Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze

#Irlanda: la Corte decide di non far eseguire un parto post-mortem

Siamo in Irlanda, lo stesso posto in cui le donne non hanno il diritto di abortire salvo in casi di grave rischio. Un donna in seguito ad un incidente finisce in ospedale con un trauma cranico. E’ incinta. I medici la dichiarano clinicamente morta ma non staccano le macchine, nonostante il compagno e i familiari chiedano di farlo. I medici non fanno questa scelta per motivi etici ma perché temono conseguenze legali a causa dell’ottavo emendamento che stabilisce che il “non nato” abbia dignità pari alla madre. I familiari insistono e i medici temono di violare la legge. Il padre della donna è costretto a farsi assistere da un legale e a proporre una richiesta formale davanti al giudice. L’alta corte stabilisce che è giusto staccare le macchine. I familiari ricordano così che una donna morta dovrà essere trattata con riguardo. Ricordano anche che un feto nato da una madre morta non corrisponde alla scelta di quella donna. Un parto post mortem, a parte essere causa di patologie nel feto, diventa un modo per rendere quella donna un oggetto, una macchina da riproduzione, da tenere in vita artificialmente nonostante i tessuti e gli organi vanno in necrosi. Dei parti post mortem e della mancanza di rispetto nei confronti di quei corpi usati solo come contenitori parla Caterina Botti nel libro “Madri Cattive“.

Dal libro di Caterina Botti, capitolo 6, pag. 185/186:

“(…) vorrei discutere delle donne incinte in stato di morte cerebrale che vengono mantenute collegate a macchine vicarianti per permettere ai feti che hanno in grembo di raggiungere uno stadio di sviluppo che renda possibile la loro sopravvivenza fuori dal corpo materno. Questa è infatti una delle situazioni più problematiche su cui la riflessione pubblica e bioetica è carente e, al contempo, è la più rappresentativa della tendenza diffusa ad annullare la figura della donna nella riproduzione, ovverosia della facilità con cui si soprassiede sulla soggettività e libertà femminili, considerando le donne incinte come corpi da manipolare più che persone.

Si sono dati infatti diversi casi di donne incinte che, dichiarate in stato di morte cerebrale, sono state ciò nonostante mantenute – anche per diversi mesi – collegate a macchine che permettevano lo svolgersi di alcune “funzioni vitali” per consentire alla gravidanza di progredire fino al punto in cui il feto poteva essere fatto nascere (le virgolette sono d’obbligo: trattandosi di individui in morte cerebrale parlare di “funzioni vitali” e anche di funzionalità cardiaca o respiratoria può essere fuorviante; una descrizione più appropriata sarebbe quella di cadaveri a cui è impedito di imputridire o cadaveri ventilati). In alcuni casi si è trattato di donne che erano vicine alla fine della gravidanza, i cui feti già viabili, cioè già capaci di vita autonoma fuori dall’utero, sono stati lasciati nell’utero ancora per qualche tempo (giorni o settimane) per permettere un loro maggiore sviluppo. In altri casi invece le donne erano più vicine all’inizio della loro gravidanza e sono state mantenute collegate alle macchine per mesi. Si noti che in entrambi i casi, nei paesi in cui queste vicende sono avvenute, dato lo stato di morte cerebrale delle donne, i sanitari avrebbero potuto o dovuto procedere a staccare le macchine e non lo hanno fatto. Si noti inoltre che, soprattutto nel caso in cui è necessario mantenere attaccate le donne ai supporti per molto tempo, il grado di accanimento sul corpo, a livello fisico e farmacologico, è elevatissimo, e l’esito è incerto, sia per quanto riguarda la possibilità che abbia luogo un aborto spontaneo (che vanifichi gli sforzi, per così dire), sia per quanto riguarda il rischio di nascite fortemente premature o di effetti dannosi che gli interventi sul corpo delle donne possono avere sulla salute dei bambini che ne nasceranno. Hilde Lindemann Nelson, autrice di uno dei pochi testi che analizza a fondo la questione , illustra bene come anche solo mantenere la temperatura o la pressione a livelli compatibili con la gravidanza richieda un enorme sforzo di monitoraggio e un intervento farmacologico massiccio, per non parlare di altre complicazioni che possono sorgere. Quanto all’esito, molti di questi casi si sono chiusi con degli aborti spontanei, anche se in alcuni casi sono nati dei bambini prematuri ma, per quel che si sa, sani. Il rischio che i bambini possano  portare il segno degli interventi subiti non è comunque remoto.

