Critica femminista, R-Esistenze

Virginie Despentes: il femminismo è stato la rivoluzione più importante del XX secolo

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Da IncrociDegeneri:

Da Diagonal Periodico, una intensa intervista a Viriginie Despentes che, a partire dal suo ultimo romanzo, Vernon Subutex 1, ci parla di guerra di classe dichiarata dall’alto, Nuit Debout, gentrificazione urbana e culturale, stupro e lo stato presente dei femminismi.

Virginie Despentes,  scrittor@ e cineasta, autor@  di Teoria King Kong (Melusina, 2007) e Scopami – romanzo e film – ha un aspetto che mette soggezione, ma delle maniere calorose. Si sente molto a suo agio tra i libri. Nella stanza dove ci troviamo ci sono diverse librerie e, prima di cominciare l’intervista, il suo sguardo si posa sulla copertina di alcuni di quelli, sempre a caccia di qualcosa di interessante. Ha curiosità di conoscere il punto di vista degli altri, curiosità che si manifesta nella necessità di sapere dei contesti simili a quello che attualmente sta vivendo in Francia. Insiste sulla sua età, 47 anni, e su quanto sia entusiasmata dalla forza dimostrata nella Nuit Debout. Questa emozione contrasta con il sentimento del romanzo che è venuta a promuovere alla Feria del Libro di Madrid, Vernon Subutex 1 (Penguin Random House, 2016), primo episodio di un racconto poliedrico dove si espongono tutte le fila di un tessuto generazionale.

Posto che la fine di questo romanzo è un inizio,  trattandosi di una trilogia, mi piacerebbe iniziare domandandoti della generazione che ritrai, una generazione persa, ma resistente, che è arrivata tardi alle battaglie per il capitale simbolico che si liberano nei social network, in internet, ma che, nonostante sia stata travolta dal presente, si tiene, sopravvive.

Ciò che a me interessa di tutta questa storia è un tipo di guerra di classe dichiarata dall’alto, che è stata molto più violenta, potente e intelligente di quanto si aspettava la gente della mia generazione. E’ una sconfitta della classe media, ora precariato. E la mia sensazione è di sorpresa; la mia generazione non si aspettava questo attacco, non avremmo potuto avvertire che avremmo perso tutto. Certo è che l’abbiamo visto arrivare, ma non credevamo che fosse tanto facile. E’ la velocità che ci ha sconcertato. Per questo mi interessava soprattutto l’allegoria, il simbolo di come è scomparsa la disco, in maniera simile a come è scomparsa la Germania dell’Est. La questione chiave è che la mia generazione, almeno la gente attorno a me, non si aspettava di rimanere senza niente a cinquant’ anni. Trovandosi tra due generazioni, la tua e quella dei miei genitori, probabilmente ci siamo ritrovati più confusi: abbiamo visto scomparire tutto un mondo, non capiamo molto bene dove ci incastriamo e ci sentiamo tra due realtà. Ma, contemporaneamente, come ti facevo notare prima, non ci ha colto del tutto alla sprovvista. E’ la velocità che ci ha sconcertato. Non abbiamo risorse, però abbiamo una super forma fisica che ci spinge a domandarci: e ora, che facciamo?

Lo vedi come un potenziale

Vedo intorno a me che, per sopravvivere, dovremo convivere, in modo collettivo, perché non avremo molte altre opzioni. E’ probabile che ci tocchi sperimentare altri modi di invecchiare, tessendo reti di solidarietà, certo non abbiamo risorse materiali, ma sì che abbiamo forza fisica e voglia di fare cose.

In questo senso, evidenzi una mancanza di fiducia nelle istituzioni, in questo presunto Stato sociale?

