Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze

Un uomo dà fuoco alla ex: ministro Salvini, questo è anche un suo fallimento politico

Ancora un femminicidio commesso dall’ex che “non accettava la separazione”. Lei non è morta ma gravissima perché lui l’ha picchiata, speronata mentre lei tentava di fuggire con l’auto e poi le ha dato fuoco. Come ho già scritto la violenza di genere non ha nazionalità ma la sua radice risiede nella cultura maschilista. Il fatto che il ministro dell’Interno risponda al mancato intervento istituzionale, dato che il crimine è stato commesso nonostante le tante denunce presentate dalla vittima, con la sua solita propaganda è indice di totale impotenza e disinteresse da parte delle istituzioni. Non è di certo il Codice Rosso (ma non c’è già il codice rosa?) che risolve la situazione.

Ministro Salvini, si sta arrampicando sugli specchi e lei lo sa bene. E mentre lei continua a istigare odio contro gli immigranti, considerati da lei la vera emergenza nazionale, le donne continuano a crepare per mano di uomini che per cultura continuano a risiedere nel tempo in cui ancora vigeva il delitto d’onore. E’ la cultura che deve cambiare. Di leggi ce ne sono già e non è responsabilità delle vittime il fatto che le istituzioni non abbiano risposto alle loro denunce. Si è sempre detto che lo stalking sia il primo violento segnale che avverte di un futuro delitto. Un uomo che non accetta la separazione comincia a perseguitare la vittima e in seguito la uccide perché non riconosce il diritto alla libera scelta della donna.

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Personale/Politico, R-Esistenze

I comandamenti del Ddl Pillon: non divorziare, non responsabilizzare e non disturbare il Pater Familias

“Meglio divorziata che ragazza madre!” – disse una parente obbligandomi a fare quel che non volevo fare. Ossia un matrimonio riparatore. Aspettavo un figlio e non potevo farlo senza che venisse regolarmente riconosciuto come frutto dell’unione coniugale di un uomo, benché violento, e una donna. E’ una sintesi estremamente semplificata ma non aggiungo complessità perché quel che mi interessa è commentare alcune battute di esponenti politici a sostegno del ddl Pillon, il ddl sull’affido condiviso, i quali sostanzialmente ammettono di voler fare di tutto affinché il divorzio non sia un’opzione. Io concludo che nel caso di legami infarciti di violenza si pensa sia “meglio una donna morta che divorziata”. D’altra parte c’è chi dichiara di essere contro l’aborto e di voler riportare l’ordine sociale all’età della pietra, ovverosia al tempo in cui una donna doveva solo fare figli, pensare alla cura familiare e ritirarsi da qualsivoglia impegno lavorativo retribuito per lasciare il posto agli uomini che dovrebbero – e giuro che è stato detto questo – essere pagati di più per consentirgli un mantenimento perfetto della famiglia.

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Autodeterminazione, Contributi Critici, Culture, R-Esistenze

Essere un uomo e dirsi femminista è già un po’ sessista

Di Miguel Shema

Pubblicato l’8/01/2019 su bondyblog (traduzione di Elisabetta e Florence del Gruppo Abbatto i Muri)

Il femminismo non deve essere una questione per sole donne. Per il nostro blogger Miguel Shema però, vantarsi di essere femminista non è particolarmente valorizzante per un uomo. Si tratta invece di decostruire le proprie rappresentazioni e di rendere normali quei comportamenti dei quali ci si vorrebbe inorgoglire. Brandire il proprio femminismo come uno stendardo significherebbe quindi, nonostante le intenzioni, perpetuare una forma di sessismo.

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Antiautoritarismo, Antirazzismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Personale/Politico, R-Esistenze

Quelle femministe che attaccano perché sei troppo svestita o troppo vestita

Dal gruppo di abbatto i muri un’altra traduzione (grazie a Desirée) per facilitare la condivisione di un messaggio importante.

