un bozza di documento sul sex work  (QUI in italiano ndb) che non riflette altro che l’evidenza. Difficile credere che queste star abbiano davvero letto il documento in questione prima di invitare prepotentemente Amnesty a rigettarlo, se non altro perché i termini del dibattito non hanno sfiorato nemmeno uno dei punti denunciati da Amnesty come abusi sui diritti umani.

Dare ascolto alle sex workers in tutto il mondo è necessario per poter presentare disegni di legge che ci aiutino a proteggerci.
Dare ascolto alle sex workers in tutto il mondo è necessario per poter presentare disegni di legge che ci aiutino a proteggerci.

 

Il documento-bozza di Amnesty si scontra col modello svedese, che è il quadro legale adottato in vari paesi e descritto come progressista – femminista, addirittura. Ma la realtà è un’altra: criminalizzare chi paga per i nostri servizi non fa che lasciare le sex workers con meno clienti, portandole quindi ad accettare anche quelli che altrimenti si sarebbero sentite di rifiutare: quelli che sembrano ubriachi, aggressivi o notoriamente violenti.

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, R-Esistenze

Amnesty deve continuare a sostenere la decriminalizzazione del lavoro sessuale

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Il pezzo è pubblicato sul The Guardian. Traduzione di Antonella. Buona Lettura!

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di Luca Stevenson and Agata Dziuban

C’è chi dice che Amnesty International sia sul punto di “commettere un grave errore” che danneggerà “seriamente ed irreparabilmente” la reputazione dell’organizzazione. Di che errore stanno parlando? Del dare ascolto ai/alle sex worker a livello globale e del prendere in considerazione una policy che supporti la decriminalizzazione del sex work.

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, La posta di Eretica, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze, Sessualità, Storie

Sono una prostituta, femminista, politicizzata e libera di scegliere

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Sono una prostituta e non sono una vittima di tratta. Checché se ne dica si tratta di due cose diverse. La vittima di tratta è una donna sfruttata che si prostituisce perché costretta. A lei bisogna dare tutto l’aiuto possibile affinché si salvi da quella schiavitù. La prostituzione per scelta invece è un’altra cosa. Il mio problema è connesso a quel che credono altre donne. Veicolano stereotipi sessisti che non lasciano a me margine alcuno per poter dirmi soggetto che si autodetermina, che sceglie liberamente. L’unico modo in cui sanno vedermi è come vittima, patologizzando la mia decisione, chiamandomi malata anche se non lo sono, immaginando che io sia bisognosa del loro aiuto così come un’antiabortista immagina di poter aiutare una donna che in realtà ha già deciso di abortire.

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La scelta di Antonia (prostituta e orgogliosamente in carne)

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Antonia ha 38 anni. Ha un diploma e ha lavorato, fin dai suoi 18 anni, in una azienda che due anni fa è andata in fallimento. I dipendenti, pochi, sono rimasti tutti senza lavoro, lei compresa. Non c’è stato tempo e modo per avere soldi per cassa integrazione, risarcimenti, liquidazioni. Ha preso solo qualcosa di disoccupazione e ancora è in causa per avere i tfr versati. Insomma, la situazione è complicata. Alla descrizione del suo passato politico lei dedica una decina di minuti. Poi passa al presente. È sposata, non ha avuto figli. Non sono fatta per fare la madre, mi dice. Non contesto, e figuriamoci che c’è da contestare se una persona, in questo tempo precario e instabile, mi dice che di mettere un figlio al mondo non se la sente.

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze

#SexWorking: su quell* che vogliono la riapertura delle Case Chiuse

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Sulla pagina di Today.it si svolge un sondaggio in cui si chiede ai lettori cosa ne pensano dell’idea di riaprire le case chiuse “per contrastare la prostituzione per strada”.

