Antisessismo, Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze, Storie

Dov’é la solidarietà tra mamme? Io non la conosco!

Lei scrive:

“Cara Eretica, oggi è freddo qua al Nord, ho appena finto di fare le faccende di casa, tutte io, perchè sono una mamma single di 37 anni senza nessun aiuto pratico, né un lavoro fisso né una famiglia di origine vicina. Abito in una vecchia casa che fu della mia nonnina, vivo di poco, sono laureata ma faccio la barista o quello che capita, promozioni, cose così.

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Affetti Liberi, Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Coming Out, Contributi Critici, La posta di Eretica, Personale/Politico, Storie

#Omofobia: evitate di trasmettere pregiudizi alle generazioni future

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Sono maschio, bianco, eterosessuale. Sono nato e cresciuto nel nord Italia, in una paese di provincia rosso, solidamente amministrato dal PC dal dopoguerra in poi. Una terra ricca e strana, in cui tutti, quasi per codice genetico, andavano alla Festa dell’Unità, ma molti lo facevano scendendo dalle ville in Mercedes. Una terra in cui Bella Ciao e Allende e i Tupamaros e Che Guevara, ma anche i versi stonati dal lambrusco di “Nessuno più al mondo deve essere sfruttato” e “Contessa”, convivevano allegramente con un radicato pregiudizio contro i “taroni” che era ben più antico di Bossi & Co. Una terra di sinistra in cui l’insulto più sanguinoso che un uomo potesse ricevere era “culano”.

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Antirazzismo, Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze, Storie

Attenta all’uomo nero, dicevano. E subito fu sesso!

Lei scrive:

Ciao Eretica, innanzitutto grazie per questo spazio bellissimo che è la tua pagina, ogni giorno è pura energia vitale, respiro di aria fresca. C’è tanto schifo in giro, nella vita ma soprattutto sul web che ne è il principale veicolo. Parlo di sessismo, razzismo e stupidità. Forse perché una cosa detta sembra avere sempre un peso minore di una cosa scritta, non so, però è impressionante. Mi riferisco alla storia della morte della ragazza americana, Ashley, e al tenore dei commenti che ho letto su internet. Oltre che un forte nervosismo che penso tocchi tutte le persone di buon senso, per me c’è dell’altro, una faccenda un po’ più personale. Sì perché io non sopporto tutte queste persone che hanno la pretesa di far rientrare il male in determinate circostanze, stili di vita, o addirittura etnie. Il male nell’altro, nel diverso, nello sconosciuto.

Che questo caso è l’apoteosi di tutto ciò: una ragazza, bella e libera, che tradisce (?) il fidanzato con un nero, clandestino e spacciatore, conosciuto in discoteca, che poi la uccide, forse entrambi sotto l’effetto di droghe. Praticamente, anche grazie alla morbosità dei “giornali”, il messaggio che è passato ai più, e che si tratti dei più mi fa davvero paura, è stata la conferma che le donne stanno bene a casa, controllate, in un ambiente protetto, e che se vanno con l’uomo nero questa è la fine che fanno. Anzi, a detta di troppi, la fine che si meritano. Forse la fine che mi meritavo anch’io, secondo loro:

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Quei lager dedicati alle ragazze con disturbi alimentari

Ricevo e pubblico, con un grandissimo abbraccio a questa ragazza così consapevole di quello che le succede.

Lei scrive:

Ciao sono C., ho 16 e soffro di anoressia da due anni. Non ho un carattere semplice, sono abbastanza scontrosa e arrogante, ma soprattutto sono decisamente nervosa. Proprio per questo mi hanno ricoverata solamente una volta, perché le altre volte che ci hanno provato mi sono ribellata minacciando di digiunare fino alla morte.

A volte mi chiedo se fosse stato meglio cedere e farmi aiutare, ma poi ci ripenso: quello non è farsi aiutare. In quel maledetto reparto ci sono rimasta per 5 lunghissimi mesi in cui sono passata da pesare 44 kg a 42 kg, che detto così sembra niente ma sono alta 1.70 m quindi è un peggioramento enorme. Non solo: questo ricovero è stato devastante anche per il mio carattere, penso di avere insultato tutti come si deve, senza risparmiare nessuno, tant’è che gli infermieri quando me ne sono andata erano contenti, ma non perché sapevano che stavo meglio (perché sapevano che non era così) ma perché finalmente avevano un’isterica in meno in quel posto dimenticato da Dio.

