Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze, Recensioni

Oltre il Muro della Muraro: c’abbiamo l’anima nell’utero!

cop.aspxSottotitolo: “Essenzialismi uterini. Come essere irriconoscenti verso la Madre“…

Avevo pensato di limitare la recensione di questo libro a due righe, una delle quali diceva che sembra scritto da Adinolfi. Il punto è che non basta perché a quanto pare le femministe della differenza lo usano come fosse la nuova bibbia femminista. Descriverò passo passo quel che ho pensato mentre lo leggevo.

Parto dal titolo “L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto”. A parte usare termini offensivi – utero in affitto, surrogata, e via così – per criminalizzare la Gestazione per Altri c’è il problema di quest’anima che ricorda tanto i dubbi delle ere trascorse, quando i filosofi dicevano che le donne non avevano un’anima; poi altri filosofi dissero che le donne avevano l’utero in movimento; ora trovo una sintesi anacronistica dove forse si immagina di aver finalmente trovato l’anima delle donne. Starebbe nell’utero. Noi c’abbiamo l’anima nell’utero. Quando non avete un utero o lo usate male, per esempio con la GpA, si rafforza così il detto “donne senz’anima”. Bastava dire questo, rivolgendosi alle donne che prestano l’utero per dare figli a coppie etero, la maggior parte, o gay. Non serviva scrivere un intero libro.

L’avvertenza dice che non si rimuove il conflitto e io sono qui apposta a ricordare la promessa. Che conflitto sia.

Dopo aver letto altri testi della Muraro, incluso quello sul “Ordine simbolico materno”, da me rinominato come dis-ordine simbolico della beddamatresantissima, non pensavo potesse esserci altro da conoscere del Muraro pensiero. Avevo ragione. Il libro ripete cose dette e ridette dagli anni ottanta a frantumarci le ovaie fino ai novanta. Concetto ribadito: si contesta il termine gender, genere, che secondo lei non può essere sostituito alla parola “sesso”. Qui Muraro dimostra disattenzione, per usare un eufemismo, rispetto a quello che gli studi di genere e le culture queer invece raccontano. Nessuno ha mai voluto sostituire la parola “sesso”. Tu hai un sesso ma hai anche un genere che può non corrispondere al sesso biologico, così come hai un orientamento sessuale che è ancora altra cosa. Il genere è una costruzione culturale, e capisco che per il pensiero della differenza questo sia inaccettabile. Per me invece è assolutamente plausibile. Inaccettabile è l’idea che i ruoli delle persone siano divisi per “natura”, con un recupero del termine “naturale” che la Muraro riprende nelle pagine successive.

A pagina 11 liquida con leggerezza le coppie “sterili”, quindi le donne, gli uomini, chiunque non goda del sacro dono della fertilità. Il che è anche molto falso perché l’uomo, giusto per parlare dei gay, non è di per se’ sterile né inutile e non lo si può definire tale fintanto che le donne si servono degli spermatozoi per fare un figlio. Non si può parlare delle donne come di esseri la cui fecondità è assolutamente autonoma perché le donne non hanno capacità di auto generarsi in quella linea di continuità, di madre in figlia, come se un padre non esistesse.

Ma le parole che denotano disprezzo non terminano qui. Sterilità, mercenario, schiavismo, uteri assoldati. Ne parla come di una guerra e presumibilmente immagino sia così: lei è in guerra. Le donne che prestano l’utero quindi dovranno scontare questi stigmi e chi gode di quei doni dovrà fare lo stesso. In tutto ciò scorre il terrore della tecnologia, le nuove pratiche scientifiche, in un ribadito neoumanesimo che Muraro riconferma dopo averlo espresso, così come ricordo, nei primi anni 2000 al festival della filosofia di Modena/Carpi/Sassuolo. Il tono che lei usa è quello di chi in altri tempi pensava che la scienza fosse opera del demonio. La terra è piatta, avete capito? E guai a dire che invece è tonda e che puoi anche guardarla dallo spazio. Chi siamo noi per stravolgere l’ordine naturale delle cose? In fondo il “desiderio” di guardare la terra da lontano non può essere soddisfatto perché così facendo si confermerebbe solo il fatto che con i soldi si può tutto. Chissà cosa penserebbe oggi Ipazia di tutte queste affermazioni paurose e piene di superstizioni e pregiudizi.

Chissà cosa pensano le persone realmente povere, precarie, che non vengono citate mai, perché non hanno un utero o perché ce l’hanno ma impiegano altre parti del corpo – anch’esse senz’anima, ché l’anima sta solo nell’utero – per sostenersi economicamente. Quel che importa è avallare l’ipotesi che torni a esistere uno Stato Etico il quale deciderà per noi quel che è giusto oppure no.

