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#Londra: la transfobia e la puttanofobia delle femministe radicali

Copper transgender symbolQualche anno fa, nel corso di una discussione tra femminismi attorno all’iniziativa londinese Reclaim The Night, si svolse una battaglia d’opinione tra femministe radicali e altri femminismi. Il tema principale era a proposito della partecipazione delle trans alla manifestazione, ma ancora prima c’era un pregiudizio, secondo quanto mi raccontano, per il fatto che le radicali sono così prese dalla loro crociata, contro la pornografia e contro le sex workers che rivendicano la regolarizzazione, da aver sviluppato una totale avversione nei confronti delle trans che fanno quel mestiere. Affermazioni senza riguardo riportavano alla memoria essenzialismi biologici cari al patriarcato, al punto tale che qualcuna affermò che le trans non sono donne ma uomini travestiti e dunque inaffidabili, portatorI di tutto il male di cui, secondo la loro convinzione, sarebbero portatori gli uomini.

In tante dissero che prestare il fianco ai peggiori ragionamenti patriarcali, pur di far prevalere la loro versione della storia in fatto di sex working, faceva capire che in loro era rimasto ben poco del femminismo che libera le persone. Dissero che un femminismo che produce ragionamenti del genere fa parecchi danni, non solo perché tollera e auspica la persecuzione istituzionale contro le sex workers ma anche perché diventa fabbrica di stereotipi culturali che producono transfobia. Di femminista in loro potrebbe essere rimasto, dunque, davvero poco dato che parrebbero occuparsi solo di rilascio permessi alle donne su quel che potrebbero o non potrebbero fare. Il porno no. La sex worker no. La pubblicità sexy no. Cosa merita dunque il loro si?

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