In Francia è completamente distrutto.  La domanda del sì o no allo Stato era una questione rovente negli anni 80 e fino agli anni 90; ora non ha senso,  l’1% ne beneficia ancora. Stanno distruggendo tutte le istituzioni pubbliche, ma in Francia lo vedo più da vicino. Da due legislature fa e non smetteranno domani. Quello che sta accadendo in Francia lo vedo chiaramente come uno stupro: smantellano lo Stato, piaccia o no; e meglio se ciò che vogliono da te lo possono ottenere con la forza. Le istituzioni, così come le ho conosciute io, sono totalmente distrutte e se ancora esistono, sono così corrotte che il risultato è lo stesso. Siamo agli albori di una nuova fase di sfruttamento del lavoro, una fase in cui la maggioranza della gente sarà completamente inutile. No sto parlando di un gruppo marginale di proletarizzati, mi riferisco a delle autentiche inutilità. Allora che faranno con questa gente? Entriamo nella logica del campo di sfruttamento del lavoro, del campo di concentramento. Credo che non sarebbe fuori da ogni logica pensare che nella testa dei potenti si possano trovare alcune idee relazionate con lo sfruttamento del corpo; risorse con cui poter fare esperimenti nel campo farmaceutico, per esempio. Ciò che forse non sanno è che la resistenza sarà feroce, sia essa nella forma del terrorismo islamico o dell’estrema sinistra. La nostra conoscenza della storia è molto più sofisticata di quanto credono. In Francia è evidente in questi giorni, il paese funziona con la nostra forza e siamo ogni volta più numerosi. Dopo gli scioperi, siamo più coscienti del fatto che possiamo fermare il paese.

Ci attende, dunque, una resistenza

Lo penso e lo spero. O forse lo penso perché lo spero. Saggi come Shock Economy di Naomi Klein ti permettono di capire fino a che punto è sistematizzata questa forma di controllo. Ugualmente, penso che non si rendono conto del fatto che abbiamo una gran quantità di strumenti a nostra disposizione, e in questo penso ad internet come molto spirito critico, ma nello stesso tempo vedo il potenziale di strumento per sapere, per apprendere. Donna Haraway, nei suoi ultimi testi, parla di queste situazioni in opposizione che si fanno forza a vicenda. Per esempio, la resistenza dell’estrema sinistra in Francia coesiste con la resistenza del terrorismo islamico. Coesistono, ma non si incontrano, perché non hanno niente a che vedere l’uno con l’altro.

In Vernon Subutex 1 ci sono differenti ritratti di quelli e quelle che hanno colto e vissuto l’industria culturale negli anni 80 e 90, personaggi che sono riusciti a vivere di questa. Inoltre, il tuo romanzo inizia con uno sgombero. Mi domandavo cosa pensassi della cosiddetta “classe creativa” (Richard Florida), soprattutto ciò che ha comportato la gentrificazione, non solo urbana, ma anche culturale. Ossia, fino a che punto l’industria culturale, anche quella musicale, è stata complice della situazione presente.

Per molta gente negli anni 90 l’unica destinazione possibile era il neoliberalismo. Abbiamo creduto di poter entrare in questo gioco e poterne uscire puliti, però con il passaggio di secolo ci siamo accorti che nessuno esce pulito da lì. Esci morto, svuotato del tuo contenuto. E qui penso alla figura di Kurt Cobain e del proprio Nirvana come un sintomo interessante, pur non essendo complice, fu, da parte sua, il primo sorpreso dal successo. E’ successo anche nell’ambito dell’arte, o in quello del romanzo, e non era qualcosa che molti di noi cercavamo, semplicemente è accaduto. Come un’onda che ti travolge e da lì ti domandi: “merda, come ne esco”. Non abbiamo trovato la risposta. Ma credo che essere complice o no, non sia la cosa più importante. Quello che più mi sconvolge al veder di ritorno i movimenti sociali è la mancanza di film, di romanzi che spingano all’ azione. E’ come se l’arte, la cultura, fossero in uno stato di depressione. E non è che la gente non si aspetti niente dell’arte, è piuttosto una certa incapacità di produrre canzoni, film, romanzi, testi politici….e non so a cosa è dovuto.

Con “essere complice” mi riferivo a come gli artisti vengono utilizzati per gentrificare spazi, anche senza che ne siano coscienti

Questo è molto interessante. A Parigi, i quartieri che si gentrificano sono quelli in cui la gente come me può vivere. Forse dovremmo studiare perché non possiamo entrare nei quartieri delle classi sociali elevate, quelli che non hanno bisogno della gentrificazione. Io vivo in un quartiere del nord di Parigi che si chiama Belleville e che sta soffrendo un processo di gentrificazione. Ciononostante, non mi sento un agente di pulizia. Ho sempre vissuto in quartieri popolari, non ho soldi per permettermi una casa nei quartieri ricchi. Como ci infiltriamo lì? Noi, artisti, dovremmo pensare di più a come entrare nei quartieri ricchi e distruggere, metaforicamente, queste zone ultra protette.

La tensione che esiste in ciò di cui stiamo parlando, e nel romanzo, è catalizzata dalla tua protagonista, Vernon, in una inerzia suicida impensabile di questi tempi in cui il pragmatismo vince sempre la battaglia.

