Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Contributi Critici, Critica femminista, Femministese, R-Esistenze, Violenza

Il branco delle donne contro di me

Paola Bacchiddu riflette ad alta voce, a distanza di un mese, su quel che le è capitato. E’ un bilancio, una assunzione di consapevolezza e ne rende tutt* partecipi. Mi pare la giusta conclusione a un mese di chiacchiericcio e conflitti aperti, interessanti confronti e dibattiti, durante i quali, comunque, pur di parlare del “corpo delle donne” si è smesso di ascoltare la donna che quel corpo lo possedeva. Restituire la parola al soggetto, ecco, questa mi sembra una buona pratica femminista, perché quel che lei desidera, che vuole, che esprime, in maniera autodeterminata, è l’unica cosa che io dovrò avere interesse a veicolare, condividere, facilitare, coadiuvare. Un abbraccio a Paola, ancora, e a tutte le persone che fin da subito hanno capito e l’hanno supportata. Buona lettura!

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Dal suo blog sull’Huffington Post

di Paola Bacchiddu

Voglio parlare di violenza. Ci ho pensato a lungo se fosse il caso di far suppurare ancora la ferita o lasciare che si depositasse un po’ di quiete, di tempo, di cautela necessarie alla cicatrizzazione. Ma io faccio la giornalista. È il mio lavoro denunciare. E ciò che ho visto, letto, ascoltato e provato nell’ultimo mese è stato mostruoso. Perché sulla mia pelle, con tutto ciò che questo comporta, è atterrata una dose di violenza che lascia senza fiato. Non una violenza qualsiasi: siamo quasi oscenamente mitridatizzati a quella, ormai, in qualunque ambito. No, la violenza del branco: il branco delle donne.

Io, che con loro sono cresciuta – due sorelle e una madre molto presente – che dalle donne ho imparato tutto, che ci ho riso insieme pur senza sottrarmi mai a un confronto diretto, che alle donne ho voluto così bene. Dal giorno in cui ho pubblicato quella foto sul mio account fb personale – in fondo cos’era, poi? Un banale bikini in un contesto estivo, accompagnato da un messaggio palesemente ironico – si è un po’ spostato il mio baricentro interiore, così ingenuamente granitico nelle sue certezze.

Cosa spinge donne colte, istruite, integrate nella società – autorevoli figure di femministe, addirittura – a riservare così tanta barbarie, forti del loro branco, nei confronti di una ragazza in fondo sconosciuta? Ho sempre pensato che anche la misura della violenza avesse contiguità con la confidenza e il coinvolgimento. Mi sbagliavo. Nessuna di queste donne – che hanno certamente figlie, amiche, nipoti, sorelle simili a me – mi ha contattata per chiedermi: “Che intendevi dire? Come stai? Qual è la tua storia”. Nessuna pietas, nessun desiderio di comprendere fino in fondo. Mi hanno sepolto di sovrastrutture esegetiche, mi hanno schiacciato sotto il peso delle loro mannaie giudicanti, lanciandosi strali, ciascuna dalla propria ridotta, dentro quel grande pentolone d’acqua bollente che è il mondo femminile, e il femminismo.

Ho anche cercato, per quanto fosse possibile nel tramenio, di pormi, rispetto all’accaduto, in una posizione d’osservazione imparziale. Che avrei fatto io se fosse accaduto a un’altra donna? Ci ho pensato molto e ho concluso che avrei sorriso, ne avrei riso. Ecco: è l’assenza di ironia, della capacità di riderci su, forse – oltre alla furia senza misura – quello che più mi ha sorpreso in questa storia.

Oggi, a distanza di un mese e con un po’ più di lucidità, credo che molte interpretazioni abbiano sofferto quella mancanza di onestà intellettuale per ammettere che c’è molto di irrisolto, personale, nel loro giudizio. Ci sono nodi da sciogliere molto stretti, personali. Un’autorevole femminista ha perfino scritto che il mio corpo non apparteneva a me, ma doveva rendere conto a quello di tutte le altre donne. Un inaccettabile atto di hýbris che, in nome della collettività, sacrifica l’arbitrio individuale. Una sconfitta, in fondo, per loro stesse, e le loro legittime battaglie. Mi chiedo, ancora oggi, come non abbiano compreso che il calcio di un sesquipedale autogoal lo hanno tirato loro stesse, nella propria porta.

