Antiautoritarismo, Critica femminista, Culture, R-Esistenze, Recensioni

Orange is the new Black – la serie televisiva

https://www.youtube.com/watch?v=nryWkAaWjKg

Orange is the new black è una serie televisiva statunitense ispirata alle memorie di Piper Kerman. Piper finisce in carcere per aver trasportato una valigia piena di soldi di provenienza illecita. All’epoca stava con Alex, implicata nel narcotraffico internazionale e che in un modo o nell’altro riusciva e riuscirà a scaricare sempre tutte le responsabilità su Piper.

La serie televisiva è fatta bene, riesce nell’impresa di raccontare il carcere in modo disincantato, senza dividere il mondo in buoni e cattivi e senza colludere con quell’impostazione repressiva e securitaria che immagina la galera come soluzione per tutti i mali. E’ una serie fatta per intrattenere un pubblico più o meno adulto, con scene di sesso esplicito, soprattutto lesbico, con la definizione di dinamiche relazionali complesse che non vengono mai rappresentate con un comodo chiaro/scuro.

Le donne in galera non sono vittime ma come ogni altra persona in carcere sono la somma di una serie di eventi che le ha portate lì. Hanno scelto, si sono trovate a vivere alcune circostanze, erano troppo addentro al proprio vissuto per pensare che vi fossero delle regole da rispettare e alla fine si beccano una punizione fatta di isolamento, perdita di benefici e comodità, e qui si parla di una doccia calda, una crema per il viso, una pinzetta per togliere il lungo pelo che nasce frequentemente sul mento, gli assorbenti, gli ormoni per la carcerata trans, la possibilità di leggere un libro senza essere continuamente interrotte da una manica di folli che non ti danno tregua, perché il carcere è innanzitutto questo: bisogna resistere alla convivenza con persone che non sceglieresti mai di avere accanto.

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Antiautoritarismo, Antirazzismo, Autodeterminazione, R-Esistenze, Violenza, Welfare

#California: eugenetica e sterilizzazioni forzate in carcere

prison.si_-500x281Avete presente gli Stati Uniti? La patria morale della libertà dove non esisterebbero razzismi ed ingiustizie? Quella che si è rifatta la reputazione facendo processi internazionali sui nazismi altrui? Resettate tutto e ricominciamo da capo. Uno di questi stati è la California, giusto dove risiede anche il regno dell’entertainement cinematografico. La legislazione della California parla da tempo di una serie di atroci ingiustizie compiute sulla popolazione, soprattutto se migrante, che sta in carcere. La gente “insana” o “debole di mente”  rinchiusa in carcere è già da un bel po’ che in quelle galere sarebbe oggetto di sterilizzazioni forzate. Centinaia di vasectomie negli anni trenta, 20.000 pazienti sterilizzati in California, tra uomini e soprattutto moltissime donne, dal 1909 al 1979, 15.000 ordini di sterilizzazione nei confronti di persone di origine latino/americana, in generale messicani/e. La California è stata, nel tempo, quella più zelante nelle sterilizzazioni, realizzandone un terzo delle circa 60.000 operazioni effettuate nei 32 stati che erano regolati da leggi in cui si parlava di eugenetica su base razziale dal 1907 al 1937.

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Antiautoritarismo, Antirazzismo, Autodeterminazione, Contributi Critici, Critica femminista, R-Esistenze, Violenza

Come l’attivismo anti-violenza mi ha spinto a diventare un’abolizionista del carcere

Richie-Anti-Violence-activism

Da Incroci De-Generi:

Traduzione di un articolo di Beth E. Richie apparso su The feminist wire

La scelta di tradurre e pubblicare questo articolo è motivata in larga misura dallo stato in cui versa il femminismo bianco, liberale e borghese, italiano e non solo. Pur nella specificità e nella diversità dei contesti cui Beth Richie fa riferimento, l’approccio del femminismo nero alla violenza offre indicazioni di analisi e di metodo molto più complesse e complete, pressocchè ignorate non solo in Italia, ma più generalmente in Europa, da quel femminismo bianco liberal-borghese che ha monopolizzato il dibattito, impoverendolo e spostandolo a destra. Quest’ultimo, infatti, è stato ridotto ad un essenzialismo vaginale che mistifica la realtà, sorvola sulle numerose disuguaglianze che strutturano gerarchie di potere fra le donne stesse, invoca un ricorso sempre più massiccio alla logica della carcerabilità e tace sulla violenza che anche lo stato perpetua contro le donne, in particolare quelle non europee, appartenenti alle classi sociali medio-basse e non conformi al genere. Ben lungi da ogni tentativo di appropriazione culturale, ma riconoscendo e sottolineando il grande contributo del femminismo nero allo sviluppo di una teoria e di una prassi intersezionale di cui si avverte estremo bisogno anche fuori dai confini d’America, con questa traduzione si vuole invitare a riflettere sulle costanti che si possono individuare tra le cosiddette politiche anti-violenza americane analizzate da Richie e quelle in atto in Italia ed in gran parte dell’Europa.