Ma sono le pratiche ad essere sbagliate, in quanto non puoi mettere a vivere insieme per mesi 9 ragazze con lo stesso disturbo, perché diventa una gara alla più magra, a chi taglia prima il nastro per il traguardo (e che traguardo, la morte). Le ore passate nella stessa stanza a guardare i piatti delle altre e vedere quanto hanno mangiato e poi fissarle, e poi sentirmi tutti gli sguardi addosso: ORRIBILE.

I giorni passati con le mani fasciate per non mangiarsi le unghie, ottenendo l’effetto di mani monche che non ti permettevano di fare nulla. E tutti i giovedì mattina, in cui ci si doveva svegliare mezz’ora prima per andare a pesarsi, con i lunghi momenti di attesa fuori dalla porta della sala medica con una decina di ragazzine ansimanti per l’agitazione di aver preso un grammo.

E quando volevano obbligarmi ad andare nella mia scuola con il sondino (per chi non lo sapesse è un tubicino che infilano nel naso e arriva fino allo stomaco e serve per l’alimentazione artificiale), come attira-prese in giro. E come dimenticare gli integratori, che dalla confezione sembrano carini succhi di frutta, ma in realtà sono pesanti esattamente come il metallo liquido.

Ma la cosa peggiore è la solitudine. La solitudine in questo reparto formato da un corridoio con tante stanzette e le luci fioche, degno dei miglior film dell’orrore devo ammettere, e con le finestre senza maniglia e le sbarre per evitare di suicidarsi. Sei solo tu, con i tuoi amici con disturbi alimentari, depressi, drogati, autolesionisti o persone che hanno tentato il suicidio. I medici sono lì per non farti morire, non per farti mangiare normalmente.

Dato che sto parlando di questi mesi infernali per la mia vita, vorrei ringraziare mio padre, che è stato l’unico a venirmi a trovare tutti i giorni a tutti gli orari di visita per cercare di strapparmi un sorriso, e la mia amica B., purtroppo conosciuta in quel posto orrendo, ma con la quale penso che condividerò un grande pezzo della mia vita. Chi invece non ringrazio è mia madre che era troppo impegnata a ubriacarsi per occuparsi di me, ma oramai ci avevo fatto l’abitudine.

So perfettamente di aver fatto una lettera un po’ lunga, ma era necessario, perché ci tenevo a far sapere come veniamo trattate in questi posti che dovrebbero servire a curarci, ma che in realtà ci lasciano un trauma irreparabile.

Se condividerai questo mio racconto te ne sarò molto grata, e ci tengo anche a dirti che ti seguo sempre perché trovo che ogni tuo articolo sia interessante! Un grande abbraccio.
C.

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze

Il #FamilyDay raccontato da un’Eretica

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Ho ascoltato quasi tutti gli interventi fatti dagli ospiti sul palco del family day. Ho guardato le facce, le espressioni, mi è sembrato di intuire le intenzioni di chi era in piazza. Tante famiglie numerose, quelli che hanno dieci figli a testa o poco meno. Tante persone che credono in qualcosa che non mi riguarda e poi la scommessa per una manifestazione partita dal basso, da quel che mi dicono, organizzata e popolata dai neocatecumenali e che non ha avuto l’appoggio delle grosse organizzazioni cattoliche (tipo Cl) ma ha ottenuto un cenno di assenso del Papa. Non so distinguere tra le varie categorie comprese nel mondo cattolico, perciò perdonatemi l’approssimazione o qualche inesattezza.

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Affetti Liberi, Antiautoritarismo, Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze, Sessualità, Storie

Fai sesso di gruppo? Se non dici che l’hai subito sei una zoccola!

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Vivo in un paesino di montagna di duemila anime. Qui ci conosciamo tutti. Non c’è modo di fare qualcosa senza che gli altri lo sappiano. Molte mie coetanee sono sposate e hanno fatto figli. Poi ci sono quelle che sono emigrate, perché lavorano, studiano, viaggiano, fanno sesso con chi vogliono, nel senso che non sono etero e qui non resistono. E poi ci sono io, tornata qui perché mia madre non stava bene.

