Storie

Maternità

Ero da sola quando lei nacque e continuai a rimanere sola in seguito. Dormiva poco e io con lei e mangiava tutto quello che potevo darle. I seni aridi smisero in fretta il latte e lei rimase priva di nutrimento. Dovetti sostituirlo con il latte artificiale ma lo sputava e piangeva sempre. Non riuscivo più a dormire in posizione verticale. Stavo seduta, mentre lui dormiva sonni beati, mi preoccupavo che lei respirasse. Mi avevano detto che poteva smettere ad un certo punto e non avrei voluto vederla morire. Non così. Sognavo ogni notte un incubo diverso. Di lei che finiva sotto un’auto o si lanciava dalla finestra o finiva in una buca profonda e ancora neppure camminava. Prima che lei potesse gattonare sistemai la casa con degli appigli di sicurezza, reticelle per fermarla, cuscini per evitare che cadesse su superficie dura, adesivo sulle prese elettriche. Eppure non sembrava mai abbastanza. Continuava a piangere e mi pentii di aver pianto tanto mentre si muoveva dentro di me. Avrei dovuto tacere, smetterla con le angosce, con l’ansia per quel che mi sarebbe potuto capitare, ed ero così sola che un giorno di ritorno dal mercato misi a scaldare il latte sul fornello, le porte chiuse, il latte venne fuori e spense il fuoco. Il gas si diffuse nella stanza.

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La solitudine delle madri

Io non so come facessero le donne in passato a partorire un figlio dopo l’altro, tra un aborto e un figlio nato morto, bambini piccoli da allattare e tutte le faccende da sistemare in famiglia. Non posso immaginare quanto sia stato difficile per loro e tuttavia penso che quelle donne abbiano lasciato un’eredità a tutte le altre per non essere disconosciute e per fare in modo che venisse riconosciuto il loro valore. La mistica della maternità ha una radice antica e si protrae nel tempo ancora oggi con un giudizio censorio nei confronti delle donne che non solo non vogliono ripetere quelle stesse esperienze ma non si riconoscono nel ruolo di madri. La madre veniva vista come una specie di Santa, una martire che dava tutta sé stessa per i propri figli. Ma al di là di questo stereotipo ci sono altre verità che andrebbero raccontate. Erano donne sole, insoddisfatte, spesso non si sentivano realizzate e neppure amate. Fungevano da buco sul quale un uomo depositava il proprio sperma senza curarsi delle conseguenze. Erano donne la cui sessualità era negata e non avevano altri modelli a cui riferirsi se non le donne che le avevano precedute. Molte donne morivano di parto e altrettante non erano in grado di prendersi cura dei figli e li lasciavano a sé stessi per poter lavorare.

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Dopo lo stealthing ho dato la figlia in adozione

Lei scrive:

Quando lui ha rotto il preservativo non sapevo che sarei rimasta incinta. Ho stupidamente aspettato che arrivassero le mestruazioni e con mia grande gioia dopo due giorni sono venute. Se non le avessi viste avrei preso la pillola dei cinque giorni dopo. Poi mi hanno detto che in certi casi pur avendo una mestruazione potresti già essere incinta. Non ho avuto il secondo ciclo e allora ho cominciato a preoccuparmi. L’ho detto a lui che mi ha guardata come se io fossi una Santa e mi ha detto che andava tutto bene. Io non ero sicura di niente ma mi sono lasciata trasportare mentre vivevo un rapporto tossico con un uomo che prima o poi avrei lasciato. Mi sono decisa ad andare dal medico per chiedere informazioni sui tempi di un aborto. Lui fece un calcolo approssimativo e disse che probabilmente era molto tardi. Consultai una ginecologa che purtroppo mi disse la stessa cosa. Avevo già superato il terzo mese. Odiavo me stessa e odiavo lui per avermi fatto perdere tanto tempo. Non sapevo cosa fare e ho addirittura pensato di suicidarmi.

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Madri cattive, non madri e madri post mortem

Tempo fa sono stata a Bologna dalle bellissime amiche del Sexyshock per parlare di “Madri Cattive”, un ottimo libro che vi consiglio di leggere che l’autrice, Caterina Botti, ci ha presentato come fosse una confidenza spartita tra vecchie amiche. Caterina parla veloce e con voce pacata. Si sente che quello che racconta lei lo ha rimuginato per tanto tempo e pensa che ti ripensa ne è venuto fuori un libro che parla di maternità stretta dalle dimensioni obbligate, dagli “stili di vita” imposti a fare la differenza tra una madre buona e una cattiva, dalle terapie che non
lasciano alcuna scelta.

