Antisessismo, Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze, Violenza

Quelli che “voi donne avete il potere, vi basta aprire le gambe”

Sessisti, razzisti, siete stronzi dappertutto.
Il cartello dice “Sessisti, razzisti, siete stronzi dappertutto.”

 

di Sonia

E’ molto triste che solo a fronte di episodi eclatanti come quelli di Colonia (che da chiunque siano stati commessi, qualunque sia il mandante, la ragione, la nazionalità o lo status di tali individui, essi sono da condannare, senza tentennamenti, senza neanche fare “sconti” sulla base di atteggiamenti culturalisti che implicano un razzismo al contrario) si possa parlare a testa alta di femminismo, perché solo fino a dieci giorni fa il 90% delle volte che ho affermato davanti ad un uomo di essere femminista sono stata derisa o presa in giro, o schernita “affettuosamente”, spesso con un paternalismo o un “timore” propri solo di chi non sa minimamente di cosa si stia parlando, e che conosce il concetto solo in termini caricaturali o stereotipati.

Qualche tempo fa, durante quella che poi sarebbe diventata un’imbarazzantissima, accesissima, infuocata discussione, stavo parlando della violenza sulle donne nella rappresentazione pubblicitaria con una persona che lavora nel settore, ed un conoscente, che stava ascoltando la conversazione con espressione di scherno e superiorità, si è sentito prontamente in dovere d’intervenire nel dibattito, e con aria di sfida e di presa per il culo ha detto “ma di che cavolo parlate, voi donne avete il vero potere, vi basta aprire le gambe e farvele riempire”, il tutto seguito dalla risata di chi si sente furbo e protetto nel mondo. Poi si è voltato e ha sghignazzato con i suoi amici, convinto di aver raggiunto il massimo della propria virilità, che in branco ovviamente va rivendicata con ancora più forza e convinzione.

Alla mia risposta, molto nervosa e infastidita, ha cominciato a farsi più piccolo e, probabilmente molto poco abituato a sentirsi rispondere per le rime, si è sentito allora in dovere di correggere il tiro, ed ha aggiunto (causa anche di mancanza di argomenti) che comunque lui, “a noi donne, ci ama tutte”. E “noi” ovviamente lo ringraziamo, perché oltre il danno, la beffa.

Tutto ciò non per mettere in croce la persona in questione, ma per dire che il suo lessico, il suo atteggiamento e il suo pensiero, incarnano e hanno incarnato quelli di molti uomini, più o meno giovani, più o meno colti, che ho conosciuto nel corso della mia vita. Che credono davvero che “aprire le gambe” sia ciò che fa della donna una detentrice di potere, che sono incapaci di comprendere che queste affermazioni sono figlie del maschilismo più grave e più becero, e che, con uguale violenza, credono di doverci ammansire con carezze e pacche sulle spalle (“voi donne, io vi amo tutte”).

E sono quegli stessi uomini, che adesso sento parlare a gran voce “in difesa delle donne”, quegli stessi conoscenti che stupiti mi chiedevano “ma davvero a voi donne non fa piacere se un uomo vi fischia per strada?? dai non ci credo..”, quegli stessi padri (e madri anche, che spesso incorporano e interiorizzano quegli stessi valori di pensiero patriarcali) che la sera fanno rientrare i figli adolescenti ad orari diversi a seconda del sesso, quegli stessi fidanzati che per “gelosia” pensano di poterti dare indicazioni sulla lunghezza del vestito con cui stai uscendo o sul tuo essere o meno appariscente. Bene, vogliamo combattere il maschilismo? che lo si faccia davvero, agendo e reagendo noi in primis, uomini o donne che siamo, smettendo di tacere quando si può o di non rispondere o non dire perché si teme di essere prese in giro o “rimesse al nostro posto”.

Cominciamo col farlo educando le nostre figlie e i nostri figli allo stesso modo, con le stesse libertà e gli stessi diritti, insegnando agli uomini ad essere indipendenti dalle loro madri come lo si pretende – giustamente – dalle ragazze, e insegnando alle bambine, alle ragazze, alle donne, che ad un uomo si può, anzi si deve, rispondere. E insegnamo agli uomini che non esistono “questioni di genere”, esistono solo diverse distribuzioni del potere, e che la nostra lotta non è “nostra”, è anche la vostra, ma svegliatevi.

