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La mia maternità “tradizionale” all’interno di una famiglia “tradizionale”

Somigliava ad una stella di neve, mio figlio, uno dei miei figli, mentre scivolava – inconsistente ed incompiuto – lungo una cannula translucida da un’ampolla di laboratorio dritto dritto fin dentro il mio utero. Un pugnetto di cellule pari invisibili allo sguardo umano. Carne, una promessa di carne, che tornava alla carne che l’aveva generata. Ne seguivo il percorso immaginario attraverso un monitor ecografico, le lattine dei miei incanti e dei miei disincanti ben allineate sul muretto della buona sorte. Il quinto tentativo di fecondazione assistita. Un figlio già abortito spontaneamente, un altro che non sapevo avrei abortito a breve. Il gemello immobile del figlio poi nato, un bimbo con lo sguardo da alieno e troppa, troppa poca crosta tra la spinta dell’aria e i suoi organi interni. Anche oggi, a distanza di anni, quando lo vedo correre pare che il vento lo attraversi e lo gonfi, sollevandolo sulle sue gambe magre da ragazzino approdato qui da galassie che non conosco. Mio marito continuava a sussurrare come sei piccolo, come sei piccolo. La vestaglia buona con i risvolti di raso avorio, la tovaglietta coordinata con il portaposate ricamato a mano, i bicchieri con il porta bicchieri di plastica giallo sole, il rotolo di carta igienica , l’uva, i libri che mi portava mio marito insieme ai suoi occhi buoni e al ruolo di buon padre, padre immaginario, padre immaginato nei tanti pomeriggi in cui ne scorgevo il profilo nudo della spalla, quella cavità d’uomo a forma di amaca, levigata, ospitale e mi ci immaginavo, adagiata nel sonno, la testa di un neonato. Io, appena ingravidata dalla tecnica e dal miraggio tremulo dell’amore, percorrevo un corridoio notturno d’ospedale – l’ennesimo – illuminato dal blu catodico di un televisore, cercando una conferma, un sollievo, camminando avanti ed indietro, come fossi già una partoriente, per lenire il dolore di una domanda che non potevo eludere: perché volevo diventare madre?

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Cronache di una pancia

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Lei scrive:

Cara Eretica,
sono Valeria, ti leggo da qualche tempo e seguo con attenzione i tuoi articoli.
Ho 28 anni e sono incinta di quattro mesi. Una gravidanza inaspettata, di certo non preventivata, ma accolta con gioia dall’uomo che amo e che sarà il padre di mio figlio, non con uguale entusiasmo da una parte della mia famiglia e dei miei amici, che hanno preso le distanze e forse hanno intravisto in me una persona diversa, vittima di un processo che mi avrebbe trasformato in qualcosa di altro da me, con cui non avrebbero avuto più niente in comune, mentre io non mi sono mai sentita più vera e me stessa come ora.

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Pentirsi di essere madre VS ingiunzione alla felicità

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Questo pezzo pubblicato sull’HuffPost francese parla di un argomento che qui trattiamo spesso. Grazie a Elisabetta per averlo tradotto per noi. Buona lettura!

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di Coline de Senarclens

VITA DI FAMIGLIA – Ho scritto questo testo un anno fa. All’epoca non l’ho pubblicato perché era troppo duro, troppo vero, troppo semplice, e perché sapevo che gli altri non avrebbero capito. Eppure, dopo aver messo la mia sofferenza nero su bianco, sono riuscita a mettere una croce sopra alla mia vita senza figli. Grazie alla stesura di questo pezzo ho potuto accettare le contraddizioni che accompagnano l’essere genitori. Amare il proprio figlio ma averne abbastanza. Essere felici di averlo ma rimpiangere la vita di prima. Rallegrarsi di tutto ma dispiacersi di non sapere cosa sarebbe successo senza. Da quando ho scritto questo testo mi sento in pace con la mia genitorialità ed è per questo che ho deciso di pubblicarlo, un anno dopo, per condividerlo e soprattutto per dire che bisogna ripensare il modo in cui consideriamo la maternità, perché le madri possano esprimere i loro dubbi senza vergognarsi. Non è l’ingiunzione alla felicità che rende felici le persone.

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Buona o cattiva madre? Chissenefrega! A me è piaciuto allattare!

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Io l’ho allattata, mia figlia, e sono contenta di questa scelta. Nessuno mi ha obbligata, nessuno ha tentato di farmi sentire in colpa, né mi ha influenzato la letteratura che tratta questo tema. Allattamento no. Allattamento si. Non mi sono posta il problema e se devo dirvi la verità ho evitato di leggere forum, mischiarmi in zone in cui il tema viene trattato peggio che se fosse una religione. Non ho voluto confrontare questa cosa intima con il mondo intero perché riguardava me e il rapporto esclusivo che potevo ritagliarmi in quel momento con mia figlia. Dopo l’avrei vista abbracciare tante altre persone. Avrei visto le sue mani toccare altri visi e corpi. Ma in quel preciso momento io e lei eravamo una cosa sola.