Continua ancora nelle definizioni piene di disprezzo: “cose meschine e crudeli”, “malfatto”. Dopodiché ci guida, dall’alto del suo pulpito, per dirci che non dovremmo “sbagliare”. Lei dunque sa quello che è giusto. Il resto del mondo invece no. Continua, a pagina 19, con una citazione da L’arte della Guerra e tra le scelte sbagliate da non intraprendere nomina quella di fabbricare armi atomiche. Attenti a voi, allora, perché fare figli con la Gestazione per Altri prelude a una storia di distruzione per tutta l’umanità. I figli come la bomba atomica, oh cosa mi tocca leggere.

Al meglio delle sue abilità discorsive cita l’eugenetica, e qui siamo all’evocazione dello spirito dei nazisti. Non lo dice chiaramente ma di fatto lo dice. Anche quella era una strada da non intraprendere. Immagino che lo stesso si potrebbe allora dire del trapianto di organi, dell’aiuto chirurgico ai malati di cuore, delle cure per leucemici, delle trasfusioni di sangue, dei vaccini, dei farmaci che saranno interamente giudicati come opere del diavolo. Gli scenari che lei presenta sono apocalittici. Manca l’invasione delle cavallette, la peste, la fine del mondo e altri due o tre segreti della Madonna di Fatima.

Siamo a pagina 23. Secondo lei l’utero non è più mio ma sta sul mercato. Mi chiedo se eviti accuratamente di conoscere le spinte alla maggiore natalità che il mercato fornisce quando vede che l’umanità invecchia sempre più. Le donne vivono in questo tempo e luogo e di certo non hanno bisogno di chi dica cosa possono o non possono considerare proprio. L’utero è mio e lo gestisco io e se decido di prestarlo per la Gestazione per Altri non vi rinuncio ma, in ogni caso, continua a essere mio. Una persona che presta l’utero non manca di etica ma fornisce un apporto altamente etico e dunque non va assolutamente stigmatizzata. Si parla dell’alternativa rappresentata dall’adozione, come non fosse descrivibile in quanto estranea alle esigenze di mercato, non solo per l’enorme burocrazia che costa decisamente tanto ma anche per il fatto che ci sono bambini in vendita. Già nati, come quelli che vengono ottenuti grazie ad agenzie di intermediazione, avvocatura varia ed eventuale, nei paesi poveri. Figli asiatici, latinoamericani, africani. Ricordo di una persona che conoscevo, guadagnava bene, mise da parte un gruzzolo. Un bel giorno partì per il Brasile e tornò con un bambino brasiliano. Fu costoso. Sfido chiunque a dire che il mercato delle adozioni non richieda alcun costo. Eppure quei desideri sono considerati leciti, addirittura nobili.

In quel caso, infatti, cos’è che un genitore soddisfa se non il desiderio di crescere e amare un figlio? Perché mai ci si deve vergognare di quel desiderio che caratterizza la scelta di genitorialità in qualunque latitudine e longitudine? Voi, femministe della differenza, quando e se avete avuto figli, è capitato perché non richiesto? Era volontà di Dio? O l’avete desiderato? Perché a me pare che misticheggiando misticheggiando si arrivi al nocciolo della questione e in realtà no: i figli non vengono per volontà di Dio, o di una Dea che dir si voglia. Arrivano per scelta, perché li vuoi, o, se non li volevi poi scegli di averli ed è il tuo desiderio che viene appagato e non certo quello di madama Dorè con tutte le sue storie.

Demonizzare le tecniche di procreazione (aiuto, la tecnologia!) e parlare di “attacco demolitore della relazione materna” per me non è diverso da chi dice che se un bambino rifiuta la relazione con un genitore violento sarebbe un attacco alla relazione genitoriale in genere, materna o paterna che sia. E poi c’è un’informazione sbagliata: quando dice che “non è arbitrario dire che la coppia genitoriale che si avvale della GpA, ha un’impronta più maschile che femminile”. Perché mai, per esempio, in una coppia etero che chiede un figlio tramite GpA prevarrebbe un “simbolico maschile”? Cosa sono questi sensi di inferiorità? Non stiamo più al tempo del padre padrone che ordinava figli per affermare il proprio nome con la discendenza. Non c’è alcuno “sbilanciamento verso il maschile”. Non è “innaturale” (opposto del “naturale” usato dalla Muraro) e anche basta parlare di ordine simbolico materno. Smettiamo, please, anche di tirare fuori l’ecofemminismo (madre terra!) per riaffermare l’imposizione naturale che incastra le donne ad obbedire a ruoli predisposti. Perché mai, chiedo, Muraro vorrebbe così tanto farci del male? Perché evoca addirittura l’autodistruzione se non obbediamo alla “natura”? E perché mai non si solleva lo stesso problema quando si parla di mutilazione di persone nate di entrambi i sessi? Perché la “natura” in realtà si usa soltanto come argomento che serve ad affermare una cultura su altre.