Lei parla di gravidanza e parto e ci tiene a specificare che il punto non è che ogni donna deve partorire ne’ che
essere madre debba essere l’esperienza fondante dell’essere donna come troppe volte ci sentiamo dire. Sceglie però di parlare di parto perchè le interessa e ha visto che nessuno se ne occupa. Perchè si parla di molte esperienze delle donne senza però poi concentrarsi su quella che a noi stesse pare di dover vivere come “natura” comanda. Non so voi ma a me è capitato di partorire in una dimensione quasi surreale in cui non ho scelto nulla.
Arrivi con le doglie in ospedale e da quel momento, a meno che non segui percorsi precisi e alternativi, non hai più diritto di parola su quello che ti sta capitando.

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Sono una “madre cattiva” e volevano farmi l’elettroshock

Un’altra madre cattiva si unisce al coro:

Lei scrive:

Vorrei partecipare alla discussione sulle madri cattive. Io sono una di loro. Ho partorito una bambina che ho sentito subito come estranea. Non sentivo alcun istinto materno e non avevo alcuna voglia di restare con lei. I miei familiari mi dicevano che era normale all’inizio sentirsi così distaccate e continuavano a propormi il volto di quella bambina tentando di suscitare in me tenerezza e compassione che in realtà non provavo. La allattavo per dovere ma credo che il mio corpo si sia ribellato e ad un certo punto dopo appena un mese non avevo più latte da darle e così lei fu nutrita col latte artificiale. Dopo la sua nascita sentivo solo un gran dolore per l’utero che si contraeva mentre il sangue continuava a scorrere come un fiume in piena. Dei miei dolori non si occupava nessuno. A tutti importava soltanto che io mi occupassi della bambina e che in me nascesse un sentimento d’amore che non nacque mai. Di notte avevo gli incubi perché i sensi di colpa mi facevano stare male e così esorcizzavo immaginando che alla bambina accadessero cose terribili e io non facevo mai in tempo a soccorrerla.

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La donna che non vuole stare con il figlio risponde ai commenti

Le reazioni al post Ho lasciato un figlio e sto benissimo sono quelle che ci aspettavamo. Lei ha scritto di nuovo ed ecco la sua lettera:

Lei scrive:

L’istinto materno è un costrutto sociale. In alcuni commenti, che inserirei in un capitolo titolato “Mistica della maternità”, ho letto che io sarei responsabile della psiche di questo bambino che viene definito abbandonato. Non sono qui per giustificarmi ma solo per chiarire ulteriormente come stanno le cose. C’è chi crede che la natura e la biologia ci obblighi a sentirci legate che ai figli che partoriamo. Di conseguenza state dicendo che il mio comportamento sarebbe contro natura. Io non mi sento legata a quel bambino più di quanto non mi senta legata a nessun altro bambino che vedo in giro.  Non mi commuove il suo sorriso, non mi interessa se mi somiglia un po’ perché non volevo una discendenza e ho fatto l’unica scelta possibile data la situazione in cui mi sono trovata. Il bambino cresce e sta bene con suo padre e sua nonna e la donna con cui il padre adesso divide la sua vita. Il fatto che lui compia ricatti emotivi facendomi sentire al telefono la voce del bambino è l’unico elemento violento della questione che può eventualmente compromettere la psiche del bambino. Se quella famiglia insiste nel dare al bambino l’impressione che all’altro capo del telefono ci sia una donna che non si interessa a lui sta ponendo le basi perché egli si possa sentire abbandonato.

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Perché ad una madre è vietato parlare dei propri disagi?

Lei scrive:

Mi chiedo dove sbaglia una mamma quando dice che fatica con i propri figli, se sbaglia a dire che pur amandoli profondamente rimane una sottile distanza fra lei e loro incolmabile perché la fatica di occuparsene è troppa. Mi chiedo perché una mamma che ha deciso di tenere un figlio che non voleva debba stare in silenzio di fronte alle difficoltà e debba ascoltare giudizi o consigli non richiesti, quando forse le basterebbe potersi aprire e sapere che non c’è nulla di malato in quello che prova.

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Sorridi: sei sul canale delle mamme sempre felici!

palloncino

Lei scrive:

Tengo gli occhi puntati verso la finestra per evitare le facce compiaciute dei presenti, i palloncini in corridoio e i fiori sul tavolo  un po’ perché ho bisogno di una doccia -e quando ho bisogno di una doccia non c’è cristo che tenga, tutto il resto passa in secondo piano-  ma anche perché non li trovo in sintonia con l’avvenimento a cui stanno assistendo. Penso al dolore, alle spinte, al pianto liberatorio della mamma e del bambino, così necessario già in natura che se non succede tutti si guardano negli occhi per capire cosa c’è che non va.