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Antiautoritarismo, Antisessismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Personale/Politico, R-Esistenze

Le femministe radicali e il loro pregiudizio nei confronti della sessualità maschile

Uno dei temi ricorrenti nelle discussioni tra donne è quello della sessualità maschile. Così emergono anche alcuni stereotipi espressi dalle donne stesse. Le preferenze personali non possono essere messe in discussione ma quel che noto sempre è quella tendenza a generalizzare sovrapponendo il proprio sentire a quello di tutte le altre.

Se a lei non piace la penetrazione dirà che “ogni penetrazione è stupro”, mettendola dal punto di vista della femminista radicale Dworkin che di preconcetti contro la sessualità maschile ne aveva davvero moltissimi. Di conseguenza a tutte le donne alle quali piace la penetrazione viene detto che sono traditrici della causa. Il pregiudizio sulla sessualità maschile in questo caso soffoca gli stessi desideri di molte donne. Le femministe radicali, quelle della seconda onda, si scontrarono molto su questo punto con le altre femministe dette sex positive. Le ultime erano quelle che non criminalizzavano la sessualità maschile e non chiedevano che se lo mozzassero prostrandosi pentiti per tutto il male che altri uomini avevano fatto alle donne.

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Come finirà la controversia legale per stabilire se Ruhama e Rachel Moran dicono la verità?

Circolano notizie a proposito dell’origine della notorietà di Rachel Moran, sopravvissuta alla prostituzione, che da anni è in processione per scongiurare la possibilità che il sex working sia regolarizzato anche per quelle che lo fanno per scelta. Quello che lei dice durante le sue conferenze non è solo il racconto della sua legittima esperienza ma si è autopromossa a portavoce di tutte le sex workers stabilendo che nessuna ha nulla da dire qualcosa tranne lei. Quello che ne è conseguito è intanto il fatto che dall’Irlanda, luogo da cui Moran viene, si sono levate voci di attiviste sex workers che mettono in dubbio la sua storia al punto da, come nel caso di Gaye Dalton, consegnare alla giustizia una deposizione firmata nella quale si afferma che Moran non sarebbe mai stata una sex worker, dato che nessuno della ristretta cerchia di sex workers dublinesi l’aveva mai vista né conosciuta, e che stia lucrando su “un imbroglio”. Dal tentativo di ledere la sua credibilità è derivato un tam tam che esiste in rete da almeno quattro anni.

Da ricordare che dal luglio 2018 i legali della Moran stanno facendo di tutto per spegnere le voci su di lei. C’è una lettera alla Dalton, un affidavit della Moran in cui lei spiega che quello che ha scritto nel libro Paid For è vero e una querela per diffamazione a sua firma presentata nel novembre 2018. Tanto però non è stato sufficiente a spegnere le voci della Dalton la quale è determinata a dare battaglia in tribunale per affermare la propria verità. Per quel che ci riguarda riportiamo questo scambio giusto per offrire documentazione di quello che avviene in Irlanda a questo proposito. Senza contare la controversa reputazione dell’organizzazione Ruhama che avrebbe sponsorizzato Rachel Moran.

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Quel malefico patto tra catto/fascisti, arcilesbiche, femministe radicali anti/sexworker e anti/gpa

Facciamo un po’ d’ordine. Prima c’era il femminismo che cercava la parità e basta. La seconda onda femminista è quella che poi è stata giudicata tipica delle ancelle del capitalismo. E’ il femminismo liberale, quello che ignora le differenze di classe, di razza e di genere (ebbene si, perché tutto per loro resta nel valore binario uomo/donna). Negli Stati Uniti si chiama Femminismo Radicale (quello di Dworkin e McKinnon) e usa argomenti quali la violenza domestica, sulle donne, per appiattire il discorso sul tema in maniera generica, affinché si dimentichi la differenza di classe. Sono per lo più donne bianche, etero, benestanti, determinate ad assumere il comando di tutte le donne. Non hanno nulla a che fare con il precariato e ancora oggi tendono a fare proselitismo insultando le femministe della terza onda, cioè noi, quelle intersezionali, inclusive di vari generi e certamente anticapitaliste, con una grande attenzione alla differenza di classe e a quella di “razza”. Siamo quelle che non amano il colonialismo culturale. Siamo quelle che dagli anni ’90 combattono contro le femministe radicali che continuano a realizzare crociate contro il porno, il sex working, la differenza dei generi, includendo trans, postgender e quel che ciascuno vuole essere. Oggi ce l’hanno con la gestazione per altri, quella di donne che fanno da quaranta anni figli per le coppie etero. Solo che adesso li fanno anche per le coppie gay e questo ha fatto indispettire le femministe radicali al punto da fare alleanze con forze reazionarie, fasciste, conservatrici, omofobe, pur di non far riconoscere i diritti ai figli delle coppie gay.

