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Bullismi e adulti

A scuola una bambina ha dato un pizzico sulla faccia ad un compagno. Il bimbo, un po’ più piccolo di statura, ha pianto e la maestra ha sgridato la bambina e l’ha messa in punizione. La bambina ha fatto comunella con altre e ha cominciato a sfotterlo. Come si può sfottere a quell’età. Ma a lui deve essere sembrata una megera al punto che lo ha detto alla sua mamma. La madre è arrivata in classe e parlando con la maestra ha chiesto che genere di provvedimenti avrebbe potuto adottare. E la maestra “io l’ho punita ma sa, è che sono bambini…“.

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L’amore bambino

Vedi? Amore, amore, amore. Abbiamo pressappoco la stessa età ma tu sei più giovane. Sei impetuoso, irragionevole, entusiasta, un po’ bizzarro. Dici che vedi scorrermi la vita dentro gli occhi. Dici che non ti lascio spazio. Dici che svolgo con noncuranza gli appuntamenti di relazione. Dici che non ti ascolto a sufficienza e che non sono disposta a capire. E dunque eccomi, posso dirlo, io ti capisco. Capisco ogni cosa che tu fai e quello che dici. Capisco che è tuo diritto prendere e sbattere una porta per manifestare la tua rabbia, che perdere il controllo sia liberatorio, che considerare opprimente il mio sguardo da genitore sia perfino giusto. Hai ragione.

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Hai visto cosa hai fatto?

Faceva freddo e il bambino voleva prendersi la pioggia. La mamma lo strattonava per portarlo al caldo. Nel mezzo c’era la strada, bagnata, scivolosa. Il bambino si blocca di colpo, non vuole andare avanti e la madre scivola e si fa abbastanza male.

Si tira su, recupera dignità, pezzi di culo spiaccicati qui e là, cerca di asciugare la gonna che è macchiata di cemento e fango e poi come se fosse la più naturale soluzione alla faccenda molla uno schiaffo al bimbo e dice “hai visto cosa hai fatto? e ora cammina e sta zitto!“. E poi “e ora non piangere, smettila di lamentarti“.

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Mentire sulla prima volta

La prima volta in fatto di sesso con un uomo fu, appunto, la prima volta.

La prima volta in fatto di sesso con un altro uomo fu un’altra volta ma lui voleva sapere se si trattava della prima e dissi che la prima fu un errore e una pessima esperienza. Invece era stata una scelta e mi era piaciuto un sacco.

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La minaccia come forma di comunicazione

Bambino.

Fai l’ometto. Sei l’uomo di casa. Fai attenzione alla mamma. Bada alla sorellina. Rimetti a posto i giocattoli. Fai i compiti. Non fare rumore. Gioca con la palla fuori di qui. Smettila di fare domande. Se parli ancora ti do uno schiaffo. Mangia tutta la pasta. Ti ho detto di non dire niente, hai capito? Non piangere, stai zitto. Se non smetti di gesticolare ti taglio le mani. Io ti ho dato la vita e io te la tolgo. Se non fai questa cosa vado via e non torno più. Guarda che ti gonfio. Se tocchi quella cosa ti ammazzo…

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La lenta costruzione di una autonomia

Di nascita ero una vita poco autonoma. Quasi per niente. A malapena respiravo senza aiuto. Da lì in poi è stato tutto un distinguere tra dipendenze vere, presunte, indotte, imposte per potere e controllo sulla mia vita.

Lottare per liberarsi dalle dipendenze non è una opzione. E’ un obbligo. Ed è una lotta che dura tutta la vita, senza un attimo di pausa. Poi c’è chi si accomoda sulle dipendenze, ne fa addirittura un motivo di rivendicazione e chi invece le dipendenze non le tollera, proprio come me.

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La pipì a letto

Marcella è dispettosa. Fa il muso e sbuffa sulla seggiola. In realtà soffre ed è sensibile ma non sa dire niente. E’ troppo piccola. Ha 5 anni e le è scappata la pipì a letto. La nonna ha sgomberato le lenzuola e messo ammollo tutto. Poi avvisa di non farne parola con il babbo perché altrimenti lui si arrabbia.

La madre di Marcella chiede “perché le stai dicendo questo? guarda che non è vero…” e intendeva dire che quel babbo non s’era mai arrabbiato per la pipì a letto. Anzi si preoccupava di sapere come stava la bambina e se le fosse successo qualcosa.

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Quei fili spezzati

Passare da poverina a essere niente per una vittima di violenza è un attimo. Lo è in generale e lo leggi negli occhi di chi ti guarda, nella considerazione della gente. Sfuggire a questi giudizi che sono impietosi e al limite del sadismo è abbastanza difficile se non sei una persona consapevole. Perché da sempre vittimizzare la vittima è il modo per privarla di volontà propria e qualità umane. E’ il modo per privarla della stima del mondo, di tutto quello che in quel momento ti serve per andare avanti. Così almeno è stato per me. Senza voler generalizzare.