Pagina ventinove. Qui Muraro allude al fatto che il figlio frutto della Gestazione per Altri potrebbe “venire al mondo e trovarsi a dover fare i conti con lo scarso amore, l’incostanza del desiderio o con il malaffare”. Cioè: tu che sei un genitore di un bambino da GpA – ed è già brutto dover specificare la sua provenienza come se “figlio di surrogata” significasse “figlio di puttana” – nutrirai “scarso amore”, incostanza del desiderio, e così via. Invece tutti i figli che restano con le partorienti, madri biologiche o gestatrici, sono amati costantemente. E qui mi pare di sentire le parole di varie canzoni di Sanremo che usano retoriche da ventennio per esaltare il materno.

Il sermone insiste sulla faccenda relazionale. Se cresci nella pancia di una donna stabilirai una relazione e se quella relazione si interrompe ti colpirà la peste, l’umanità finisce, e invito tutti voi a prendere i pop corn per continuare a vedere questo bel film anni ’50. Che brutta maniera di descrivere la paternità, con definizione di ruolo secondo mentalità vecchie che destinavano i padri al di fuori della relazione tra madre e figlio.

Pagina 33. Non poteva mancare la descrizione di un’altra apocalisse. La libera scelta in realtà non è mai libera. Se le donne potessero scegliere deciderebbero di chiamarsi tutte Luisa Muraro. Diversamente devono ammettere (orsù, confessate) di essere asservite, come le prostitute, come se Mozart si trovasse a dare lezioni di pianoforte. Chissà se Muraro saprà mai che i compositori che non erano campati dall’aristocrazia, in vari periodi storici, per lavoro facevano proprio gli insegnanti di musica.

La Gestazione per Altri, per libera scelta, non implica alcuna schiavitù, come d’altronde non la implica il sex working quando corrisponde a una libera scelta. E si: non tutte le donne scelgono di essere libere alla maniera di Luisa Muraro. So che sarà un duro colpo saperlo ma è così. Luisa, accettalo. Femministe della differenza, accettatelo. E leggendo le pagine successive, ancora al limite della paranoia complottista, penso che vorrei rassicurarla, dirle che andrà tutto bene. Luisa, andrà tutto bene.

Continua parlando della differenza tra l’uso de “l’utero è mio” nel caso di GpA come nel caso dell’aborto. Io in realtà, come ho già scritto, non trovo assolutamente alcuna differenza. Se consegni il corpo alla tutela dello Stato, diventa un oggetto di Stato, non si tiene più conto della tua soggettività, ergo, non sarà rispettata la tua libera scelta, giacchè tu, da femminista, e lo Stato, su tua sollecitazione, non potete mettere in discussione oggi la mia libertà di scelta e poi, invece, accreditarla quando parlo di aborto. O sono libera di scegliere sempre o non lo sono mai. O consegno il mio corpo allo Stato sempre o poi non potrò chiederlo indietro per fare quel che voglio e che penso sia meglio per me.

A pagina 39 Muraro mette in discussione anche l’art. 3 della costituzione, dove si dice di considerare tutt* uguali. Secondo lei quell’articolo realizza solo un neutro maschile e quindi si dovrebbe riconoscere la “differenza” biologica che comporterebbe anche una diversità di trattamento. Qui mi chiedo seriamente se stia scherzando ma no, mi rendo conto che è convinta di questo. C’è chi si sgancia dal ruolo di cura, dall’obbligo riproduttivo, ci sono corpi biologicamente donneschi che realizzano un genere maschile e corpi biologicamente maschili che realizzano un genere femminile, ma per lei l’uguaglianza è discriminazione. Si sente discriminata perché uguale, perché persona tra tante persone. E dire che il femminismo era quella faccenda che serviva affinché le donne, finalmente, fossero riconosciute come persone. Quel che a me sembra è che lei, invece, voglia solo affermare la dicotomia maschio/femmina che metterebbe fine all’accettazione di ogni altra differenza. Dopodiché all’esigenza di caratterizzare il diritto secondo stereotipi sessisti dico ovviamente che mi pare pura follia. Chi ha redatto la costituzione, evidentemente, era assai più avanti di Muraro.

Da pagina 41 mette in discussione il paragone tra madre surrogata e la madonna. Dice che la differenza è che la Madonna si tiene quel figlio e non lo dà all’arcangelo Gabriele e consorte. Potrei obiettare dicendo che in realtà quell’uso capione non è servito ad affermare la maternità della Madonna come primaria, perché quel figlio era a tempo e dopo quel tempo, Dio e lo Spirito Santo, hanno detto bye bye alla madre surrogata e se lo sono ripreso in cielo, lì, seduto alla destra del padre. Quindi prendere a modello quella storia per confermare la bruttezza della GpA e affermare la bellezza della maternità secondo me non va bene. Meglio avvicinarci al 2016 e a quel che oggi accade, direi, ascoltando donne che hanno avuto quell’esperienza e la raccontano con grande serenità.