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Se non allatti tuo figlio sei una “cattiva madre”?

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Se ho allattato mio figlio? Intanto vorrei dire che trovo antipatica l’esaltazione del materno con tante signore con le tette esposte in battaglia contro i social media, i ristoranti, gli alberghi, i vigili urbani, affinché sia consentito allattare in pubblico. Non si battono perché le donne mostrino le tette a prescindere dall’allattamento, eppure ci sarebbe bisogno di una battaglia antimoralista in tutti i sensi. L’unica tetta plausibilmente nuda deve allattare qualcuno. Non lo trovate un po’ sessista? Giusta rivendicazione, per carità, ma per quel che mi riguarda si porta dietro una cultura sempre più insidiosa che parla di ritorno alla natura, di maternità vissute al limite del sacrificio umano. Orgogliose del dolore provato, di tutto quel che hanno vissuto e del loro rapporto con quel figlio attaccato al seno. Sono i medici, in primo luogo, che consigliano, anzi, impongono l’allattamento materno. E io vorrei intanto dire che non ritengo sia un caso se qui da noi la madre ha il dovere di allattare un figlio e nel paesi del “terzo mondo” invece danno subito una pillola che secca tutto perché lì vendono quintali di latte in polvere ovunque. Le donne nere parrebbero portatrici di malattie comunque e le donne bianche, invece, non corrono il rischio, secondo questo pensiero neocolonialista, di infettare nessuno.

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L’amante migliore

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Da Intersezioni:

L’amante migliore, traduzione di Elena Zucchini, revisione di lafra e feminoska.

Pubblichiamo la conversazione su maternità e sessualità intercorsa tra Helena Torres e María Llopis per l’antologia Relatos marranos (Racconti Marrani). Tra gli altri argomenti, si discute di piacere ed erotismo durante la gravidanza, il parto, l’allattamento e la relazione fisica con il bebè.

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Mia moglie vive male la maternità: come posso aiutarla?

Gianluca. Marito. Padre di un figlio di appena quattro mesi. Mia moglie è cresciuta in una famiglia parecchio incline a colpevolizzare le donne quando non svolgono i ruoli assegnati. Poi c’entra la formazione cattolica che penso non l’abbia risparmiata come non ha risparmiato molte tra le persone che conosco. Prima della nascita di mio figlio lei raccontava di una ricerca di valori e modelli alternativi. Era un esperimento che facevamo assieme. Poi credo solo che ad un certo punto abbia smesso, perché in assenza di risposte, quando sei piena di paure, ti affidi a quello che conosci, perfino a modelli sui quali pochi mesi prima avresti sputato.

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Madre post mortem e corpo di Stato

Lei è incinta di 24 settimane secondo la Repubblica, e di 28 secondo il Corriere. E’ morta e i medici tentano di tenere caldo il suo corpo affinché possa fungere da contenitore per il feto avendo in mente un parto post mortem. E’ una questione delicata, complessa, intima, e il fatto che abbia risonanza sui media vuol dire solo che c’è chi vuole fare diventare questa cosa una sorta di bandiera antiabortista.

Quel che io vorrei sapere è: la donna oramai ufficialmente morta ha lasciato indicazioni al riguardo? E’ etico definirla “madre” sui media giacché madre non sarà mai? I parenti hanno espresso preferenze? E’ una scelta dei medici? Perché i media se ne stanno occupando? Come si fa a considerare normale, addirittura pietoso, il fatto di tenere caldo un corpo morto per fare nascere un feto cresciuto un altro po’ dentro un cadavere? Come è possibile che nessuno si faccia qualche domanda, dal punto di vista etico, per l’uso che si fa di quel corpo, un corpo di donna, perfino dopo la sua morte? Il desiderio di fare primeggiare l’ideologia della “vita” ad ogni costo arriva al punto da pensare di sostituirsi ai pensieri di una donna che è morta? Al punto da chiamarla “madre” anche se è un cadavere? Le si attribuisce un ruolo romantico e si parla di lei come fosse soltanto una donna incinta? Perché non esiste una legge che indichi le modalità di azione in questi casi, a partire dal desiderio della madre o del padre? Il corpo di una donna, vivo o morto che sia, è un corpo di Stato? E’ lo Stato che può decidere di fare quel che vuole dei nostri corpi anche in funzione di un parto post mortem?

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