Il sondaggio ha ottenuto quasi 13.000 Like, 1.500 condivisioni e circa 7.500 commenti. Da quelli più votati si capisce che l’andazzo segue la scia segnata dalla pagina. La domanda fatta, d’altronde, verte in un senso che non mi risulta sia quello che perseguono le sex workers riunite in comitato per la difesa dei propri diritti. Nessuna parla di riapertura di case chiuse. Casomai parlano della possibilità di riunirsi in cooperative, imprese, appartamenti in cui a nessuno dovrebbe essere attribuito il reato di induzione, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, così come invece prescrive la legge Merlin.

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#Sentenza: prostituta condannata per aver preteso il pagamento!

sexworkUpdate: leggi il mio pezzo su Il Fatto Quotidiano. La prostituta ha diritto ad un giusto compenso.

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Arianna mi segnala un articolo in cui si dà notizia di una sentenza. Secondo l’articolo il tribunale di Roma avrebbe condannato una prostituta a quattro mesi di carcere perché chiedeva, con vari sms, i 100 euro pattuiti per la prestazione. Inizialmente l’accusa era di estorsione, ridotta poi a “violenza privata”. Perciò chiedere a un cliente di pagare il servizio sessuale che è andato ad acquistare sarebbe “violenza privata” (in fondo al post una precisazione che dovrebbe però chiarire ulteriormente).

Si scrive nell’articolo che praticamente la prostituzione non sarebbe contraria al buon costume perché è legalmente consentita. Il profilo contrario al buon costume sarebbe casomai, non ho capito il perché, a meno che non si riferisca al caso in questione, quello del cliente in qualità di profittatore della prestazione sessuale. Tuttavia, perché c’è un tuttavia, il rifiuto del cliente a pagare la prestazione sarebbe consentito perché nessuna forma di tutela è prevista per ottenere quel compenso “non essendo riconosciuto il diritto di pretenderne il pagamento“.

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#SexWorking regolamentato secondo il modello neozelandese

imagesTraduzione dal documento The Licensing of Sex Work in Australia and New Zeland a cura del Dr. Thomas Crofts a del Dr. Tracey Summerfield. La parte che Elisabetta – del nostro gruppo Traduzioni Militanti – ha tradotto è quella relativa il modello della Nuova Zelanda. Per il documento intero, in inglese, potete leggerlo QUI. Buona lettura!

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Pagina 9 titolo 2: Modelli di regolamentazione pura 

A nostro avviso il New Zealand Prostitution Reform Act 2003 è il documento giuridico più efficace in termini di prostituzione. Gli altri modelli di regolamentazione australiani sono dettagliati di seguito, anche se i precetti cambiano a seconda del settore di esercizio. La questione principale sta nel comprendere che impatto questi precetti abbiano sul processo di regolarizzazione dell’attività.

Il Prostitution Reform Act 2003 della Nuova Zelanda

In Nuova Zelanda il Prostitution Reform Act 2003 è stato introdotto al fine di decriminalizzare (depenalizzare) la prostituzione, chiarendo al contempo che non se ne avalla né sanziona l’esercizio e l’utilizzo. Il suo scopo è quello di creare un quadro normativo atto a proteggere i lavoratori e le lavoratrici e a garantirne i diritti umani, alla salute, alla sicurezza e a contrastare la prostituzione minorile. In Nuova Zelanda chiunque possegga un esercizio in cui si vendono servizi sessuali è tenut@ a possedere un permesso. Per “esercizio di prostituzione” si intende un servizio atto a fornire, per mezzo dell’operatore/trice o per conto terzi, rapporti sessuali a pagamento. L’operatore/trice è la persona che possiede, gestisce o controlla codesto esercizio. Secondo il PRA 2003 i cosiddetti small owner operated brothels, esercizi nei quali lavorano al massimo quattro persone che dispongono liberamente dei propri proventi svolgendo un ruolo paritario, sono attività senza ruoli di controllo e direzione (senza l’ausilio dell’operatore). I singoli lavoratori, o coloro che lavorino in attività senza operatore non sono pertanto tenuti ad ottenere il permesso di esercizio.

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