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#Belgio: bocciato dalle femministe corso di “rispetto per le donne” rivolto solo a migranti

A proposito del fatti di Colonia, Emanuela esprime:

il fastidio senza limiti che si prova a dover, ancora una volta, vedere politiche autoritarie, razziste e discriminanti promosse in nome dei diritti delle donne. Il che mostra come la moda delle politiche per la “parità di genere” spesso non faccia altro che appropriarsi del linguaggio delle battaglie per la giustizia sociale e piegarlo al mantenimento di un ordine sociale sessista, razzista e classista. Se le nostre analisi e lotte non si situano all’intersezione di tutte queste dimensioni si rischia di riprodurre il discorso dominante, a volte senza rendersene conto. Io sono una ricercatrice independente e insegno Genere e Conflitti all’università. Mi trovo costantemente a ripetere che ridurre la questione al paradigma delle donne vittime non fa altro che perpetuare le gerarchie di genere e svuotare le nostre analisi del loro carattere sovversivo rispetto al discorso accademico mainstream. Io stessa negli anni ho trasformato il mio approccio allo studio e alla ricerca e continuo a interrogarmi su chi e che cosa sto escludendo, chi sto lasciando fuori dalla mia comprensione di fenomeni legati sì alla violenza diretta ma anche in modo inequivocabile a molteplici forme di violenza strutturale e culturale. 

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I fatti di Colonia: una mia esperienza

Elisa scrive:

Ciao,

seguo da un po’ e con molto interesse la tua pagina e il tuo blog, la tua mi sembra una delle voci femministe più lucide ed equilibrate in circolazione nel web. Mi piacerebbe portare una mia personale testimonianza legata ai fatti di Colonia.

Sono di Viareggio e ogni estate è tradizione festeggiare il Ferragosto in spiaggia, con musica, gavettoni e secchiate d’acqua. Succede, però, che i ragazzi approfittino di questa situazione per prendere di mira in gruppo le ragazze e praticamente denudarle a colpi di gavettoni e secchiate. A me è successo che mentre stavo passeggiando sulla battigia con mio cugino, improvvisamente mi arriva addosso una secchiellata d’acqua violentissima, che mi ha pure fatto male, e mi ha fatto abbassare la parte di sotto del costume. Mi volto e mi trovo davanti dei bambini (bambini!) di 12 o 13 anni. Faccio per reagire, per arrabbiarmi, e quelli senza minimamente scomporsi mi tirano un gavettone all’altezza del petto, scoprendomi anche il seno, per poi sghignazzare soddisfatti. Intanto da dietro altri hanno nuovamente preso di mira la parte di sotto del mio costume. A quel punto, per fortuna, mio cugino è intervenuto portandomi via, ma di fronte al mio turbamento e all’umiliazione che provavo ha reagito con aria di sufficienza, dicendo qualcosa tipo: “Eh, ma che vuoi che sia, è una festa, quelli erano solo dei cretini…”

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#Colonia: Ich bin es leid! (Ne ho abbastanza!)

Questo è un articolo scritto da una giornalista tedesca e tradotto da Eugenia. Buona lettura!

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Ich bin es leid!

Ne ho abbastanza!

Hilal Sizgin (*1970) è una scrittrice e giornalista turco-tedesca, scrive tra altri per Die Zeit e Die Sueddeutsche Zeitung.

Ne ho abbastanza del fatto che ogni discussione sulla violenza sessuale – ogni volta che per caso salta fuori – venga così velocemente attaccata al carro di numerose altre agende politiche, finché non è più una discussione sulla violenza sessuale.

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#Colonia: dove stanno le femministe? Lontane dalle destre razziste!

Una delle cose che mi fa incazzare di più in questi giorni, e non solo, è l’appello che destre razziste rivolgono alle donne affinché prendano posizione sui fatti di Colonia. “Dove sono le femministe… perché non dicono niente…?” urlano fascistoni che vorrebbero reclutarci a legittimazione delle loro pessime cause. E la risposta unanime dovrebbe essere che le femministe stanno altrove e non si fanno certo strumentalizzare da chi usa le lotte delle donne per avallare un’ideologia razzista, omofoba e sessista.