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Buon 2019. Io scelgo di vivere!

Quando non mi reggevo in piedi mi aspettavo che mio padre mi sostenesse. In realtà mi diceva che se ero caduta era colpa mia, dunque avrei dovuto rialzarmi da sola. Se provavo a difendermi quando mi picchiava diceva che lo faceva per colpa mia. Quella parte non era una semplice caduta. Rialzarmi era troppo difficile. Io volevo solo leggere, scrivere, conoscere, vivere. Cominciai a pensare alla fuga fin da adolescente. Ma dove andare? E se lo avessi denunciato? La mia famiglia mi si sarebbe rivoltata contro. Lui era quello che manteneva economicamente tutti. Mi avrebbero trattato come un’appestata. Allora pensai che avrei dovuto attendere fino al termine degli studi ma lui disse che se avessi voluto frequentare l’università avrei dovuto farlo a mie spese. O studiavo da casa o niente. Questo avrebbe prolungato la mia prigionia.

Nel frattempo provavo a vivere la mia adolescenza come qualunque altra ragazza della mia età. Mi innamorai di un improbabile principe azzurro il quale mostrava aggressività verso il mondo. Io pensavo che non l’avrebbe mai rivolta contro di me. Era disposto a liberarmi dal pesante giogo violento causato da una famiglia disfunzionale. Gli credetti e pensai fosse una ottima scorciatoia. Con lui avrei potuto continuare a leggere, conoscere, scrivere. Divenne il mio salvatore, pronto a criticare mio padre e a coccolarmi per ogni schiaffo ricevuto. Quello che allora non sapevo è che il principe azzurro non esiste e che anche mio padre, a modo suo, pensava di voler difendermi dai mostri esterni. Quelli interni, invece.

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Donna che ha superato la menopausa cerca uomo più giovane con cui fare sesso

Nel corso della mia vita ho avuto diverse relazioni e la cosa che consideravo più importante è sempre stata l’affinità sessuale. Stare con una persona che non mi piace non è bello e so che dico questo perché me lo posso permettere. Ho un lavoro, sebbene precario, e sono abbastanza autonoma da non aver bisogno di una presenza costante nella mia vita. A chi mi dice che dovrei fare figli e pensare alla vecchiaia dico che sono già una donna matura e quando rischierò di essere dipendente da qualcuno preferisco scegliere di finirla. Che vita sarebbe dopotutto?

Tante donne che ho incontrato restano con uomini che non desiderano più. Non fanno sesso da tanto tempo e restano insieme per paura del cambiamento, perché non hanno il coraggio di lasciare un posto sicuro per lanciarsi di nuovo nella costruzione di una vita basata sulla precarietà. Ma vedo i loro volti, le loro espressioni, e so che non sono felici. Possono raccontarsela mille volte e in vari modi ma la verità è che se non fanno del buon sesso sfioriscono, stanno male e finiscono per sognare ad occhi aperti qualcuno che le faccia sentire di nuovo vive. Sembrano parole vuote, luoghi comuni, e rispetto ogni scelta e ogni preferenza possibile. Ciascuno trova felicità come e dove vuole. Io non riesco a trovarla nella staticità, nella routine e non importa se sono adulta, non più così attraente e con molti chili in più. Non mi affido ad una persona ringraziando il cielo di averla trovata.