E lo trovo così lampante, che adesso non ci sarebbe sollievo se non ci fosse stato prima un periodo di tensione e sofferenza . Ma tutto il luogo, l’arredamento, i palloncini in corridoio, i fiori sul tavolo e la cicogna di peluche comprata all’ultimo minuto direttamente in ospedale, il colore delle pareti che si rifà a non so quale principio fondamentale della cromoterapia sembrano volerlo negare assecondando il bisogno spasmodico di schematizzare almeno gli avvenimenti principali della vita. Qualcuno un giorno scrive su un blocnotes “Morte: sofferenza estrema.”-perché sa che è così, l’ha provato sulla sua pelle e ha fatto brevi sondaggi in giro per confermarlo- poi traccia una linea verticale un po’ tremolante e vi scrive di fianco “Nascita: gioia estrema.”.  Lo schemino spopola e il segreto del suo successo è piuttosto semplice: non ci piace soffrire, e fare una discarica di brutte sensazioni ci regala l’illusione che sapendole tutte lì la gente impari dove si buttano e non le venga l’idea di spargerne altre in giro per il mondo. Ma signora infermiera, lei lo sente chiarissimo il sapore sciapo del prezzo da pagare per  rendere una cosa più innocua forzandone la coerenza. È vino annacquato . Per dire. Che a me piace anche.

Mi tengo stretta  al braccialetto bianco dell’ospedale, che è  un gadget decisamente più carino della cicogna  rosa di peluche e non me lo chiedo nemmeno quale dei due finirà dritto nella pattumiera.

Osservo l’evidenza delle infermiere che fanno il loro lavoro cambiando le lenzuola sporche, dei medici che fanno il loro lavoro tirando le tendine prima di auscultare i pazienti, di Carlo Conti che fa il suo lavoro conducendo un programma per chi deve occupare il tempo tra le 5 e l’ora di cena e la cosa più spontanea è che anch’io faccia il mio lavoro, e cioè sorridere. Perché in sintesi non è forse questo il compito di una mamma?

Sorridere dai primi istanti dopo il parto e fingere di essere una madonna avvolta nella sua luce bianca mentre tira fuori un seno vergine lavato da ogni peccato e lo offre alle labbra ingorde della sua nuova, unica ragione di vita. Mentre le chiedono se non sia straordinario che un attimo prima stai così male e un attimo dopo così bene. “Allora, come ci si sente? Noti qualcosa di diverso?”.

Io effettivamente una cosa la noto, ed è l’antiestetica ineluttabilità della pancera dell’attimo dopo a cui pare che mi debba arrendere. Me ne hanno già regalate due e qualcosa dovrò pur farci.

Immagino uno scalda collo per due gemelle siamesi e sull’onda di un sorriso fuori tema mi cullo fino ad addormentarmi. Un ultimo sguardo alla farfalla della flebo, che spero voli via durante la notte e mi porti il racconto di tutti i bei posti che ha visitato.

Io, purtroppo, devo restare qui.

 

Maria Vittoria

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Ho “abbandonato” mio figlio. L’ho fatto per me stessa!

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Uno, due, tre. Arriverà la sera prima o poi, e io potrò andare a dormire, nel mio letto, nella mia stanza, con accanto un uomo che conosco così poco, ma è sempre meglio che restare in balia di sua madre e delle sue sorelle. Quattro, cinque, sei. Da quando ho tentato il suicidio non mi lasciano un attimo da sola. Mi impediscono di prendermi cura di mio figlio. Mio marito mi guarda come se fossi una povera pazza e abbiamo dovuto traslocare in casa dei suoi. Sette, otto, nove. Non voleva lasciarmi da sola e prima che pensare a quel che aveva causato il mio malessere, si assicurò che io terminassi la mia gravidanza. Non ero io che gli interessavo. Era il bambino che avrei dovuto partorire dopo pochi mesi. Dieci, dieci, dieci. Perché il mio conto delle mie possibili opzioni non supera quel numero e quando torno indietro vedo i miei dieci anni, poi i venti, poi i dieci mesi di fidanzamento, i dieci mesi di mio figlio. Le dieci pillole ingerite con una dose altro veleno. I dieci giorni rimasta in ospedale a ripulirmi dalla merda e a tentare di ricominciare.

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Mistica della maternità e gravidanza post-mortem

Arianna scrive:

hai letto come vengono presentate le notizie sulla ragazza in coma e incinta, ferita dall’aggressione del vicino di casa? Una gravidanza di 10 settimane è ancora il tempo in cui si può parlare di aborto (si parla di feto e non di bambino e l’ivg si può fare entro la 12esima settimana).

Ora, al di là della etica del tentare di salvare sempre una vita, e del pathos necessario alla notizia, sul fatto in questione si batte molto il chiodo che – benchè la “madre” sia cerebralmente morta, il “bambino” in gestazione da 10 settimane va salvato.

Sta passando il concetto che sei “madre” da quando hai il ciclo, pure da morta il tuo utero è un santuario, e sei “bambino” da quando scodinzola uno spematozoo in vagina (santificato dal sacro luogo)…

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