Inerzia suicida è una buona descrizione. In certi momenti, mi trovo tra il pessimismo totale e la necessità di una alternativa. E, contemporaneamente, mi affascina questo sistema che chiede alla vittime di rispondere di questo. E’ come chiedere alle donne, che sono le principali vittime, di fare qualcosa, quando la cosa interessante sarebbe che gli uomini cominciassero a cambiare atteggiamento. Credo che sia più importante sapere chi detiene il potere, qual è la sua agenda, per colpire il sistema alle spalle e tirarne fuori qualcosa di diverso. Non dobbiamo sentirci troppo in colpa per un sistema che ci opprime con tanta forza. Dobbiamo stare attenti a non far troppo male a noi stessi per essere forti, per resistere. Anche perché non è giusto sentirsi sporche perché si fa parte di un gioco che non abbiamo scelto. Ma nonostante ciò, non possiedo soluzioni vere e proprie, però la ricerca mi sembra importante.

Come vedi il presente del femminismo, tanto nell’ambito di internet quanto nell’influenza dello stesso nell’attuale cultura popolare?

 Per me il tema del femminismo è molto complesso. Stanno succedendo molte cose nello stesso tempo. Internet ha trasformato la realtà di tutta una generazione: tutti i testi, gli articoli, molti libri, sono accessibili per chiunque, qualcosa che era impossibile quindici anni fa. L’ecosistema sociale è cambiato. Per esempio, di fronte ad uno stupro, ora è possibile non sentirsi tanto isolata come prima, Qualcosa di simile accade nella comunità femminista. Grazie a questa, le ragazze di vent’anni hanno la possibilità di accedere ad una cultura che a noi è costato una decade per acquisire. Ripongo molte speranze nelle femministe giovani; ho curiosità di sapere che tipo di sintesi faranno del presente. Per esempio, posizionarsi nel genere e nella razza mi sembra molto più complesso di prima e questo è un progresso. Con internet è difficile ignorare altri femminismi, come quello intersezionale. Per questo sono speranzosa vero tutto quello che sta per venire da queste donne giovani che hanno a loro disposizione tanti strumenti. Contemporaneamente, ho la sensazione che da quando avevo io vent’anni ad oggi il mondo sia cambiato radicalmente. Nessuno lo riconosce, ma la pratica militante del femminismo in questi ultimi quarant’anni, nelle sue molteplici manifestazioni, ha cambiato tutto. Incluso quelle donne che dicono che il femminismo non le interessa.

Il femminismo ha cambiato allora le finzioni?

Sì. Ora esistono personaggi che erano impensabili negli anni 90. Quando pubblicai Scopami il mondo era completamente diverso a quello di ora, e mi fa molto piacere che siamo andati avanti. Ma, nello stesso tempo, altre questioni evolvono molto lentamente nell’ambito pubblico. Gli uomini continuano ad avere il potere di parola nelle assemblee, in politica. In Francia, nei quartieri precari musulmani, tanto le ragazze come le donne della mia età difendono discorsi reazionari mediati dalla religione. Ma, a loro modo, queste donne sono testimoni di tutto quello che sta succedendo, di uno scenario in cui si aprono altre possibilità., ragion per cui non vorrei smettere di sottolineare che, dal mio punto di vista, il femminismo è stato la rivoluzione più importante del secolo XX e ritengo interessante che gli uni e le altre lo stiano scoprendo. Credo che ci troviamo in un momento molto interessante per immaginare altre forme di relazione, altre finzioni.

Il tuo saggio, Teoria King Kong, senza andare troppo lontano, ha implicato per tutta una generazione il poter immaginare, per mezzo di un film di Peter Jackson, la possibilità di un’altra sessualità, “polimorfa e iperpotente”. Sento la mancanza del rischio. Sembra che ormai nessuno voglia immaginare altri mondi al di là del nostro.

Lo abbiamo commentato prima. Sembra che abbiamo perso la potenza, la scintilla e internet non sembra che ci stia aiutando in questo caso. Però, quando ti dico che ripongo speranza nei testi delle femministe giovani, sono sincera. Ripongo speranza anche in altri punti di vista femminista. Sono infuriata con gli uomini. Non riesco a capire perché in questioni così gravi come lo stupro sono le donne che si riuniscono a parlarne e non gli uomini; ancor più quando questo accade in ambiti di sinistra e dei movimenti sociali.