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Tranquille, se faccio tanto sesso non mi casca la vagina!

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Ho sempre avuto l’impressione che a sorreggere il mio corpo servisse qualcuno pronto a desiderarlo. Se non mi tocchi si stacca un po’ di pelle. Se non mi baci, lecchi, mordi, spariscono anche i muscoli, ed è così che a volte, sola, mi sento intimamente. Nuda, ma di un nudo che non risparmia neanche la carne. Così quando recupero con l’amore è come se mi si ricucisse tutto quel che avevo perso. Sento di nuovo fluire il sangue nelle vene e posso tendere i muscoli e osservare l’epidermide che mi restituisce una volta ancora il mio odore. Se non mi ami non so di niente. Non ho un aroma. Non credo di poter resistere senza una goccia del tuo sudore, l’umido della tua saliva, una tua lacrima che mi infonde umanità.

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Comunicazione, R-Esistenze

Chiedete scusa a Vanessa e Greta: basta con gli insulti e le illazioni!

Vignetta di Mauro Biani (Via Il Manifesto)
Vignetta di Mauro Biani (Via Il Manifesto)

Dal ritorno di Vanessa e Greta, queste due ragazze, non hanno letto (io spero di no) altro che insulti, illazioni, infamie di ogni genere. Ne avevo scritto sperando che la storia finisse lì. In fondo a tutto c’è un limite. Dopo che hai detto di queste ragazze le cose peggiori che mai si possono dire di una donna che altro vuoi dire? Invece no. Solo a commento del mio post qualcuno a scritto che Vanessa e Greta si sarebbero divertite a spese degli italiani, che in realtà sarebbe stato tutto un trucco per fare arrivare soldi ai fondamentalisti che poi li spenderebbero in armi, ché loro due sarebbero partite per aiutare gli integralisti e se vuoi fare “vero” volontariato dovresti partire con la bandiera italiana tatuata sulla pelle e con la croce rossa.

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Antiautoritarismo, Antirazzismo, R-Esistenze

A scuola c’è chi vuole i bambini divisi per “razza” e per “classi sociali”

Ho letto di genitori che preferiscono che i propri figli vengano accolti in classi dedicate a bambini: “italiani”? Bianchi? Cattolici? Ariani? Benestanti? Non so. Credo di non aver capito. I figli degli stranieri invece vengono accolti in classi separate, per persone, così si dice, di minore preparazione linguistica e non ho ben capito che altro.

Tanto tempo fa avevo l’opportunità di iscrivere mia figlia in un paio di scuole. Una che corrispondeva a figli di buona famiglia, in una scuola che stava in un quartiere bene della città e con insegnanti che temo avessero tutti delle idee un po’ classiste in tema di educazione. L’altra era nel quartiere in cui in realtà avevo scelto di abitare, frequentata dai figli di chiunque, migranti inclusi. Essendo una scuola di un quartiere non centrale fruiva di supporti per progetti creativi e molto belli, per le classi medie inferiori c’erano corsi di giornalismo, di teatro, di informatica e approfondimenti di lingua straniera. Molti degli insegnanti erano giovani, alcuni precari, e comunque erano ben felici di dedicare tempo ad una scuola che viveva di contraddizioni e che li arricchiva moltissimo. La scuola era sempre aperta, un vero punto di riferimento del quartiere, i ragazzi potevano tornare lì nel pomeriggio per i corsi e per approfondire momenti di integrazione su altre culture, con racconti di persone che venivano da altri paesi, il coinvolgimento dei genitori, e no, non venivano esclusi neppure i figli di pregiudicati perché il primo obiettivo di una scuola pubblica è quello di tentare di offrire una prospettiva migliore a chiunque.

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#NoStigmaDepressione: sono depresso e non ho mai ucciso nessuno!

Ciao,

ho letto questo e volevo raccontare la mia esperienza. Sono depresso da almeno cinque anni e non mi è mai venuto in mente di uccidere nessuno. Non credo di essere un uomo molesto. Non vado sui social network per sfogare la mia frustrazione e passo le mie giornate senza che abbiano un grande significato.