(…) Due casi ad esempio: una donna alla 17esima settimana di gravidanza, in stato di morte cerebrale, attaccata alle macchine per 105 giorni, finché un bambino venne fatto nascere con parto cesareo. (…) Una ragazza di 18 anni, entrata in coma a seguito di un incidente, dopo pochi giorni dichiarata in stato di morte cerebrale, fu mantenuta attaccata alle macchine perché si scoprì che era incinta di 13 settimane. (…) Nel primo caso i familiari e il compagno della donna erano informati e consapevoli. Nel secondo caso furono i medici a scegliere anche contro il parere dei genitori.

Questi casi hanno sollevato molto clamore mediatico e poca riflessione approfondita. Nella letteratura bioetica non ce n’è quasi traccia. Eppure (…) sollevano questioni morali importanti. Per di più, se lasciati inesplorati, possono rafforzare l’idea che il ruolo delle donne nella riproduzione non sia quello di agenti, ma si riduca a quello di meri contenitori o incubatrici di carne. Quest’idea, nascosta dietro molte considerazioni proposte su altre questioni che riguardano la gravidanza, viene in questo caso tradotta in realtà. (…) Lindemann Nelson sostiene, nel suo articolo, che la gravidanza post-mortem è “un’icona distruttiva che sminuisce la soggettività femminile”.  (…)”

A queste informazioni aggiungo una riflessione. Il fatto che sia lo Stato a poter decidere del diritto di un feto di nascere o meno, sottraendo tale diritto ai familiari e alla donna non è per nulla consolante. Pensate quel che questo precedente può rappresentare in una situazione in cui una donna vuole abortire e lo Stato decide che non puoi. Tant’è che in Irlanda l’aborto è illegale. Pensate se in Italia ci fosse bisogno di una sentenza per staccare le macchine alle quali è collegata una donna morta e incinta. Da noi esiste un ampio movimento no-choice al quale piacerebbe arrivare al punto in cui lo Stato paternalista può decidere per noi e dei nostri corpi. Così addio autodeterminazione. Voi che ne pensate?

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Madre post mortem e corpo di Stato

Lei è incinta di 24 settimane secondo la Repubblica, e di 28 secondo il Corriere. E’ morta e i medici tentano di tenere caldo il suo corpo affinché possa fungere da contenitore per il feto avendo in mente un parto post mortem. E’ una questione delicata, complessa, intima, e il fatto che abbia risonanza sui media vuol dire solo che c’è chi vuole fare diventare questa cosa una sorta di bandiera antiabortista.

Quel che io vorrei sapere è: la donna oramai ufficialmente morta ha lasciato indicazioni al riguardo? E’ etico definirla “madre” sui media giacché madre non sarà mai? I parenti hanno espresso preferenze? E’ una scelta dei medici? Perché i media se ne stanno occupando? Come si fa a considerare normale, addirittura pietoso, il fatto di tenere caldo un corpo morto per fare nascere un feto cresciuto un altro po’ dentro un cadavere? Come è possibile che nessuno si faccia qualche domanda, dal punto di vista etico, per l’uso che si fa di quel corpo, un corpo di donna, perfino dopo la sua morte? Il desiderio di fare primeggiare l’ideologia della “vita” ad ogni costo arriva al punto da pensare di sostituirsi ai pensieri di una donna che è morta? Al punto da chiamarla “madre” anche se è un cadavere? Le si attribuisce un ruolo romantico e si parla di lei come fosse soltanto una donna incinta? Perché non esiste una legge che indichi le modalità di azione in questi casi, a partire dal desiderio della madre o del padre? Il corpo di una donna, vivo o morto che sia, è un corpo di Stato? E’ lo Stato che può decidere di fare quel che vuole dei nostri corpi anche in funzione di un parto post mortem?

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