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The Red Pill: un documentario di parte su Mra & company

Cassie Jaye viene descritta come una capacissima documentarista in grado di affrontare argomenti complessi sulle questioni di genere. Io non la conoscevo e curiosa di capire quale fosse la sua idea su una questione che io ho affrontato per parecchio tempo, avendo interesse a indagare, ascoltare – superando diffidenza e pregiudizi – perfino opinioni che sono totalmente opposte alle mie, ho iniziato a vedere il suo ultimo documentario in cui lei parla degli Mra. Intervista persone che fanno parte di quel gruppo, ideologi e oratori/oratrici schierati in quella direzione, confrontando pareri degli Mra con quelli di femministe più o meno radicali (radical feminist degli Stati Uniti) che per l’impostazione filo-istituzionale, per legami con il potere politico ed economico, per l’appartenenza al femminismo della seconda onda, molto diverso da quello che molte persone, come me, della terza, quarta onda, praticano, non portano argomenti utili ad affrontare l’argomento. L’unica che ha detto cose condivisibili è stata “la rossa” che ha citato un elenco di temi attorno ai quali – se l’Mra non fosse stato in malafede – avrebbe assolutamente dovuto essere disponibile ad una lotta comune. La trovate verso la fine del documentario.

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Un uomo coi collant non è un uomo – e uno con un boa rosa cos’è?

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di Inchiostro

Ok, ho infine deciso di sedermi qui – io pure – a scrivere – io pure – le mie quattro cazzate – io pure – sugli uomini con le calzedadonnamiodiosalvateci!1!!!1

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Tutti a dirmi come essere un “uomo vero”. Io vorrei solo essere me stesso!

La domanda era: vuole qualche uomo parlare di se’, da un punto di vista di genere, fuori dalla dicotomia tutore/carnefice, violento/salvatore? Che altro? Ditemi.

E’ già successo. Ne ho e ne abbiamo parlato. Si ricomincia ad indagare, perché non bastano le risposte precotte e non basta quella narrazione comoda e stereotipata per cui gli uomini tutti di là a contenersi dai presunti istinti malefici e le donne tutte di qua, supponenti e con l’idea che abbiamo capito tutto e nulla più abbiamo da imparare. Lui è A. e quella che segue è la sua lunga lettera. Buona lettura!

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Ciao Eretica,

Proverò ad andare un po’ a ruota libera, parlandoti di come vedo e vivo io il genere. Il mio punto di vista è quello più medio possibile, un maschio bianco eterosessuale cresciuto nella medio borghesia del sud. Aggiungi un pizzico di nevrosi dovute all’essere di sinistra dei genitori, e dunque al dover conciliare il conservatorismo endemico con un’apertura mentale appresa. Più che un pizzico, palate di nevrosi. Voler fare delle cose e non farle perché abbiamo letto che è sbagliato, volerne fare altre e vietarselo perché è contro quello che si è, contorcersi di continuo. La rivoluzione dei costumi, ma con moderazione e purché non si offenda nessuno. Paradossi viventi.

Ti racconto tutto questo non perché ti ho scambiata per una psicanalista (anche se, ho capito, molto spesso le questioni di genere tirano fuori le storie familiari e personali), ma perché è qualcosa a cui penso molto da quando ho preso a interessarmi sporadicamente della mia identità maschile. Da poco più di un anno ho iniziato a leggere materiale sulle donne e sul femminismo. Lo stimolo è stata la rabbia: avevo, ho ancora, le palle piene di sentirmi affibiare responsabilità che sento di non avere, né come uomo né come essere umano, ogni volta che qualche sballato fuori di testa fa male a una persona di sesso femminile. Non è per negare che il patriarcato e la cultura del possesso abbiano un ruolo nell’uccisione delle donne, al contrario. Ma non capisco perché io dovrei sentirmi responsabile di quello che fanno altri. Come dicono i Nofx (il punk, mia grande influenza), posso accettare responsabilità per quello che ho fatto, non certo per quello che sono. Se no, dovrei sentirmi in colpa tutte le volte che un bianco o un eterosessuale fa qualche stronzata connessa al colore della sua pelle o al suo modo di amare gli altri. Questo è un primo indizio: la colpa. C’è una certa pressione a farti sentire inferiore e in colpa per il semplice fatto di essere come sei. Almeno, io la sento tantissimo.