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#Colonia – contro l’uso razzista del corpo delle donne

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di Margherita

Proverò a sintetizzare qualche riflessione sui “fatti di Colonia” a partire da un editoriale della sempre pessima Lucia Annunziata sull’ (Fuff)Huffington Post. Per chi non sapesse a cosa mi riferisco, è l’episodio delle violenze sessuali di massa avvenute durante la notte di Capodanno a Colonia da parte di centinaia di uomini, a detta dei media “arabi” e “ubriachi”, a danni di decine di donne palpeggiate e stuprate all’uscita della metropolitana. Ovviamente avvoltoi razzisti nostrani e tedeschi sono zompati sul carrozzone facendone una questione etnica, per invocare più politiche securitarie. Qualcuno addirittura (vedi la sindaca di Colonia) ha incoraggiato le proprie concittadine a girare alla larga dagli stranieri, come se la nostranità del proprio interlocutore mettesse al riparo da molestie e violenze sessuali.

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Una guida incompleta sul NON ESSERE RACCAPRICCIANTI

Quando ho letto i commenti a questo post sulla pagina di Abbatto i Muri mi e’ tornato in mente questo bell’articolo di John Scalzi, e ho pensato che tradurlo avrebbe potuto contribuire al dibattito.

Nel mondo anglofono, le persone che approcciano il prossimo in maniera troppo insistente e senza tenere conto dell’altrui rifiuto piu’ o meno esplicito, come il 60enne del post, vengono definiti dispregiativamente “creepy” (raccapricciante, losco, inquietante) o “creeper” (colui che evoca sensazioni di disgusto e orrore). In mancanza di un adeguato corrispondente italiano, ho tradotto con “viscido” e “inquietante”, “mettere a disagio” e “inquietare”.
Non entro nel merito della polemica anglofona che ruota intorno a questo insulto, che non riguarda la scena italiana. Ho trovato interessanti i concetti espressi in questo articolo, concetti che si possono estendere alla vita di tutti i giorni e a qualsiasi ambito sociale. Si parla di convention e raduni, ma le regole qui espresse valgono perfettamente anche nei contesti lavorativi, per strada, in metro, nei locali pubblici… ovunque ci siano persone che si sentono autorizzate ad essere creepy solo perche’ pensano sia legittimo farlo.
Spero sia una lettura interessante anche per voi.

Enjoy!

— Manu

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Il mondo nerd [geekdom] ha attraversato un periodo davvero interessante negli ultimi due mesi: ha dovuto prendere atto che ci sono un sacco di stronzi inquietanti fra le sue fila, e che non e’ affatto il piu’ accogliente dei luoghi quando si parla di donne. [si riferisce al gamergate, n.d.t.]
A questo proposito, un fan delle convention di fumetto mi ha inviato questa mail qualche giorno fa:

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Le donne: vulnerabili per “natura” o “costrizione”?

La vulnerabilità dipende da tante cose. Mi sento vulnerabile perché scoperta, denudata, violata nella mia intimità. Sono vulnerabile quando ho paura e in genere reagisco con freddezza. Uso delle strategie, quasi che fossi stata addestrata lungamente per arrivare integra fino a quel momento. Gli sconosciuti, l’uomo nero, barbablù, rappresentano la metafora di figure che minano l’autonomia di una donna che vuole camminare sola, per strada, a qualunque ora del giorno e della notte. Mi dicono che a sentirsi vulnerabile è anche un uomo che teme di essere rapinato e ucciso, ma io so che non è la stessa cosa.

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L’harem del “capetto” di sinistra

Lei scrive:

“Ciao, voglio raccontarti un’esperienza che ho vissuto qualche anno fa per conoscere il tuo punto di vista in quanto femminista militante: A circa 17 anni iniziai a prendere parte a numerose assemblee di un collettivo di estrema sinistra della mia città, condividevo e condivido tutt’ora i loro ideali antifascisti e anticapitalisti e la messa in pratica degli stessi. La mia partecipazione alle loro azioni divenne assidua fintanto che iniziai a prendere parte anche alle assemblee riservate “agli stretti”. Sentirmi parte di quel gruppo militante mi rendeva soddisfatta della mia vita e reputavo loro la mia reale famiglia.

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Se tra compagn* si pratica il “sessismo militante”

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Ci sono cose che per amore di militanza non sono dette a voce alta. Ricorre un’omertà che ci fa male o di sicuro fa male a me. Se un compagno ti molesta non va bene dirlo perché contribuisce alla demonizzazione che la società fa dei contesti antagonisti. Ma chi sa discernere sa bene che dire di uno che è stronzo non vuol dire che lo sono tutti. È la pretesa superiorità morale di tutti gli uomini di sinistra o anarchici che invece diventa mezzo di assoluzione per tutti, un po’ come quando dici che le donne, dato che alcune tra loro sono vittime di violenza, allora dovranno tutte essere considerate vittime.