Se vedete il modo attraverso il quale le vittime vengono considerate vi rendete conto che a fare peggio non sono le persone che dicono che “se l’è cercata” perché almeno loro ti riconoscono ancora un minimo di volontà tua. Sono gli unici e le uniche che ti riconoscono ancora capacità di intendere e volere e si scontrano con te (quasi) ad armi pari.

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Non c’è più coerenza militante tra privato/pubblico

“Mi dici che ore sono, per favore?” – chiede la mia amica. E’ sulla quarantina, giovane in quanto precaria, ha tutto un suo modo di raccontare le motivazioni per cui lei ha percorso a nuoto il Nilo, ha valicato le Alpi e poi, a piedi, ha raggiunto la vetta del monte Sinai e poco ci manca che non ti dica che ha trovato le tavole con i dieci comandamenti e quando ti racconta la sua vita sembra quasi di sentire colonne sonore epiche e di vedere scorrere i sottotitoli con la voce in sottofondo che recita le sue gesta.

E’ autonomissima, fa niente meno che pipì da sola, riesce a cambiare il suo assorbente e fa anche la raccolta differenziata dell’immondizia. Può ticchettare sulla tastiera con un solo dito e quando parla di diritti delle donne le viene il sopracciglio a forma di cromosoma x e ti fa pure i salti mortali.

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Il sesso col violento

Continuo da qui.

L’amore con chi ti ha quasi uccisa è fatto di rivalsa e di potenza e di pelle rubata. Tutto sembra proibito e si interrompe la sacralità della rottura sancita dalla violenza e prima ancora dai parenti e dall’aleggiante presenza della giustizia. Fare sesso in barba a tutti è un dispetto, un piacere dato dall’affermazione di un desiderio, come quando qualcuno chiude a chiave la cioccolata e tu trovi comunque il modo per mangiarla e quando lo fai per sfuggire alla sorveglianza ti abbuffi e poi fingi di rimettere tutto a posto.

La recita successiva è a diffusione familiare e popolare. Devi continuare a dire che è uno stronzo. Lui deve dire che tu sei stronza. In realtà canticchi e abbracciare tua figlia è più semplice com’è più semplice fare qualunque cosa con l’odore del tuo ex addosso.

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Giochiamo alla violenza di gruppo?

Adolescente. Io e una compagna di scuola. Accettiamo un passaggio da compagni che hanno i motorini. Facciamo un giro prima di tornare a casa dopo la scuola. Deviano il percorso e dicono “vi facciamo vedere un posto” e noi ridiamo. Che mai ci può succedere?

Sono ragazzi. Ridono. Spensierati. Ridiamo anche noi. Uno di loro mi piace, come può piacere un ragazzo a quell’età. Una cotta, una attrazione, sogni, immaginazione.

Si frantuma tutto quando arriviamo in un bosco. Bel contesto, per carità, ecologicamente okay, solo la compagnia lasciava un po’ a desiderare.

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Difendersi da chi dice di volerti difendere (parte seconda)

Riflessione: continuo dal post precedente.

Guardo e leggo.

Ci sono le donne che di mestiere fanno le show girl, veline, o quel che è. Qualcuno dice che sono vittime e loro dicono di no. Perché sono pagate, per loro è un lavoro e l’hanno scelto. Però si dice l’abbiano fatto in un regime di gravissima oppressione. Ma loro continuano a dire che non si sentono così oppresse. E poi ci sono persone che dicono di voler difendere la loro dignità. Solo di quelle che non parlano, però. Quelle che parlano e dicono che a loro piace fare quel mestiere o fare anche altri mestieri sparsi in cui il corpo delle donne serve a eccitare sono rinchiuse nel ghetto delle zoccole.

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Il succhiotto: difendersi da chi dice di volerti difendere!

Come si compone un contesto in cui agisce la cultura patriarcale.

Famiglia dello zio. Patriarca venerato, temuto e rispettato.

Io sono la nipote affidata a quella famiglia per un breve periodo di vacanze estive. Affidata da un padre ad un altro padre.

Mia cugina mi porta a ballare. Ballo e mi avvicina un ragazzo. Sono adolescente e i ragazzi mi piacciono. Il sesso mi incuriosisce. Lui mi abbraccia e mi bacia. Poi mi dice che non so neppure usare la lingua e che sono troppo piccola. Mi fa un succhiotto e se ne va.

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La maestra

Bambina, stai composta, diceva la maestra. Bambino, tu in silenzio.

La bimba ticchettava con una matita colorata e quando le veniva in mente riticchettava sul braccio del bambino che era compagno suo di banco. E “ahi” diceva lui. Sicché quella maestra si girava e gli diceva “zitto! tu disturbi”.

Di nuovo la bambina combinava marachelle e il bimbo le diceva di non disturbarlo. “Maestra, lui mi ha fatto zdafhfyazz” chiamava lei. La maestra prontamente interveniva a salvaguardia della sua incolumità. “Smetti subito o vai in punizione, capito?”.

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