Dopo aver iniziato a interessarmi di queste cose, come capita spesso, le cose hanno iniziato a collegarsi a valanga: leggevo altre cose, mi accorgevo che questa attitudine alla correzione dell’uomo è talmente pervasiva da essere diventata tanto presente quanto invisibile. Ovunque, il messaggio è che l’uomo, qualsiasi uomo, è imperfetto e pieno di difetti, un essere per lo più anaffettivo a cui periodicamente va insegnato di nuovo l’alfabeto. Corollario: qualsiasi uomo e soprattutto donna ha non solo il diritto, ma anche il dovere di mettersi a correggere gli uomini che ha a portata di bocca. Se vuoi metto un pò di riferimenti più colti, ma il sunto del ragionamento è: mentre una donna è donna da subito e per sempre, e nessuno può negarle questo carattere fondamentale, un uomo ha bisogno di guadagnarsi e confermare di continuo il suo essere uomo. E’ una battaglia in cui chiunque, uomo o donna, si sente in diritto di ricordarti che sei pieno di difetti, e che è necessario lavorarci su se vuoi essere un Vero Uomo.

Che diavolo è un Vero Uomo? Mistero. Non lo sa nessuno. Al contrario, uomini e donne, e la società più in generale, sembrano avere ben chiaro in testa che cosa NON è un vero uomo. Te lo ricordano di continuo, nei modi più vari e con i messaggi più contrastanti. Per alcuni non sei uomo se non ti accanisci contro donne, omosessuali, altri uomini più deboli; per altri non sei uomo se non ti dedichi a certi passatempi virili. Ancora: non sei uomo se di fronte a qualcosa ti scende una lacrima, o se cerchi di manifestare affetto a un amico solo in quanto amico. A volte siamo comici: non riusciamo a dirci “avevo voglia di sentirti, di stare con TE unicamente perché sei mio amico e ti voglio bene”, e dobbiamo inventarci mille modi e mille scuse, le birrette insieme, lo sport. Altrimenti cala la mannaia: se ti dico che ti voglio bene, se ti abbraccio invece di stringerti la mano, ho una paura bestiale che tu mi prenderai per un omosessuale, il ricatto più grande con cui gli uomini sono manipolati.

Bah. Per fortuna su queste cose ho iniziato a lavorarci, e a parlarne con alcuni amici, e ora se ho voglia di abbracciare qualcuno lo faccio e basta, e chi se ne frega. Molti sono ancora guardinghi quando lo faccio, perché sono stati programmati per avere terrore di qualcuno che tolga loro la virilità. Penso che hai capito.

Attenzione, però. Finora ti ho fatto esempi solo di una mascolinità classica, quella che cerca di essere più virile possibile, e cerca di mettere norme e paletti sul come si è veri uomini. Mi sono accorto però che io e i miei amici siamo cresciuti con un altro tipo di maschilità in testa e nel corpo, normata anch’essa in modo molto subdolo, ma con lo stesso risultato. Il patriarcato ha fatto molti danni, e si è pensato, giustamente, di mettere la mordacchia a molte sue manifestazioni o atteggiamenti esteriori: sport tradizionalmente “virili” come la caccia o la pesca, o il pugilato, o il semplice scolarsi un whisky prima di andare a dormire. Il vero uomo, si diceva, non ha bisogno di tutte queste cose per essere un vero uomo. Anzi: un uomo che fa queste cose non è un vero uomo, e basta.