Buona lettura

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Antiautoritarismo, Comunicazione, Personale/Politico, R-Esistenze

A Riccardo Venturi: solidarietà!

A Riccardo Venturi vogliono togliere le parole. Rischia fino a 5 anni di galera, aggiungi un terzo della pena per una ulteriore accusa di recidiva, e tutto questo per l’accusa di Offesa all’onore e al prestigio del Presidente della Repubblica. Ne parla QUI e il post per cui è stato denunciato e rinviato a giudizio sarebbe QUESTO.

Dal basso di questo blog, avendo sempre avuto chiaro che neanche la satira ci salverà e che oggi qualunque forma di dissenso orale, scritta, è sottoposta a controllo e repressione, avendo chiaro che, chissà, anche su di me come su qualunque altr@ blogger che scrive ciò che pensa, pioveranno sulla testa chissà quante e quali denunce, mi chiedo come sia possibile, oggi, immaginare che l’Italia si salvi perseguendo e punendo un uomo come Riccardo.

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Antiautoritarismo, Antifascismo, Antirazzismo, Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze

Intervista ad Angela Davis

Angela-Davis

Da Intersezioni:

Questa intervista, di qualche anno fa, è ancora molto attuale per quanto attiene le questioni discusse, ovvero la depenalizzazione del sex work e le questioni relative all’attivismo e alla complessità degli scenari attuali di lotta. Traduzione di feminoska, revisione di Claudia.

Siobhan Brooks : Come descriveresti la tua esperienza durante il periodo d’incarcerazione con le sex worker? Come venivano trattate?

Angela Davis : Una delle cose che ricordo molto chiaramente della mia incarcerazione a New York, 27 anni fa, era il gran numero di sex worker continuamente arrestate. Durante le sei settimane della mia incarcerazione presso il carcere femminile di New York, mi ha colpito il fatto che i giudici erano molto più propensi a rilasciare le prostitute bianche, sulla base di garanzie personali, di quelle Nere o portoricane. Quasi il novanta per cento delle prigioniere di questo carcere – alcune delle quali in attesa di processo come me e altre che già scontavano pene – erano donne di colore. Le donne parlavano molto dei vari modi in cui il razzismo si manifestava nel sistema di giustizia penale. Parlavano di come la razza determinasse chi finiva in galera, chi restava in galera e chi no. Durante il breve tempo in cui sono stata lì, ho visto un numero significativo di donne bianche entrarvi con l’accusa di prostituzione. La maggior parte delle volte venivano rilasciate nel giro di poche ore. A causa dei problemi che molte donne si trovavano ad affrontare nel tentativo di ottenere i soldi per la cauzione, abbiamo deciso di lavorare con donne del ‘mondo libero’, che stavano organizzando una raccolta fondi per le cauzioni delle donne. Le donne all’esterno organizzarono la struttura e raccolsero il denaro e noi organizzammo le donne all’interno. Coloro che aderirono alla campagna convennero di continuare a lavorare con il fondo per le cauzioni anche una volta fuori, quando la propria cauzione venne pagata dai fondi raccolti dall’organizzazione. Molte sex worker si unirono a questa campagna.

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Culture, R-Esistenze

#Luxuria, l’arresto dimostrativo, le polemiche e le lotte lgbtq

1796082_594450540646124_1604249527_oDue parole su Vladimir Luxuria e quel che ne è seguito. Lei va a Sochi, in Russia vige una legge antipropaganda in favore dei gay e la bandiera che Luxuria mostra in cui è scritto “gay is ok” basta per fermarla, identificarla, schedarla e poi, per quel che leggo, rilasciarla a prescindere dall’intervento della Farnesina. Luxuria non è una trans qualunque. E’ popolare, una ex parlamentare, una vip della tv italiana, e a prescindere dal fatto che, come alcuni dicono, lei sia andata lì in maniera un minimo sovradeterminante, con la consapevolezza o meno di provocare una reazione, quello che dimostra il fermo è che lì chiunque è esposto a quel regime di repressione. E se hanno rilasciato lei che è così famosa non è detto facciano lo stesso con altre persone.

Quello che mi ha sorpreso ieri, in effetti, poi, è stata la virulenza di commenti transofobi e anche di commenti di altri, critici nei confronti di Luxuria e altre persone a lei collegate, che neppure in quel frangente sono riuscit* a bloccare lo schema di litigiosità e acidume in salsa facebukkiana per concentrarsi sul fatto che non è normale che una persona che mostra una bandiera con quella scritta sia fermata eccetera, così come non era normale che delle ragazze che cantavano una canzone siano finite in galera per questo.