Voglio e chiedo del buon sesso. Una vita affettiva che dipenda dal presente e scambi intelligenti e sensuali. Non piaccio a molte persone, ne sono consapevole e non è più facile come lo era quando avevo 20 o trent’anni ma non importa se ricevo un rifiuto. Mi piace provarci. Non virtualmente perché di amanti virtuali ne ho avuti e non mi soddisfano tanto. Alla fine preferisco mollarli quasi subito. Mi piacciono uomini in carne e ossa più giovani, come ad alcuni uomini piacciono donne più giovani. A loro è permesso e a me no? I tempi sono cambiati e non mi considero patetica o sola nelle mie decisioni.

Mi piace innamorarmi e sentire una passione che non resta per sempre ma sono felice di poterla provare perché dà senso alla mia vita, mi spinge a fare scelte creative e mi fa sentire bene. Mi piacciono più giovani, legati alla voglia di esistere, generosi nel sesso e che mi mostrino desiderio, con attenzioni e approcci che rispettano me, come donna, come persona, per la mia intelligenza e il mio corpo. Ci sono tanti uomini single là fuori e per quanto possa sembrarvi strano mi capita frequentemente di incontrare uomini di vent’anni meno di me che vogliono accasarsi. Io invece no, nel modo più assoluto. Lo stereotipo della donna adulta che vuole una persona accanto non mi appartiene.

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Puttana, storia di una donna “salvata” dalla violenza domestica

Ci sono tanti racconti di donne sopravvissute alla violenza. A volte mi riconosco in esse. Più spesso invece no. Quello che manca a mio avviso è una narrazione che descriva quello che succede dopo che una donna è uscita dalla violenza. Non voglio generalizzare, perciò racconto solo quello che è successo a me.

Lui mi ha quasi uccisa. L’istinto di sopravvivenza mi ha spinto a lasciarlo per sentirmi libera dalla paura. Pensavo di trovare una società sensibile a questi temi, invece ho trovato tanta indifferenza. Tanti sono i commenti di solidarietà sui social e altrettanta è l’indifferenza di gente che non ha voglia di agire in termini concreti.

Se ti presenti ad un colloquio di lavoro, dicendo che oltre alle competenze puoi aggiungere il bisogno di un impiego perché sei sopravvissuta alla violenza, ti guardano come fossi pazza. Meglio non assumere una donna tanto “emotiva”. Così mi ha risposto un tizio che cercava una segretaria. Emotiva un cazzo, direi.

Chi ha voglia di tirare fuori anche un solo centesimo per aiutare una come me? Ve lo dico io: nessuno. Neppure se sei sola, senza aiuto della famiglia e con un bimbo piccolo da mantenere. Sopravvivere ad una violenza vuol dire che la separazione dal violento avviene in modo violento. Lui pensa di essere una vittima e non ti concederà un soldo neanche per il bambino. Quello che lui fa è vendicarsi e punirti perché non ti sei comportata bene e perché l’hai sputtanato senza obbedire alle regole dell’omertà.

Questo comportamento sociale dovrebbe essere premiato ma, a parte tante parole vuote, nessuno poi è realmente disposto a fare niente per te. Ma si, che figata, sono sopravvissuta, bene brava bis. E poi? Poi ti spetta la solitudine, lo stigma sociale, una sorta di punizione collettiva. Non puoi sfuggire alle convenzioni. Se lo fai avrai quello che ti meriti.

Al centro per l’impiego non esiste la voce: disoccupata e reduce da una guerra coniugale. Non è qualcosa che altri amano sentire. Nessuno ti premia. A nessuno frega un cazzo di te. Così mi sono ritrovata a dover camminare sulle mie gambe facendo attenzione a non svelare il mio “errore” a chiunque.

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Gli orfani di femminicidio vittime del maschilismo di governo

Noi vogliamo essere libere dalla paura e ci salviamo da sole

 

Pistola legalmente detenuta, puntata contro moglie e i due figli, infine su se stesso. E’ l’ennesima strage familiare di cui si parla come fosse frutto di un gesto di follia. Si chiama femminicidio e infanticidio. Due gravi delitti contro affetti cancellati per motivi rimossi. Si parla di gelosia ma si tratta di un delitto che deriva dalla cultura del possesso. E’ violenza di genere perché commessa contro una donna cui erano stati imposti ruoli  stereotipati. E’ il classico “mia e di nessun altro” tipico di chi pensa che moglie e figli siano di sua proprietà.