Da pagina 45 si parte con sintesi e ripetizioni di quanto detto prima e Muraro cita se stessa e il femminismo della differenza un po’ di volte a proposito di: relazione con la beddamatre santissima, creazione, mater semper certa (aiuto!!!). Scomoda Nietzsche per dire che la genitorialità maschile avrebbe “i difetti maschili dell’attivismo e volontarismo”. Bello, no? E insiste con l’appropriazione di senso di concetti come “grembo indispensabile” (e lo spermatozoo no?), “terra madre”, dove in realtà si intende una ragione per evitare che le multinazionali si approprino della terra derubando i poveri coltivatori. Nella Gestazione per Altri non esiste appropriazione del corpo della donna. Tra l’altro la donna non è un luogo da inseminare per sfamare il mondo. Anzi. Dare alla donna/madre un ruolo del genere mi pare lievemente esagerato. Chi dice che io voglia il peso di una simile responsabilità sulle spalle?

Tra scenari devastanti e ulteriori consegne di ruolo, Muraro, dice quel che per lei, e, ripeto, per lei, è il femminismo. La differenza sessuale, il pensiero della differenza, donna e uomo, differenza che, secondo lei, comincia con la relazione materna. Se non ammetti questo stai disconoscendo la madre, la nonna, la bisnonna, e tutte le donne del tuo passato. Qualcuna me lo ha anche scritto, in realtà, che se non sono d’accordo con loro ho scordato la madre, mia madre. La relazione che ha continuità, quella tra madre e figlia, sarebbe preludio di insegnamento sulla capacità di generare. Mi chiedo a questo punto quanto arido dovrà essere il rapporto tra madre e figliO. Che fa una madre in questi casi? Non si relaziona? Non c’è un rapporto unico? Non ci si parla? E se la figlia dovesse diventare trans FtM? O se non dovesse voler generare? Come sarà giudicata? Un’aberrante aborto della “natura”?

Ma no. Lei insiste parlando dell’istinto materno, ovvero quello che secondo lei e altre che la pensano come lei, contrariamente a chi afferma, a ragione, che l’istinto materno non esiste, porterebbe una donna ad essere una brava beddamatre santissima fin da subito, come se avesse studiato anni per farlo. Mi chiedo dove collochi le donne che non amano i figli nati, quelle che non vogliono crescerli, quelle che, semplicemente, non sanno cosa fare, che hanno paura, che devono imparare, ogni giorno, quello che certamente non è noto o, se lo è, deriva soltanto dall’eredità di una cultura pronunciata da chiunque attorno a loro. Quando è nat@ mi@ figli@, per esempio, io non sapevo niente. Non avevo nipoti, bambini attorno, e, semplicemente, ho svaligiato la biblioteca per saperne di più, ricordando ogni pregiudizio, incluse le stupide superstizioni, tramandati di generazione in generazione. La cultura, a differenza dell’eredità tramandata di donna in donna, mi ha evitato di credere a tante sciocchezze. La demonizzazione di determinate cose, incluso il sesso in gravidanza o la voglia di alcuni alimenti, il martirio, la violenza ostetrica. Quindi no. La maternità si disimpara, casomai, e poi si impara in modi nuovi, perché altrimenti non ci sarebbe stata alcuna evoluzione tra una generazione e l’altra.

Pagina 62: Muraro liquida la scelta di donne giovani di donare un figlio a coppie che non possono altrimenti averne, come “generosità giovanile”. Come dire “siete piccole, voi, non potete capire”. E grazie di aver infuso maternage per dire che hai, avete, ragione solo voi, postsessantenni.

Pagina 66. L’apoteosi del disprezzo per la figura paterna. Muraro condivide il ricordo di un padre che, in un treno, teneva il figlio sulle ginocchia “senza altro contatto, non aveva l’istinto di stringerlo a sé”. Quindi i padri non soffrono di distacco dai figli per influenza di culture machiste, ché abbracciare gli affetti era considerato poco virile. Invece, guarda un po’, non abbraccerebbero i figli per assenza di istinto. E ancora: se non è per eliminare la figura della madre perché mai tu vorresti essere padre? C’è un “ordine simbolico materno” da rispettare. Lo sperma sarebbe una “continuità impersonale che, senza l’esame del laboratorio, non si saprebbe tra chi e chi passa. Un uomo diventa padre facendo sesso e neanche lo sa.“ E poi “non sorprende, a pensarci, il gran numero di “verità” garantite oggi dalle provette e dai microscopi” – della serie che ‘sto padre, sostanzialmente, non esiste e se esiste è solo perché qualche demonio tecnologico lo ha affermato.