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Antiautoritarismo, Comunicazione, R-Esistenze

I “giovani a rischio”: il cane di Pavlov e la pedagogia carceraria

Beyond-Scared-Straight

di Natalina Lodato

«Quella che ci ostiniamo ancora a chiamare prigione, …in realtà non è che un territorio chiuso o riserva di minoranze destinato a ingrandirsi in questa nostra era di omologazione totale»
Goliarda Sapienza

Mentre guardavo l’ultima puntata di Tv Talk sono sobbalzata letteralmente dalla sedia per la notizia dell’arrivo in Italia del docu-reality Beyond Scared Straight; i dodici episodi della serie stanno andando in onda sul canale Sky CI Crime+Investigation, con il titolo di Giovani a rischio e la presenza in studio della giornalista Luisella Costamagna.
Per capire di cosa si tratti, dobbiamo fare un bel passo indietro, tornare al 1978 e al film documentario Scared Straight!, prodotto da Arnold Shapiro: vincitore del Premio Oscar, il documentario, attraverso la voce narrante di Peter Falk, narrava le 24 h di “viaggio” in carcere di un gruppo di giovani “devianti”, condotti nella Rahway State Prison con lo scopo precipuo di essere spaventati dai detenuti e dalla realtà carceraria. L’idea di fondo era che tale esperienza avrebbe dovuto fungere da deterrente per il futuro, affinché quei ragazzi non cadessero più in errore cedendo al crimine.

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Antiautoritarismo, Pensieri Liberi, R-Esistenze, Violenza

Il carcere e gli spacciatori di paura

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Quando entri in carcere davvero non immagini di trovare quel che trovi. Lo pensi sporco, dalle mostruosità visibili e invece è proprio peggio. E’ un territorio asettico, dove chi gestisce e dirige deterge al passaggio per rendere invisibili le crudeltà. Le nuove prigioni sono come le belle aziende che si presentano bene ma poi nascondono la stessa dose di intenzione di disumanizzazione per i reclusi. D’altronde corrisponde alla esigenza di catarsi di un mondo fatto da forcaioli e giustizialisti. Un mondo autoritario dominato da spacciatori e spacciatrici di paura. Il regno del terrore che ti costringe al chiuso e ti obbliga a sollecitare la sorveglianza, la militarizzazione dei territori e delle tue mutande per la tua “sicurezza”. Il carcerato deve soffrire e anche moltissimo. Quando viene rinchiuso è giusto perda ogni diritto umano.

L’azienda carcere funziona alla perfezione. C’è chi fa marketing per creare consenso e attirare la buona disposizione di sponsor e investitori. Sono strutture pubbliche ma possono anche essere private. Sono luoghi di frequentazione di gruppi e associazioni che animano quegli ambienti e poi trovano le facce disponibili a fare da fenomeni da baraccone nelle interviste. Stiamo benissimo, dicono, ci trattano bene. Con quello che imparo qui potrò crearmi un futuro. E altre cose del genere.

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, R-Esistenze

Giochi istituzionali: svuota le galere, riempi le galere!

Esigiamo le aggravanti, no, svuotiamo le galere. Mettiamo in carcere anche quelli che si fanno una canna. No, abbiamo scherzato. Rinchiudiamo gli immigrati. No, tanto non serve. Sono poveri, disgraziati, è come fossero in carcere anche senza quelle sbarre. Facciamo che ci siano meno galere. No, invece propagandiamo la privatizzazione delle carceri perché si sa: c’è l’emergenza affollamento nelle celle.

L’ipocrisia massima che si celebra in un paese nel quale intanto bisognerebbe cominciare a cancellare la Bossi/Fini o la Fini/Giovanardi.

La maggioranza di governo, quella che sposa appieno un modello securitario, ieri aggravava le leggi su questo e quello e ti piazzava braccialetti elettronici anche per “evadere” dagli obblighi familiari, oggi racconta soluzioni civili che saranno vanificate tempo un soffio di vento se le leggi che mandano in galera la gente non vengono cancellate e/o modificate.

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Acchiappa Mostri, Antiautoritarismo, R-Esistenze

Galere, giustizialismi e catarsi collettive

L’avete mai vista voi una galera? Ci siete entrati/e dentro? Sapete come sta la gente che viene lì rinchiusa? Bisognerebbe fare tour scolastici, tipo quelli che portano a vedere i forni crematori e i campi di concentramento o le gite formative per vedere com’erano fatti i manicomi finché c’erano, per disabituare la gente a ritenere che quello possa essere un luogo che ti fa cambiare, migliorare, recuperare.

In galera” è l’assillo di chi decide il mondo sia migliore senza una o più persone, come se la galera fosse un premio a chi ne resta fuori invece che l’esatta definizione del modello di controllo sociale, sorveglianza e punizione, che ci siamo scelti.

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