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Quando mia madre negò che suo fratello mi molestava

Venticinque anni fa sono scappata da casa e da allora non sono più tornata. Avevo litigato con mia madre. Aveva messo in dubbio la mia parola quando dissi che suo fratello mi aveva molestata. In quel momento lui viveva con noi. Era in difficoltà economiche e veniva fuori da una grossa crisi personale. Io gli volevo molto bene ma lui deve aver scambiato il mio affetto per disponibilità a fare altro. Avevo compiuto da poco 19 anni. Frequentavo l’università. Lui disse che non sarebbe stata né la prima e né l’ultima storia tra zio e nipote. Tentai di dirgli, in modo gentile, che io gli volevo bene solo come si vuol bene ad un parente. Per me era diventato anche una specie di fratello maggiore, giacché era dieci anni più giovane di mia madre e dieci anni più grande di me. Non ci fu verso di farglielo capire. Me lo ritrovavo dappertutto. Entrava nella mia stanza. Mi aspettava per vedermi comparire con l’asciugamani dopo una doccia. Non mi sentivo libera di fare niente. Se prima anche la mia nudità era naturale, nei limiti in cui può esserlo con uno zio che in qualche modo ti ha cresciuta, in costume da bagno, reggiseno e mutandine, pigiami o camicie da notte fresche e corte per l’estate, poi per me diventò impossibile girare per casa senza indossare almeno un paio di jeans e una maglietta. Avevo preso l’abitudine di chiudermi a chiave in stanza e provai a dire a mia madre che suo fratello mi stava mettendo in una brutta situazione.

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Lei mi molesta e mi credono in pochi

Perché negare, dico io. È più che evidente che mi stai molestando. Io non capisco da dove viene la convinzione che le donne non siano mai moleste. Io ne conosco una, collega di lavoro, che non avrebbe, teoricamente, né il potere né il ruolo professionale per poter negarmi i diritti di lavoro. L’ho rifiutata. Non sono stato al suo gioco. Lei ha cominciato a parlare male di me con tutti/e. Non me ne risparmia una. Ogni occasione è buona per mettermi in cattiva luce. Lo fa in ufficio, poi mi lancia battutine acide su facebook e io so che se la banno sarà ancora peggio, perciò devo subire il suo tono che a detta di tutti sarebbe assolutamente tranquillo. Allora mi sono detto che forse sono io che ho paranoie e sogno quel che dice. Il giorno dopo vado in ufficio e mi rendo conto che invece ho proprio ragione io.

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Antirazzismo, Critica femminista, R-Esistenze

Per Innocenzi e Oliva: non serve andare in Iran per trovare i molestatori!

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Arrivano un po’ di lamenti sparsi sulla vicenda della Innocenzi. Non valutazioni ma lamenti, perché non riesco a classificarli in modo diverso. Se una coppia di amiche avesse scelto Palermo come meta turistica e perse tra i mercatini avessero incontrato un tot di uomini molesti, mano morte, palpatori di giornata, esibizionisti dal pene al sole, se queste amiche, dopo aver vissuto tutto questo avessero scritto una pagina di diario in cui si parla della condizione della donna in Sicilia e della sovrabbondanza emergenziale di molestatori per le strade, a loro avrei detto la stessa cosa che ho scritto sull’Iran.

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Il sesso (vietato) tra i figli di una famiglia allargata

Lei scrive:

ciao cara,

sento il bisogno di scriverti la mia storia anche se non ti conosco, perché per la prima volta credo che non sarei giudicata dal mio interlocutore.
Da ragazza mi sono capitate tre occasioni piuttosto brutte di molestie: una volta un vecchio, in autobus, ha preso la mia mano e se l’è strofinata sul pacco, un’altra volta mi è capitato un maniaco seriale che colpiva nella mia città delle ragazze più o meno coi miei colori e con la mia corporatura: ti fermava per la strada fingendo di essere un incaricato di qualche azienda che doveva comunicare qualcosa ad un inquilino del palazzo davanti a cui ti aveva fermato e ti chiedeva una dichiarazione per i suoi datori di lavoro (qualcosa tipo “io ho provato a comunicare col signor pincopallo, ma non era in casa, ma meno male che questa bella ragazza si è fermata e mi ha lasciato dati e firma”). poi ti invitava ad entrare nel portone, presumibilmente per violentarti. un’altra volta sul treno, che era deserto, un passeggero si è seduto proprio di fronte a me, ha tirato fuori l’uccello e ha cominciato a masturbarsi guardandomi.