Ottimo. Immagina, quindi, le reazioni dei miei genitori – ecco che ci siamo tornati – madre femminista a tempo perso e padre ex sessantottino moderato (siamo pur sempre al sud) quando ho iniziato a fare pugilato, a fare pesca subacquea e altre piccole cose che loro mi avevano abituato a pensare come fossero il MALE. E nota che per me niente di tutto questo ha connotazioni di genere: non è che faccio pugilato per sentirmi più uomo o per picchiare la gente. E’ un maledetto sport, niente di più, e vorrei essere libero di farlo per quello che è senza sentirmi addosso il giudizio di altri. La risposta media delle donne, quando sanno che faccio pugilato, è invece per lo più di alzare gli occhi al cielo, e capisco benissimo cosa pensano in quel momento: pensano di aver trovato uno scimmione – anche se sono una persona di aspetto normalissimo e anche un pò sfigato, con i miei occhiali – che pensa solo a testosterone e figa, niente profondità né sensibilità. E questo succede per tantissime altre cose che ho iniziato a fare apertamente, senza più sentire il bisogno di vergognarmene, semplicemente perché mi piacevano e non credo né di dover rendere conto a nessuno né tantomeno di diventare un uomo migliore o peggiore perché le faccio.

In questo, certo femminismo, quello fatto coi piedi, ha delle responsabilità innegabili. Alcune si sono messe a stilare l’elenco di tutto il male che l’uomo porta al mondo, e si sono messe d’impegno a distruggere ogni singolo brandello di cosa che non andava bene al mondo femminile. Infischiandosene, spesso e volentieri, del parere degli uomini.

Capisci? Da un lato c’è chi ti dice che essere un vero uomo significhi sottomettere i deboli. Dall’altro, ti dicono che “vero uomo” è non fare tutta una serie di cose. Ci sono in ogni caso ricette da seguire, non sia mai che qualcuno si metta a pensare con la sua testa. In mezzo, ci sono io. Che mi sento sballottato da una norma all’altra, senza capire bene cosa fare quando, ad esempio, la mia ragazza scuote la testa di fronte alla mia assoluta incapacità di fare dei piccoli lavori di bricolage in casa. Nessuno me li ha mai insegnati, e io non ne ho voglia, eppure, nella sua testa, l’uomo di casa deve essere in grado di smontare tubi o montare assi, e se non lo sa fare non è abbastanza uomo. Eppure, secondo altre, sarei troppo uomo quando, ad esempio, divento assertivo e battagliero nel difendere certe mie idee.

Ok. Mi accorgo che continuerei ancora per molto a lungo, per cui mi fermo qui. Spero di averti fatto capire che la questione delle norme di genere, della pressione ad adeguarsi a un ruolo, la sento molto, molto forte, e tutti i giorni. Non so bene come affrontarla, ancora. Penso che mi farebbe bene parlarne con altri amici e uomini, ma come forse saprai di queste cose tra uomini non si parla, cala il divieto, ci si adegua ai ruoli già pronti per noi, si impara a pensare a sé stessi come delle creature inferiori continuamente bisognose di aggiustamenti, piene di difetti e che comunque non arriveranno mai alla perfezione delle donne. Il risultato è che tra di noi non si parla, o lo si fa in un modo talmente superficiale da diventare ridicolo. Il peggio di tutto questo è che, grazie a questa latitanza della discussione, a raccontare gli uomini sono le donne. Vedi, tra i tanti esempi, il libro scritto da uno che ha messo insieme pareri unicamente femminili per raccontare l’assenza e la crisi maschile nella società. Bah.

Basta, mi fermo. Scusa se ho imperversato tutto questo tempo…

A.

Ps: scrivetemi, su abbattoimuri@grrlz.net. voglio capire e sapere di voi. come vivete la questione di genere fuori dalla dicotomia imposta, se riuscite a trovare nuove traiettorie o se, ancora, siete sballottolati tra l’uno e l’altro ruolo.