Sono a pagina 69 e dopo aver letto tanta, troppa Muraro, ho voglia di un’orgia queer, ma continuo, forse per evitare che tante sciocchezze rimangano acriticamente radicate in me, a sortire quella spaventosa “continuità” tra lei, madre, e me, presunta figlia. I figli delle “surrogate” continuano a essere descritti come vi fosse una divisione tra buoni e cattivi. Quelli “separati” alla nascita, dalle “surrogate”, saranno in qualche modo meno, nel senso di minori, inferiori. Non si capisce meno di cosa ma si intuisce che andranno incontro a un futuro infausto. Scrive: “la creatura (…) capirà? Perdonerà?” e manca solo un pentiti e redimiti con passaggio purificante dei nati da madre surrogata. E poi si immagina la donna che dona quel bambino spezzata, traumatizzata, una vittima dell’oppressione maschile, perché la madre, la figlia, la spirita santa. I figli imparano a parlare dalla madre, scrive, invece quelli che stanno con i padri sono tutti muti, ipotizzo, senza voce, incapaci di sviluppare una “verità soggettiva”. A questo punto entra in scena Dante con la “lingua della nutrice”, in un tempo e luogo in cui ovviamente i bambini stavano solo con le madri o le balie. Ma oggi, cara Muraro, non è più così. Per fortuna. Ci sono donne che hanno imparato a leggere e scrivere e parlare dai padri. Donne che sono state favorite nell’istruzione dai padri. Donne che hanno smesso di essere mute perché i padri le hanno incoraggiate a sfuggire all’opprimente pressione materna. Chiedete in giro: le madri sono meravigliose. A volte. I padri sono meravigliosi. A volte.

Affermare che l’unica lingua possibile, quasi che fosse quella universale, sostituendo, senza sovvertirlo, lo stereotipo dell’universale maschile con quello dell’universale femminile, sia quella della madre, dirlo con questi toni e con certe parole a me fa solo intendere che la lingua della “madre” viene proposta in quanto lingua della conservazione. Come linguaggio reazionario che immobilizza la nostra capacità di disancorarci dall’eredità materna, includendo il nesso culturale con le retoriche che la caratterizzano. Così voglio immaginare che le tante donne che conosco, che leggono, che hanno capacità critica, sappiano che evolversi dalla madre si può e si deve, perché madre non è sinonimo di giustezza, e perché guardare oltre resoconti tanto privi di capacità di ascolto nei confronti di chi la pensa in modo diverso, non è segno di ingratitudine. Io sono perché tu, madre, e tu, padre, e tu, sorella, fratello, compagno, compagna, eri, sei stat@, sarai. Perciò io sono libera di diventare altro da te. Tu figlia sei libera di essere altro da me (questo si impara crescendo una figlia), senza dovere di continuità, e io non mi sentirò ferita per questo, giacché il cordone ombelicale è rotto e tu non sei una mia proprietà. E tu, cara Muraro, sei obbligata ad accettare l’altr@ da te. Questo è l’unico termine di continuità che posso definire accettabile.

Disobbediente sempre all’ordine “simbolico” della beddamatre santissima

Vostra

Eretica

Leggi anche:

Pensieri Liberi, Violenza

Perché un bambino dovrebbe restare con un’acidificatrice?

Una coppia è stata condannata per aver acidificato un uomo e devono restare in carcere 14 anni. Lei, nel frattempo, già in cella, ha partorito un figlio che le è stato tolto subito e per il quale il pm ha pensato di iniziare un iter di adottabilità. Il bambino dovrà crescere lontano da lei e con un’altra famiglia, e questo è quanto.

Continua a leggere “Perché un bambino dovrebbe restare con un’acidificatrice?”

Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, Storie

Come sono fatte le madri delle altre madri in difficoltà?

Le madri in difficoltà che stanno raccontando a me e a voi le proprie storie dialogano tra loro, si leggono, si capiscono. MammaQualunque, ovvero colei che ha iniziato questa difficile e straordinaria carrellata, mi scrive:

“Ho seguito, e sto seguendo, con interesse il seguito della discussione sulla maternità. Mille scelte, mille vite.
E da qui, mi è partita spontanea una riflessione, forse una provocazione che ti invio.
Leggendo e leggendo, mi sono detta: la mamma, c****, la mamma in questi situazioni dovrebbe essere tutto. E intendo, la nostra mamma, la mamma delle donne che sulla tua pagina hanno raccontato le loro storie. Le nonne, per essere chiara. Non voglio escludere dalla questione il genere maschile, che a volte c’è e a volte fa venire il voltastomaco, ma per logica le nostre mamme ci dovrebbero sentire più vicine a loro, e viceversa. Sono madri, hanno vissuto almeno una gravidanza, una maternità e ci sono passate, bene o male, abbastanza anni fa per averne ora una visione più lucida, e soprattutto, la maggior parte di loro si è probabilmente conformata a quel modello, che oggi incatena le nuove generazioni a mille aspettative. Tuttavia, proprio perché incatenate a quel modello, spesso non ascoltano i malesseri e le difficoltà delle proprie figlie o, nel migliore dei casi, cercano di riportarle entro i binari con qualche parola mal piazzata. Ora, arrivata fin qui ho provato a riflettere.