Gli uomini devono pensare che lo stupro è affar loro, noi ne abbiamo fin sopra i capelli. Se non vi interessano i nostri problemi, per favore, ditelo chiaramente e faremo una guerra. Ma, se decidiamo di vivere insieme, sedetevi a pensare e comportatevi di conseguenza. Siate femministi, ma siatelo veramente.

Autodeterminazione, La posta di Eretica, R-Esistenze, Sessualità, Storie

Cara amica, ti regalo un orgasmo

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La masturbazione? Gliel’ho insegnata io. Non riusciva a farlo e non chiedeva aiuto. C’è questo brutto vizio delle donne che non riescono a parlare dei propri disagi sessuali. Ti chiedono come cucini quella tal ricetta, dove hai comprato la camicia, come riesci a fare venir lucido il pavimento, dove vai a bere la sera, quale libro compri, che film hai visto, ma non ti chiedono mai “come fai a procurarti piacere?”. Si vede lontano un miglio che è in grande difficoltà. Provo a parlarne. Mi dice “c’entra l’età” e io rispondo che sono cazzate.

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Autodeterminazione, R-Esistenze, Sessualità

A #Milano il 6/7/8 giugno c’è Ladyfest: il festival queer e femminista!

LogoA Milano, presso lo Zam, lo spazio che gente disinformata voleva far chiudere, compagn* organizzano una tre giorni piena zeppa di belle iniziative. In basso leggete il loro comunicato. Buona lettura e buona tre giorni!

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La Ladyfest – il festival queer e femminista di cultura indipendente – arriva a Milano

Dal 6 all’8 giugno workshop, incontri, performance, concerti, proiezioni su corpi, sessualità e piacere

Dal 6 all’8 giugno arriva a Milano la Ladyfest. Il festival queer e femminista, nato nel 2000 negli Stati Uniti, prenderà il via nello spazio liberato Zam di via Santa Croce 19 (zona Ticinese). Al centro dell’happening il desiderio di indagare il corpo, le relazioni e la sessualità. Per tre giorni ci saranno laboratori, incontri, concerti, proiezioni e performance che daranno la possibilità di scoprire, a chi parteciperà, nuove possibili forme di relazione. Si potrà sperimentare in sicurezza – una sicurezza non repressiva e non normativa- in un luogo protetto che mescola i generi e performa le identità, lontano dal sessismo quotidiano, dall’omofobia e dalla transfobia.

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, Culture, R-Esistenze, Sessualità

Postporno. Questo porno che non è un porno

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Da Incroci De-Generi:

In vista della Primavera queer che si terrà all’Università di Chieti il 28 aprile e dal 5 al 9 maggio 2014, pubblichiamo il contributo di una delle relatrici, Rachele Borghi, geografa e attivista queer. L’articolo è parte del saggio Femministe a parole  (Sabrina Marchetti, Jamila Mascat, Vincenza Perilli, cura). Roma: Ediesse, 2012

Si ringraziano l’autrice e le curatrici.

Rachele Borghi, Postporno. Questo porno che non è un porno

In Femministe a parole. Grovigli da districare (Sabrina Marchetti, Jamila Mascat, Vincenza Perilli, cura). Roma: Ediesse, 2012

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Autodeterminazione, Comunicazione, Contributi Critici, Critica femminista, Culture, Sessualità

Il porno come il sugo: prendi la ricetta e la condisci come vuoi!

Il Fatto Quotidiano oggi pubblica questo pezzo che parla dell’iniziativa delle Ragazze del Porno. Non ne condivido l’impostazione purista, preferisco il porno no copyright e open source dal quale attingi per farne quello che tu vuoi, perché si può voler sperimentare, un genere non è di per se’ intoccabile e se esistono decine e decine di versioni di ogni genere possono essercene svariate che raccontano il porno. Dopodiché, a differenza dei tanti “danger” letti qui e là da parte di femministe moraliste che auspicano la censura di qualunque cosa che rappresenti corpi nudi, le stesse che raccontano come il porno sia strumento del diavolo che indurrebbe gli uomini puri al peccato, alla violenza, etc etc, questa mi pare una critica ragionata che merita di essere letta e commentata. Capisco il timore di una supposta moralizzazione di contenuti e linguaggi. Capisco voler prendere le distanze dal femminismo moralista di cui parlavo ma l’Italia, forse, non è la Svezia.