Voglio concludere con un sorriso, chiarendo che no: il corpo è solo mio – molte di loro, in passato, hanno combattuto per insegnarcelo – e del mio corpo, liberamente e con gioiosa consapevolezza, dispongo solo io come credo più opportuno. Non è forse più sana, più rassicurante, una società in cui questo sia possibile? E in cui, per questo, le altre donne non debbano rispondere con livore, invidia e violenza? Credetemi: si vive più felici e più sorridenti se si ha la naturalezza di non dover chiedere permesso a nessuno dei propri atti di libertà.

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, Femministese, R-Esistenze

Quella “sinistra” moralista: Paola Bacchiddu demansionata per un bikini!

604005_10151537997832519_1385931029_nElezioni finite, commenti fatti, ora è il momento di dire le cose come stanno, senza peli sulla lingua. Paola Bacchiddu ha messo una foto in bikini sulla sua pagina facebook, è diventata lo zimbello di moraliste e di bull*, di gente che l’ha insultata e l’ha virtualmente lapidata, e, con mia sorpresa, ai margini della strada, a lanciare pietre su di lei, sottoforma di “critiche”, c’erano anche le femministe. Non tutte, per fortuna, perché alcune tra noi, tante persone in realtà, avendo subito capito la piega che stava prendendo la vicenda, come normalmente una brava femminista dovrebbe fare, abbiamo smesso di stare a guardare, abbiamo abbandonato il ciglio della strada, ci siamo spogliate, e abbiamo cominciato a camminare con lei. Abbiamo realizzato una cordata autodeterminata, protettiva e solidale, fatta di cosce, tette, culi, braccia, bocche, schiene, bikini, corpi, di donne e uomini, come fosse una slut walk virtuale, e quelle pietre, dunque, sono state meglio redistribuite.

Non conoscevo Paola Bacchiddu, lei sarda, io siciliana, ma che io la conoscessi o meno, che condividessi di lei i respiri, poco o molto, quello che mi è sembrato chiaro in questa vicenda era il fatto che si trattava di una donna che veniva mortificata per un gesto compiuto in libertà e io odio che si mortifichi chiunque faccia gesti di libertà, soprattutto se hanno a che fare con i corpi delle donne. Odio le intellettualizzazioni, le moralizzazioni, le sovradeterminazioni e odio che si rigiri la frittata per imbellettare e legittimare il moralismo di chi ha trattato Paola con un accanimento tale da farmi ritenere che se ci fosse stato nei confronti di Renzi o Berlusconi o qualunque avversario politico reale lo stesso dispiego di truppe probabilmente quelle truppe oggi avrebbero vinto le elezioni.

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Un corpo a corpo

di Elettra Deiana

Paola Bacchiddu ha compiuto un inaspettato atto di rottura del meanstreaming politico comunicativo della sinistra, animando oltre misura l’invasivo blablare gossiparo della rete e, soprattutto, quella mescolanza tra politica e gossip che oggi va per la maggiore. Tuttavia ha anche rimesso in scena questioni non di poco conto per chi ha avuto a che fare con la vicenda del femminismo e oggi pensa che il femminismo non debba essere soltanto il lontano fantasma di una magica stagione politica. Io sono tra chi la pensa così ma penso anche che, come per altre dimensioni del pensiero e dell’esperienza umana, ci sia femminismo e femminismo e oggi valga la pena discuterne il più liberamente possibile. Sono infatti convinta che il modo di pensare le cose da parte delle donne continui a influenzare le più complessive dinamiche politiche e sociali, dell’Italia, per quel che ci riguarda, proprio perché il femminismo ha rovesciato il senso delle cose e l’ordine del discorso che le rappresenta. Ma il rovesciamento spesso poi prende le direzioni più diverse, come è inevitabile che succeda. Non tutte esaltanti.

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