Ma quel modello non prevede l’accettazione di tutte le fatiche materne senza alcun lamento, senza alcun pentimento, senza alcuna fatica? Ma quel modello non prevede una madre abnegata alla propria prole comunque essa sia? Urlante, faticosa, ingestibile o insopportabile, sofferente o esaurita? Ma quel ruolo non vuole che una madre metta se stessa in secondo, terzo, quarto o quinto piano, per il bene e le esigenze della progenie? Allora io, forse, non ho capito. Si tratta di un modello “a scadenza”? Insomma, una donna deve essere la mamma perfetta e abnegata fino al compimento del x anno dei propri figli e poi può fottersene e lasciarli a loro stessi? Oppure, forse, dal momento che la prole passa dal lato genitore smette di esser prole e quindi le regole del gioco possono essere cambiate? È un modello che funziona con i figli maschi o con le figlie femmine a dipendenza del tema in questione? Che ne so, se un figlio è omosessuale posso disinteressarmene, se lo è una figlia magari l’accetto di più, se è un maschio e non vuole fare il padre lo ascolto, ma se lo stesso problema ce l’ha una femmina me ne allontano? Insomma, mi son detta, chi mi spiega come funziona?

Lasciare una figlia in difficoltà nella propria maternità senza tenderle la mano o l’orecchio dopo averle sussurrato un “Non sei sola, io ci sono” è più accettabile che esternare queste difficoltà? Io, questa cosa, non la capisco. Non è che io non riesca a capire l’ipotetico meccanismo malato che sta dietro a una madre che a un certo punto non ascolta più, che non vuol sentire cose che lei nemmeno ha osato pensare, ma non capisco come fanno alcune ad ergersi paladine della maternità perfetta e a dormire sonni tranquilli dopo aver guardato con delusione le loro figlie, come fanno ad indicare con certezza l’unica e giusta via per essere una buona madre e a cadere così rovinosamente, come fanno, loro, a non vedere la sofferenza di una figlia adulta che ormai parla e usa il pianto solo per esternare il proprio dolore e ad essere state così brave ad interpretare ed accettare con serenità e calma i mille pianti di quelle stesse figlie quando erano piccole, accogliendole affettuosamente e pazientemente fra le loro braccia, sempre. Basterebbe che dicessero la verità, che loro si sono sacrificate e hanno sopportato senza possibilità alcuna nemmeno di fiatare, e che ora si aspettano che noi facciamo lo stesso, perché così è e deve essere, perché così quel peso immane chiamato abnegazione si divide in modo solidale fra donne, nella speranza e nell’illusione che si soffre tutte, ognuna di noi soffre un po’ meno. Almeno ci sarebbe una logica, crudele, ma coerente con il fatto che si sono adeguate ad un modello che ora ci ripropongono tale e quale. Senza sconti.

Ecco, questo mi fa forse più riflettere dell’ultimo post di Evinrude, dove è evidente e chiaro che il padre è una comparsa e parecchio mal riuscita.”

Leggi anche:

Il diario di Evinrude, che descrive il disagio e la solitudine di una madre
La mia bambina è figlia di uno stupro
Io, madre spaventata e figlia pentita
Il corpo della maternità
Mio figlio? E’ da mia suocera. Io non voglio fargli da madre!
Care ragazze, vi spiego com’è un parto (e vi passa la voglia di avere un figlio)
Mia figlia, l’ho odiata. Poi è cresciuta, per fortuna!
Mia nonna e mia madre, alla mia età, erano madri. Io no!
Madri non conformi: non siamo “malate”. Siamo socialmente sole!
Ho voluto un altro figlio e ora sento che non esisto più
Tra qualche giorno abortirò, perché voglio vivere la mia vita!
Perché una madre deve, per forza, essere felice di occuparsi di un figlio?
Ho un figlio e sono pentita di non aver abortito
Sono tutte (sante) madri con le vite delle altre
Quelle che “se non sei madre non vali niente”
L’istinto materno non esiste
Costruendo un discorso antimaterno
Liberare la maternità – di Brigitte Vasallo
Come hackerare il ruolo materno!
I post raggruppati su Tag Beddamatre Santissima
La saga delle Preoccupazioni materne, da QUI, seguendo i link in fondo al post
Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Femministese, Pensieri Liberi, R-Esistenze

Il femminismo e lo stigma negativo sulla scelta individuale

525039_464477993619366_1200882459_n

Una volta non essere allineate era un valore. Ora è stigmatizzato in negativo, in funzione di una necessità di un nuovo ordine sociale, e anche alcune femministe lo chiamano “individualismo”. Il punto è che le più grandi ribellioni di cui sono a conoscenza hanno avuto inizio proprio da azioni individuali.

Continua a leggere “Il femminismo e lo stigma negativo sulla scelta individuale”

Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Femministese, R-Esistenze, Violenza

Consensualità? Le femministe moraliste vogliono elevare l’età del consenso!