Non sappiamo cosa produrranno queste donne, personalmente credo poco nel porno neutro e trovo difficile anche credere che l’unica potenziale politicizzazione in quel campo possa arrivare dalle attiviste postporno. Mi chiedo: se non si ritiene che le donne siano per natura più “gentili” – e io non lo credo affatto – come si fa a dire che una produzione porno da parte di queste ragazze non toccherà vette di indecenza che possano piacere? Chi decide poi cosa sia indecente e cosa no? Chi decide cosa o chi piega i canoni della rappresentazione erotica in alcune direzioni? Senza operare alcun giudizio morale (personalmente i porno li guardo e qualche volta mi piacciono e altre invece no), se non si ritiene che un video abbia alcun potere di persuasione dunque perché ci si preoccupa del fatto che alcune donne applichino un principio semplice, ovvero quello che dice che se non ti piace qualcosa la farai da te? Prendere una buona ricetta e aggiungere o togliere condimenti, secondo il proprio gusto, non mi sembra una brutta cosa.

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L’orgasmo vecchio e grasso

Cinquantotto anni e con la pancia bene in vista. Arriva a mare e dice che ha avuto un orgasmo consapevole, “da vecchia“, difficile alla conquista per via di una relazione priva di agio con il corpo. Quando hai superato la menopausa, sei sopravvissuta agli sbalzi ormonali e di temperatura, sei anche ingrassata perché qualcosa nel metabolismo è andato storto, riuscire a ritrovare confidenza con il proprio corpo è bello assai.

Maria dice che gli ultimi tempi sono stati uno strazio. Difficile la penetrazione, non le piaceva più prenderlo in bocca. Una questione di gusto, perché anche i sapori, così come gli odori, cambiano in quella condizione. La pancia le ha procurato un po’ di disagio. Una volta mi telefonò per dirmi che non la vedeva più. Ma cos’è che non vedi? Non la vedo – ripeteva – e un po’ piagnucolava. Non vedo la fighetta.

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Il porno è mio e lo gestisco io!

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La risposta al porno di cattiva qualità non è vietare il porno, ma fare dei porno migliori!” – scriveva la porno post modernista Annie Sprinkle nel 2001. Lo raccontava al termine di una lunga guerra, tra oscurantiste antiporno (vedi Andrea Dworkin commentata da Judith Butler o da Nadine Strossen) e femministe free sex, che negli stati Uniti si celebrava negli anni ’80 e ’90. Molti anni dopo l’Europa tinge le sue politiche movimentiste dello stesso grado di puritanesimo e parrebbe d’essere nel villaggio calvinista descritto da Lars Von Trier ne Le onde del destino o in quello protestante de Il Pranzo di Babette di Karen Blixen mentre leggiamo delle imprese colonialiste di donne che vorrebbero imporre il modello nordico a tutte noi dell’incivile sud.

Arriva dal nord Europa l’ossessione volta a purificare le città dalle sempre più inascoltate e calunniate sex workers e dallo stesso nord arriva il regresso oscurantista contro il porno. Si tinge perfino di socialdemocrazia, finge d’essere un intento in favore delle donne ma alle donne toglie parola e le riduce a semplici oggetti che possono soltanto essere vittime o tacere. Le sex workers però non tacciono ed esigono di essere ascoltate mentre propongono visioni giuridiche non repressive e che restituiscano loro diritti e garanzie. Non tacciono neppure le donne che guardano, godono, vivono, fanno porno, ciascuna alla loro maniera, per quanto la legge italiana sia oltremodo punitiva e limitante in questo.

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Il “pornoterrorismo” è una minaccia! (come potrebbe piacere alle moraliste?)

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E’ assolutamente comprensibile che un certo femminismo dogmatico, borghese, abolizionista e moralista si senta minacciato dal “pornoterrorismo”. Perché il pornoterrorismo è una minaccia, in primo luogo al patriarcato, al capitalismo, e poi a chi immagina di lottare contro di essi riproponendo un burqa (finanche mentale) per le donne. Le donne viste soltanto come vittime, mai autodeterminate, e “coperte” in nome del rispetto per la nostra dignità sono residuo della peggiore retorica patriarcale. E chi non comprende quanto urgente sia riappropriarsi di linguaggi e immaginario per sovvertirli, pur reclamando a gran voce il diritto a essere nude quando e se lo vogliamo, e quanto urgente sia non censurare la nostra sessualità ha solo da aprire una chiesa. Una bella e antica chiesa. Solo un po’ alternativa ad altre. Buon porno autodeterminato a tutte!

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