Cos’è essere depresso per me? E’ restare a macerarsi ossessivamente sull’idea di farla finita perché pensi che la tua morte potrebbe risolvere molte cose. Potresti smettere di preoccuparti, di dover aspettare da un momento all’altro qualcuno che esige il pagamento dei debiti e ti pignora tutto. Potresti smettere di sentirti di peso mentre vedi tua moglie e addirittura tua figlia farsi in quattro per tirare avanti. Potresti smettere di piangere e guardare un muro bianco mentre ti sfinisci di seghe. Potresti dormire, finalmente.

Ma un depresso non è una persona senza coscienza e non è nulla di meno di un soggetto pensante. Se ti viene in mente di uccidere qualcuno lo fai per altri motivi e non per via della depressione. Un depresso è una persona che non può essere rinchiusa o curata se non lo vuole. Ha il diritto di scegliere, come qualunque altra persona malata, ma se ti affidi a uno psichiatra e hai pensieri suicidi io spero che non ti lascino senza cure. Le cure dovrebbero arrivare se sei un pericolo per te stesso. Figuriamoci se lo sei per gli altri. Allora ci sarebbe da chiedersi come funziona il nostro sistema sanitario, perché io ricordo che la prima volta che mi rivolsi all’Asl trovai una gentile signora che mi disse che come me ce n’erano tanti, indebitati, senza lavoro, e che perciò gli ambulatori per la salute mentale stavano esplodendo per carenza di organico e perché non ce la facevano a fare da palliativo a una crisi che nasce da altre mancanze.

La mia depressione cominciò quando mi licenziarono. Mi assunsi tutte le colpe e ritenni di essere inutile. Cercai invano altri posti ma alla mia età non ti vogliono neppure per fare lo scaricatore ai mercati generali. Dopo un po’ smisi di cercare e cominciai a guardare la televisione. So che avrei potuto almeno aiutare mia moglie in casa ma giuro che non ero in grado. Davvero non ce la facevo. Era come se fossi totalmente rincoglionito, immobile, paralizzato, seduto tutto il giorno su una poltrona con reazioni minime indotte dai programmi della tv. Mangiavo male, non partecipavo alle faccende di casa, non dormivo e facevo impazzire mia moglie perché continuavo a girare canali e fare rumore anche di notte.

Io volevo solo smettere di sentire, soffrire, vedere e mi anestetizzavo come potevo. Prendere distanza dagli affetti, anche quello è un modo per proteggersi. Proteggersi da tutto perché ti ferisce enormemente. Perché i sensi di colpa ti uccidono e perché ti assumi la responsabilità anche di quello che subisci, le ingiustizie che il mondo ti impone, senza essere in grado di reagire. A me ferivano le fatiche di mia moglie e il fatto che mia figlia avesse dovuto rallentare il ritmo all’università per lavorare. La vedevo tornare stanca e dicevo che non era per ottenere questo risultato che avevo lavorato tanto. Non era giusto e mi sentivo impotente.

Vedi, gli uomini, almeno quelli della mia generazione, sono stati cresciuti con il culto del buon padre di famiglia, quello che a tutto provvede e che senza la capacità di mantenere la propria famiglia non gli rimane più niente. Non sono mai stato un buon casalingo e essere mantenuto per me era un’umiliazione. So che può esserlo anche per tante donne disoccupate e che quello di cui parlo non è una questione che riguarda solo gli uomini, ma io la sentivo e la vivevo così.

Un giorno decisi di farla finita e la mia depressione mi portò a immaginare che non avrei dato un dolore a mia moglie e a mia figlia. Che sarebbe stato meglio così. I debiti sarebbero morti con me e loro, da sole, avrebbero avuto più libertà per rifarsi una vita. Presi tutte le mie medicine e pensai fossero sufficienti. Invece imparai, sulla mia pelle, che di overdose di certi farmaci non si muore. Al massimo ti si frantuma lo stomaco, il fegato, ma dopo qualche giorno di sonno innaturale ti risvegli e guardi quanto è grande il danno che hai prodotto.