BiOBvRSIcAAyOpe.jpg-large

Mi scrive, con piglio parecchio aggressivo, una tale T. che sostiene come non sia assolutamente corretto parlare di libertà di scelta per le donne anche quando hanno superato la maggiore età. Le spiego che l’età del consenso, nella sessualità, per esempio, è anche un po’ inferiore e le ricordo che le femministe fecero una battaglia per diminuire quell’età invece che aumentarla. Motivo di quella richiesta era piuttosto semplice: una ragazza che viene considerata non in grado di decidere per se’ poteva essere consegnata in mano a chiunque dal padre padrone, o gestita suo malgrado dal marito. Non potevi rifiutarti di sposare uno se non lo volevi perché la tua esistenza, il tuo corpo, tutto di te, era consegnato ad un tutore. Tu eri né più e né meno che una proprietà dell’uomo e dello Stato e in quanto tale era lui a decidere quel che era un bene per te. Perciò vado per paradossi: a 13 anni potevi essere consegnata ad un marito ed essere ingravidata ma non potevi possedere nulla, firmare in relazione a nulla e non potevi neppure esigere di essere considerata una persona meritevole di rispetto. Tuo marito poteva decidere di darti in pasto anche ai suoi amici, volendo, ma tu non potevi dire assolutamente niente perché il tuo parere non contava un tubo. Marito e padre potevano rinchiuderti in manicomio e lasciartici dentro quanto volevano e tu, ancora, non potevi dire proprio nulla.

Continua a leggere “Consensualità? Le femministe moraliste vogliono elevare l’età del consenso!”

Antiautoritarismo, Antifascismo, Autodeterminazione, Contributi Critici, R-Esistenze

Il 25 aprile celebriamo ogni donna che si ribella!

C’è questo testo diffuso da Me-Dea che è dell’anno scorso ma assolutamente attuale e racconta come nel fascismo le donne fossero ridotte a ruoli di cura, valorizzate in quanto madri e considerate soltanto in quanto fattrici. Quando io parlo di maternage da ventennio, ritorno ad uno schema sociale e politico che fa rabbrividire mi riferisco anche a questo. A tutte le persone che pensano che oggi parlare di madri, con i toni con i quali se ne parla, sia salutare per le donne dico almeno di rileggersi la storia. Almeno quello. Buona lettura!

>>>^^^<<<

il tempo, il tempo, insomma, porta via…porta via la memoria, porta via le immagini, porta via un po’ tutto…ma come si fa a dimenticare? Non puoi dimenticare. Non puoi dimenticare perché noi abbiamo passato anni…anni atroci.” Giacomina Ercoli, partigiana

partigiane_3Parliamo di memoria, una memoria di sessanta e più anni, una memoria che si fa consapevolezza quanto più appare opaca e stanca, memoria che vogliamo riconsegnare nuovamente viva al futuro proprio in un’epoca in cui assistiamo con rabbia alla sistematica distruzione e distorsione di immagini, fatti e ricordi legati ad una fase cruciale della storia dell’Italia contemporanea, quale quella che corre dalla marcia su Roma alla caduta del regime fascista, dalla grottesca e sanguinaria appendice di Salò alla guerra di Liberazione e alla nascita dello stato democratico. Memoria che ci propone somiglianze e analogie con il presente che non dobbiamo e non possiamo sottovalutare, in particolare, ma non solo, per quanto riguarda la donna, la sua collocazione e il suo peso nella società.

Di solito il discorso sulla partecipazione delle donne alla Resistenza tende a concentrarsi sulle diverse forme, sulle attività, gli spazi e i ruoli che le donne hanno praticato tra il 1943 3 il 1945, in montagna, nelle fabbriche, nelle città e nelle campagne, lasciando forse un po’ in ombra tutte quelle esperienze di opposizione quotidiana e resistenza politica alla costruzione di un ordine sociale attraverso il quale, dalla fine della I guerra Mondiale alla caduta della Repubblica di Salò, il regime fascista ha voluto determinare il destino delle donne.

Continua a leggere “Il 25 aprile celebriamo ogni donna che si ribella!”

Affido condiviso, Antiautoritarismo, Genitori separati

#DecretoLegislativo sulla filiazione: alle donne riassegnato (in esclusiva) il ruolo di cura!

E’ successo che sui media ad un certo punto è stato detto che si era fatto un gran passo avanti. Finalmente i figli dentro e fuori dal matrimonio avrebbero avuto uguali diritti. Senonché, da quel che leggo, la norma che è stata raccontata come un grande passo avanti per tutti conterrebbe, a detta dei suoi detrattori e delle sue detrattrici, alcuni passaggi che poco c’entrano con l’oggetto della norma e che invece, subdolamente, senza una discussione parlamentare e senza alcun tipo di coinvolgimento della pubblica opinione, costituirebbero un regresso rispetto la legge 54/2006 sull’affido condiviso. Sostanzialmente si sostiene sia stata cambiata una legge senza intervenire sulla stessa legge ma vanificandone alcuni punti in virtù della volontà di poche persone all’insaputa di molte altre. Come se in una legge che racconta una evoluzione nel mondo del lavoro si cancellasse di colpo il diritto del lavoratore ad essere informato circa i diritti e le tutele derivanti dal proprio contratto o come se in una norma che parla di maggiori tutele nei confronti delle donne vittime di violenza venisse fuori un articolo che parla di matrimonio riparatore in caso di stupro. La norma, dunque, da quel che ascolto e leggo (QUI o QUI anche una interrogazione parlamentare presentata dall’On.le Bonafede di M5S), presenta alcuni passaggi controversi. Come faccio sempre vado a chiedere a chi da sempre se ne occupa, perché ha elaborato e promosso la stessa legge 54/2006, cosa ne pensa. Porgo alcune domande al Prof. Marino Maglietta di cui potete leggere altri interventi a partire da QUI per conoscere quanto lui ha da dire circa l’affido condiviso. Ecco le sue risposte. Buona lettura!