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Un’amica, ex sex worker, racconta come vive adesso

Dopo alcuni anni mi contatta una donna che già in passato aveva voluto condividere con noi la sua storia. Studentessa, sex workers part time e contraria ad ogni messaggio proibizionista di chi pretende che anche le sex workers per libera scelta si autodefiniscano vittime. Né vittime né colpevole, aveva detto, annunciando che quel lavoro le avrebbe permesso di studiare e realizzare la vita che voleva. Oggi mi riscrive per aggiornarmi e a parte scambi personali ci siamo parlate su quello che sta succedendo in Italia con una parte del movimento femminista che persegue a tutti i costi la vittimizzazione delle sex workers delegittimando la loro lotta per ottenere la regolarizzazione e l’abbattimento dello stigma che pesa loro sulla testa.

Allora, cara XXXXX, a che punto sei con la tua vita?

Ho preso la laurea e ho ottenuto un dottorato di ricerca all’estero. Non avrei potuto fare niente di tutto questo se non fossi stata in grado di mantenermi da sola.

Non lavori più come sex worker, quindi? Continua a leggere “Un’amica, ex sex worker, racconta come vive adesso”

Antifascismo, Antirazzismo, Antisessismo, Comunicazione, Critica femminista, R-Esistenze

“E allora Pamela?” è diventato il nuovo “E allora le foibe?”

Lo stupro è stupro, chiunque sia a compierlo. Qualunque sia il colore della tua pelle, la tua cultura, la tua religione. Se stupri sei uno stupratore, punto e basta.

La narrazione tossica di questi anni però è fatta di una strumentalizzazione fascista degli stupri commessi da stranieri (meno del 7%) negando ogni stupro commesso da italioti (un po’ più del 93%). Quello che la destra fa è disinnescare la potenza di chi combatte per difendere i propri diritti e metterti di fronte ad un vittimismo che riguarda proprio loro, gli uomini, quelli fascisti.

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Autodeterminazione, Critica femminista, Personale/Politico, R-Esistenze, Raccontare il femminismo

Raccontare il femminismo: rileggere le proprie esperienze per recuperare autostima

Foto, purtroppo censurata perché già cancellata da Facebook, di Flora Negri. Ritrae donne in lotta contro la cultura dello stupro. QUI la versione non censurata.

 

Oggi voglio raccontarvi come il femminismo ha influenzato positivamente il mio punto di vista e come tale influenza mi ha arricchito e mi ha dato la possibilità di vedere tutto in modo diverso, più chiaro, più vero.

Qualcuno potrebbe pensare che il femminismo non sia utile nelle nostre vite ma quel che ho compreso è che senza di esso io sarei ancora ad autoflagellarmi nella convinzione che tutto fosse colpa mia. Ogni danno subito, ogni molestia, ogni violenza. Tutta colpa mia.

Perché il femminismo agisce sulla cultura e dà voce ai soggetti che così trovano la forza per rinominarsi e riconoscersi in altre mille esperienze di resistenza attiva. Le voci delle donne sono quelle che sono arrivate anche a me e mi hanno dato forza. Mille voci come mille braccia a sostenerti per darti sicurezza, per dirti che non sei pazza e che non sei sola.

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Arcilesbica come Salvini: donne libere soltanto di fare quel che loro ordinano!

Alcune componenti e/o simpatizzanti di Arcilesbica, mi pare in malafede, attribuiscono alle sex workers e a chi le sostiene i pensieri filofascisti della Lega Nord sulla prostituzione. In realtà la lega vuole le case chiuse, come mussolini a suo tempo, invece le sex workers e le femministe che le supportano, chiedono regolamentazione per quelle che scelgono liberamente le quali vorrebbero autogestire il proprio lavoro in cooperative o simili. non si è mai parlato di case chiuse, anzi.

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