I sensi di colpa indotti a mia moglie e a mia figlia, io calato nel ruolo della vittima, i problemi che avrei dovuto risolvere sarebbero rimasti tutti sulle spalle della mia famiglia, perché non era vero che i debiti sarebbero morti con me. Perciò ci siamo guardati in faccia, tutti quanti, e ci siamo detti che se venivano a pignorare, pazienza, avremmo ricominciato da capo. Se per me non c’era lavoro, avrei dovuto imparare a dare una mano in casa, avrei potuto cucinare e alleggerire la vita di mia moglie e mia figlia. Avrei potuto vivere e resistere assieme a loro. Non per un senso di romanzata e ritrovata gioia familiare ma perché mi resi conto che comunque morire non era quello che volevo. Volevo vivere.

Ho ripreso a curarmi con la volontà di farlo. Mi sono dato dei ruoli e ora svolgo piccoli lavoretti qui e là che comunque mi tengono impegnato. Non mi sento benissimo e qualche volta mi sento socialmente sminuito nel mio ruolo ma sono grato alla mia famiglia di ogni risata, ogni discussione, perfino dei litigi. Perché la depressione è una cosa che riguarda me e riguarda anche le persone che mi circondano, ma dalla depressione, se si dà il giusto peso alle cose, forse si può anche guarire.

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Acchiappa Mostri, Antiautoritarismo, Precarietà, R-Esistenze

No allo stigma sulla depressione: chi uccide lo fa per altre ragioni!

Ciao, ti scrivo dopo aver letto il post scriptum di questo tuo articolo. Hai ragione. Il fatto che venga usata la depressione come scusa per giustificare tanti delitti produce un danno alle persone depresse. E’ uno stigma che pesa sulla nostra testa, mentre tutti ci guardano come fossimo potenziali assassini. La depressione provoca, a volte, dei problemi con l’umore e se una persona è già violenta allora può anche reagire con violenza, ma la violenza sta a monte. Secondo me non arriva per via della depressione. Ci sono sempre fattori culturali, ambientali, l’educazione ricevuta, che contribuiscono a fare di te quello/a che sei. Liquidare certi assassini semplicemente come depressi significa che non approfondiranno sulle cause vere dei delitti e allora mi sembra tutto inutile. La depressione diventa solo un altro alibi.

Io ho un marito, due figli, e mi sono ammalata di depressione senza rendermene conto. La malattia mi ha resa incapace di vivere, progettare, dare alla mia famiglia l’aiuto necessario. Ho trascorso ore a guardare la televisione e altrettante ore su facebook a lasciare commenti sciocchi. Dicevo a me stessa che quello era il mio tempo di socializzazione, e nel frattempo evitavo di uscire e di vedere o parlare con persone reali. I miei figli cominciarono a rivolgersi maggiormente al padre per le loro necessità. Mia suocera ne ha approfittato per dimostrare che una vera donna non cede mai allo sconforto e ha cominciato ad appropriarsi di casa mia, cucinando, rassettando, mentre io diventavo semplicemente “la depressa”. E viene meno l’interesse per le cose, tutto comincia a scivolarti addosso e allora puoi immaginare che senza di te il mondo starà meglio, che non sei necessaria a nessuno, e qualche volta, si, pensi al suicidio, cominci a elaborarlo, anche se lucidamente pensi alle implicazioni. Allora pensi che i figli ne soffrirebbero e tuo marito non se lo merita, e ti trascini giorno dopo giorno vivendo solo per gli altri, dando loro l’impressione che stai un po’ meglio. Un giorno un piccolo sorriso, il giorno dopo un abbraccio. E in fondo lo sai che sei ancora viva, stai ancora lì, nascosta da qualche parte, anche se la parte vitale di te non riesce a uscire fuori. Le ore più atroci io le ho vissute di notte, perché a volte la depressione produce insonnia. Si dorme poco e male e poi si resta rincoglionite tutto il giorno. E poi c’è la maniera in cui il mondo attorno a te reagisce. Vorrei dire che sono tutti brutti e cattivi ma non è così. Esistono le persone che vorrebbero eliminare la depressione, in special modo nelle donne, per restituirti ai tuoi compiti di cura, ma poi ci sono le persone che ti amano e vogliono solo che tu esista. Vedi i figli e tuo marito a dimostrarti affetto in modi che neppure sai apprezzare.