>>>^^^<<<

1] Il decreto legislativo sulla filiazione cancella la definizione di figlio illegittimo nato al di fuori dal matrimonio e gli restituisce tutti i diritti che un bambino deve avere. Secondo lei è la giusta soluzione?

Veramente cancella i termini “naturale”, “legittimo” e “illegittimo”, ma la distinzione tra figli nati nel matrimonio e fuori di esso resta. Non si è trovato il modo di cancellarla. In effetti non era facile. Ad es., resta in  tutte le norme relative al riconoscimento e al disconoscimento. Forse si dovrebbe sopprimere il matrimonio … :).

Continua a leggere “#DecretoLegislativo sulla filiazione: alle donne riassegnato (in esclusiva) il ruolo di cura!”

Antiautoritarismo, Critica femminista, Femministese, Questa Donna No, R-Esistenze

Giustizialismo ed esaltazione del materno

forconiLa giustizialista pro/madri somma pratiche e teorie di quella corrente di pensiero che dice di voler liberare le donne accreditando il valore delle prigioni, che smentisce accuse generiche, stereotipate, pregiudizievoli e gratuite ripartite contro persone e generi accreditando altre accuse contro altre persone e altri generi. Tenta di sconfiggere il padrone utilizzando gli strumenti del padrone, come si sarebbe detto una volta. E dunque immagina di salvarsi dal patriarcato consegnandosi al patriarcato (buono). Pensa di opporsi al paternalismo legittimando e sollecitando paternalismo di Stato. Invoca diritti/poteri per le donne a seconda del ruolo che rivestono, dunque invoca diritti frazionati e non già per le persone ma per le madri, le donne incinte, le mogli, perfino le ex. In fondo adopera riduzionismo biologico per identificarsi in una categoria “protetta”. Se per le donne reclama presunzione di innocenza agli uomini assegna la presunzione di colpevolezza.

La giustizialista rinuncia all’autorganizzazione e consegna il corpo delle donne a papà Stato. La stessa cosa fa con i corpi dei figli, esigendo una ingerenza istituzionale in cui il possesso su quei corpi è sancito a suon di sentenze, perizie e controperizie. Per lei nelle separazioni i figli devono restare con le madri, facendo dell’esaltazione del materno quasi un mestiere, i padri ci saranno invece con il contagocce e quelli che vogliono esserci di più sono cattivi ed ogni cosa si farà per dimostrarlo.

Continua a leggere “Giustizialismo ed esaltazione del materno”

Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze

Nel nome del padre di mia madre! (ma i figli sono utili al capitalismo)

130855-SI

Leggo dal testo di una petizione, pubblicata sullo sfondo di vari simboli tricolore, lanciata dalla signora Natoli, da tempo impegnata su questo tema, e firmata in primo luogo da un tot di persone di varie formazioni politiche che vanno da SeL, Pd, al centro destra, inclusa la Mussolini, questo passaggio:

La registrazione anagrafica di un figlio avviene in concomitanza con la nascita e poiché il cognome sancisce la relazione di appartenenza a un’area familiare e questa è inizialmente configurabile ESCLUSIVAMENTE mediante la relazione psicofisica col genitore gravido che partorisce, chiediamo che PER PROSSIMITÀ NEONATALE il cognome di quel genitore sia il primo dei cognomi del figlio, senza che tale posizione possa incidere sulla futura libertà del figlio di scegliere quale dei suoi cognomi attribuire alla propria discendenza.

Continua a leggere “Nel nome del padre di mia madre! (ma i figli sono utili al capitalismo)”

Comunicazione, Critica femminista, Culture

Di maternage per prendersi “cura” delle Istituzioni e di persone libere

Due articoli che vorrei segnalare e commentare.

Il primo è di Cristina Morini, parla del maternage nelle istituzioni. Vi suggerisco di leggere il suo pezzo per intero.

Cito tuttavia qualche passaggio che mi sembra essenziale.

“Quando c’è di mezzo una donna, anche con elevati incarichi di responsabilità, l’intero universo sembra organizzarsi a partire da categorie domestiche, semplici, docili, familiari. Lei conosce il linguaggio della cura. Lei sa usare – ovunque nel mondo e qualunque cosa faccia – il codice della riproduzione.

Continua a leggere “Di maternage per prendersi “cura” delle Istituzioni e di persone libere”