Tutte e tre queste esperienze sono state decisamente sgradevoli, ma sono finite bene: sono riuscita a scappare, o ad urlare e me la sono cavata così, ringraziando le mie gambe e i miei polmoni per non aver dovuto subire una violenza.
c’è un episodio della mia vita che però mi ha fatto sentire davvero sola e abbandonata da tutti, vittima, stavolta sì, del pregiudizio del “te la sei cercata”.

Quando ero molto giovane mia madre, separata da mio padre, decise di iniziare una relazione con un altro uomo. lui aveva tre figli nati dalla sua relazione precedente.
io all’epoca avevo circa 15 anni e un ragazzo (che crescendo si sarebbe rivelato un omosessuale) con il quale non avevo ancora fatto sesso.
Dei tre figli del compagno di mia madre, l’unico che mi dimostrò, se non proprio dell’affetto, almeno della simpatia, fu il più piccolo, e col tempo tra noi si stabilì un bel rapporto cameratesco.

Quando decisero di provare ad andare in vacanza tutti insieme, come una grande famiglia allargata, in una località piuttosto remota, ero contenta; anche se il luogo non era proprio pieno di miei coetanei e tutti i posti letto sarebbero stati occupati da parenti più o meno prossimi, potevo contare sul mio compare per uscire la sera e divertirmi.

A un certo punto della vacanza, diciamo a metà, una sera che mi stavo riposando, lui entra e si stende sul letto a fianco a me. In maniera molto dolce comincia a toccarmi, come il mio ragazzo non aveva mai fatto. Prima il seno, poi in mezzo alle gambe. Ho sentito per la prima volta l’erezione di qualcuno. E non sapevo che fare.
Se fosse entrato qualcuno, avrebbe chiesto spiegazioni e io non sapevo proprio che dire.

Se lui avesse deciso di non aspettare un mio ipotetico cenno di assenso sarei rimasta lì, a subire del sesso, che io non avevo voluto, che io non avevo cercato.
Mi venne in mente il mio ragazzo e le promesse di esserci fedeli che ci eravamo scambiati prima di partire.
Lui ha capito che era meglio non insistere e mi ha lasciato sul letto.
Io ero talmente stranita dalla situazione, ed ero arrabbiata perché lui aveva deciso di ridurre tutto quello che mi sembrava bello e assolutamente cristallino alla sua voglia di fare sesso con me.
L’ho detto alle due persone che, pensavo, mi avrebbero aiutato, e cioè mia madre e il mio allora ragazzo.

La reazione di mia madre mi lasciò sgomenta: mi fece tutta una paternale sul fatto che erano settimane che io provocavo questo tipo, girando in casa in costume (ehi, eravamo al mare!), che i maschi sono così, che me l’ero cercata. E che tutto era una mia macchinazione per farle lasciare il suo compagno e che queste cose tra fratelli non si fanno.
Il mio ragazzo mi chiese se secondo me era proprio necessario che lui venisse; alla fine stavo facendo un dramma di una cosa che magari era meno grave di come io l’avevo intesa.

Quindi io mi sono ritrovata sola, ad affrontare questa cosa. Mi avevano dipinto come una cattiva ragazza e mi avevano detto che ero io a provocare lui. Feci quindi quello che avrebbe fatto una cattiva ragazza, e cioè aprire le gambe.
Sono passati tanti anni e io non mi sono mai pentita di quella scelta: molto di quello che so sul sesso e su come funziona il mio corpo lo devo a lui. Con lui ho avuto una bellissima storia, segreta, che è durata anni e che mi ha tolto tante inibizioni.

Spero che possa servire a qualcuna come aiuto…

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Buio e Luce

Sono in ufficio. Sto scrivendo qualcosa al computer. Credo si tratti di dati e cifre da sistemare in un database. Mi si avvicina il capo, e spero mi perdonerete il fatto che le immagini nella mia mente sono un po’ sfocate, come si trattasse di un brutto sogno. Lui poggia le mani sulle mie braccia, sento il calore del suo viso accanto al mio, mi sussurra piano qualcosa, poi, ad alta voce, passa in rassegna una serie di complimenti. Noto la collega, vicina di scrivania, che mi guarda visibilmente irritata. Forse quelle parole erano state dedicate a lei prima che a me. Buio.

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