Vorrei dire che queste osservazioni può farle una persona depressa, perché essere depresse non significa essere idiote. C’è che non hai la forza di andare avanti e che a volte rispondi male, certo, ma di ammazzare qualcuno io non ho mai avuto proprio voglia. Casomai, come dicevo prima, tra mille sensi di colpa e la vergogna che provavo, l’idea era quella di togliermi di torno per togliere un peso a persone che avrebbero vissuto meglio senza di me. Pensavo che mio marito e i miei figli avrebbero potuto vivere meglio con qualcun altro/a. Ma nel momento stesso in cui lo pensavo mi rendevo conto del fatto che mi stavo sostituendo a loro. Mio marito mi ama, i miei figli pure. Non sono io a decidere con chi dovranno stare. E l’idea del martirio, il sacrificio estremo, per farli felici, mi sembrava perfino ridicola.

Un giorno, poi, ho semplicemente detto basta, sono andata a chiedere aiuto e l’ho ricevuto. Ho incontrato altre persone come me che arrivavano dal medico distrutte e ne uscivano rinate. Pur avendo molti pregiudizi nei confronti dei farmaci ho accettato di prendere piccole dosi di antidepressivi e non è vero affatto che producono allucinazioni o che possono addirittura spingere una persona a uccidere così come si è detto per il tizio che ha ammazzato la donna ucraina. Un bravo medico ti prescrive la giusta dose di farmaci che per un periodo, breve o lungo, ma non infinito, ti permettono di riappropriarti della tua vita, di rimettere a posto le tue cose e di tornare a respirare e vivere. Ai farmaci si accosta sempre una psicoterapia e questa cosa la passa la mutua, non è affatto dispendiosa e si trovano medici bravi che nonostante tante difficoltà fanno del loro meglio per rendere migliore la vita a tante persone in difficoltà.

Non possono darti un lavoro se non ce l’hai. Non possono rendere migliore il tuo matrimonio se è pessimo (ma non è il mio caso). Non è magia e non possono sistemare tutta la tua vita, però provano a metterti in condizione di affrontarla. Se dunque una persona depressa viene curata: quando e come può venirle in mente di uccidere qualcuno? Chi sono queste persone depresse che proprio a causa della “depressione” uccidono mogli, figli, figlie, parenti? Non è forse che c’è chi pensa che il proprio stare male li autorizzi a fare cose che comunque farebbero? E’ come dire che uno che ha bevuto ha fatto una cosa che da sobrio non farebbe. Io qualche volta mi sono ubriacata ma non mi è mai venuto in mente di fare cose diverse da quelle che avrei fatto da sobria. O come quelli che dicono che sono le droghe a provocare la violenza e lì c’entra l’atteggiamento forcaiolo e medioevale di una certa destra. Da giovane ho fumato canne e al più mangiavo troppo per compensare la fame chimica, e ridevo. Perciò bisogna distinguere, forse, tra droghe e droghe e anche tra persone e persone.

Ecco, questo è quello che volevo dire. Perché da quello che si legge sui media il futuro destinato alle persone depresse sarà la reclusione preventiva. Ci inviteranno a suicidarci in massa o ci rinchiuderanno tutti/e in nuovi manicomi perché da noi viene il male assoluto?

F.

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Comunicazione, Critica femminista, Culture, Precarietà

Donna, suora e partoriente: perciò merita la gogna mediatica!

La suora incinta. In primo luogo vorrei capire chi è che ha violato la sua privacy regalando questa notizia a gente morbosa e priva di tatto che ha ricamato sopra questa storia senza alcun rispetto per la persona. La notizia è partita dall’ospedale? Dal convento? Da dove? E in quale modo e perché dovrei giudicare “notizia” una faccenda privata che riguarda una donna, come tante, che ad un certo punto della vita restano incinte e hanno un figlio? Dove sta il problema?

Io di problema ne vedo solo uno. Il fatto che a lei abbiano attribuito colpe perché “non ha saputo resistere alle tentazioni” e lì, con tutto il rispetto, mi chiedo se faccia bene a queste tante donne “resistere alle tentazioni” e pretendere di non avere alcuna vita sessuale, neppure masturbatoria, in nome della “fedeltà” assoluta a Cristo che, come cultura iconografica vuole, parrebbe essere un bel figlio ma ‘sta poligamia sfacciata, essendo pure un minimo defunto, difficilmente può gestirla.

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