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Cosa fai se la persona che ami soffre di disturbi psichiatrici?

Relazioni e malattie psichiatriche. Meglio: avere una relazione con una persona che soffre di una malattia psichiatrica. A parte la definizione che può risultare più o meno controversa o più o meno stigmatizzante quel che vorrei approfondire, con il vostro aiuto, come sempre, con le vostre storie e le vostre esperienze personali, è il fatto che una relazione con una persona affetta da un qualunque tipo di disturbo sia di fatto una scelta consapevole o una scelta in presenza di ricatti emotivi e sensi di colpa.

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Fare una battuta da Rape Culture non vuol dire che sei uno stupratore

Mi ritrovo a leggere un articolo che parla di cultura dello stupro e di un post di un fumettista il cui nome mi è totalmente nuovo. Il punto chiave della faccenda sta nelle sue scuse che riassumono pienamente la totale assenza di consapevolezza di chi veicola cultura dello stupro, sessismo o misoginia. Dire che una app potrebbe essere utile a fare addormentare una ragazza con la quale tu potrai fare sesso è diffondere cultura dello stupro. Parlarne con chi la diffonde può essere utile a volte, sempre che costui non si metta sulla difensiva spostando l’attenzione sulla malevola accusa a lui rivolta. Il passaggio che va compreso è che ovviamente non tutte le persone che veicolano sessismo lo fanno consapevolmente. Magari ci si aspetta più consapevolezza da chi fa della comunicazione, parlata, filmata, disegnata, un mestiere ma ovviamente, giusto perché non siamo così perfide, noi che lottiamo contro la rape culture, comprendiamo come si possano ripetere a pappagallo frasi dannose senza che ci sia malafede. Il sessismo, la misoginia, la cultura dello stupro, vivono di questo. Esistono milioni di persone, ogni giorno, veicolano messaggi che rafforzano stereotipi sessisti, che mettono nero su bianco giustificazioni alla violenza di genere o banalizzazioni su quel che significa cultura dello stupro.

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Lettera di un uomo trans all’ancien régime sessuale

 

di Paul B.Preciado, filosofo

Articolo pubblicato il 15/01/2018 su Libération (traduzione di Elisabetta Garieri)

 

Signore, signori e gli altri,

Nel bel mezzo del fuoco incrociato delle politiche sulle molestie sessuali, vorrei prendere la parola come contrabbandiere tra due mondi, quello «degli uomini» e quello «delle donne» (due mondi che potrebbero benissimo non esistere ma che certi si sforzano di tenere separati con una sorta di muro di Berlino del genere) per darvi delle notizie dalla posizione di «oggetto smarrito» o meglio di «soggetto perduto» nella traversata.

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#NoistiamoconClaudia – L’infantilizzazione del movimento antifascista di Parma

Dunque, la questione è questa. Ci viene segnalato un comunicato che parla di una iniziativa antisessista organizzata a Parma e nel comunicato si dice che organizzazione della iniziativa e varie non appartengono a persone così lontane da chi si posizionava contro Claudia, chiamandola infame perché aveva scelto la “giustizia borghese” (in realtà fu convocata da carabinieri che in una differente indagine rintracciarono il video in cui si vedeva lei e chi la stuprava). Claudia subì uno stupro di gruppo nella sede dell’allora rete antifascista di Parma. Gli accusati sono stati condannati in primo grado e alcune persone (compagn* pure quell*) sono state accusate di minacce e diffamazione, se non erro, perché l’avrebbero minacciata per il fatto di aver denunciato pretendendo che lei attenuasse il racconto e dunque la responsabilità delle persone accusate.

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Ci vuole una comunità per stuprare una donna. Sull’assemblea in programma a Parma

Riceviamo e condividiamo. Da QUI.

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Invitiamo collettivi, gruppi, singole-i a diffondere questo appello e a boicottare l’assemblea in programma a Parma.

Comunicato

CI VUOLE UNA COMUNITÀ PER STUPRARE UNA DONNA.
SULL’ASSEMBLEA IN PROGRAMMA A PARMA.

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Difendevo le vittime di violenza. Sono diventata una carnefice!

Lei scrive:

Cara Eretica, è da tanto che seguo il tuo blog, sono una trentenne, catapultata al Nord a 19 anni inseguendo un sogno scappare da una realtà di provincia con la “scusa” di studiare all’Università.

Nel mio paesino del Mezzogiorno, tutti sapevano tutto, non c’erano segreti, gli occhi e le voci della gente erano ovunque persino dietro le imposte chiuse. Io ero vista come un’extraterrestre perché mio padre, molto rigido, aveva comprato il motorino dopo aver passato un anno intero a lavorare nell’azienda di famiglia.

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La mia esperienza di aborto farmacologico (ru486)

Lei scrive:

Un po’ di tempo fa scrissi per esprimere dubbi e paure sull’interruzione farmacologica che avrei dovuto fare… adesso vorrei raccontare la mia esperienza un po’ per sfogarmi, un po’ per essere d’aiuto a chiunque possa ritrovarsi nella mia stessa situazione.

Parto dal principio. Quando ho visto le due stanghette sul test di gravidanza la prima cosa che ho fatto è rimettermi a dormire, sperando di risvegliarmi e che fosse tutto un sogno. Era tutto sbagliato, il momento, la persona che mi stava a fianco (se così si può dire), il non poterlo dire alla mia famiglia (ho 19 anni e sapere una cosa del genere li avrebbe uccisi, non ero e non sono fidanzata e può anche darsi che pensino che io sia ancora vergine), tutto dannatamente sbagliato.

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