Autodeterminazione, Comunicazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze, Storie

Perché devo subire un bombardamento pubblicitario pro maternità obbligata?

15577567_10207849371662751_1452196924_nLei scrive:

“Caro Internet, Vorrei dirti che la vita è fatta di scelte, e che le mie scelte, fino a questo momento, sono state diverse. Vorrei dirti che sì, probabilmente sto attraversando una fase in cui il mio corpo è fertile ed è socialmente accettabile, adesso, che io possa rimanere incinta e sposarmi, ma io ho scelto un altro dei tanti percorsi possibili. Vorrei dirti che ci sono donne, splendide donne di 24, 25, 26 etc anni che hanno deciso di avere dei bambini, e questa è una loro scelta: loro sono felici, ed a me fa piacere vedere la loro felicità. Sono bellissime mamme che devono esser fiere di loro stesse. Ma spesso, con coraggio, hanno dovuto rinunciare a qualcosa – lo studio, il lavoro – per i loro figli. Io non escludo, nella mia vita, di avere un giorno dei figli con l’uomo che avrò accanto.

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Antisessismo, Autodeterminazione, Comunicazione, R-Esistenze

Come l’industria (pubblicitaria) della bellezza convinse le donne a depilarsi

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Nel 1920 quando una donna giovane si ferì una gamba mentre si stava depilando non fu ‘solo’ un (piccolo) incidente. Fu un notiz(iona) nazionale perche’ depilarsi le gambe era davvero (ma davvero) inusuale:

Ragazza si ferisce ad una gamba per depilarsi

24 Maggio, Lawrence, Kan

Un dottore che prese parte ad un seminario (di medicina) presso la commissione della salute all’universita’ del Kansas racconto’ di una giovane studentessa che aveva un tagli(etto) sopra la caviglia. Dopo averle chiesto come avesse fatto a procurarsi quella ferita, la ragazza ammise di aver usato un rasoio. Motivo: Calze a Rete.

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Antisessismo, Comunicazione, Critica femminista, R-Esistenze, Violenza

Fashion Dead: la donna “svenuta” che pubblicizza scarpe

Mentre sulla pagina di Abbatto i Muri si parla di autoaccettazione, di recupero di autostima, di condivisione del proprio disagio che ha a che fare con il proprio corpo, su un’altra pagina qualcun@ pubblica un’immagine che pubblicizzerebbe un paio di scarpe. La ditta che produce le scarpe ha preso però le distanze in modo netto da quella maniera di fare marketing, ma sulla pagina in cui la foto è stata pubblicata una risposta alle critiche ricevute è stata pubblicata giusto qualche minuto fa.

Questa è l’immagine:

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Questa la presa di distanza della Ixos:

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Questa la risposta della azienda che ha diffuso l’immagine:

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Su un post scritto tempo fa raccontavo della Fashion Victim e della Fashion Dead e di come varie aziende utilizzassero la posa della donna svenuta, addirittura morta, per pubblicizzare un marchio. Quello che si fa è restituire un’immagine che ricorda una violenza con glamour. Non so cosa voglia dire la foto con la modella dai jeans un po’ abbassati. In effetti non si capisce cosa pubblicizzi. Le mutande? I jeans? La cosa che salta all’occhio è come l’effetto glamour renda una donna “perfetta”, secondo il modello estetico imposto, anche da svenuta, o precipitata per via dei tacchi, o chi lo sa.

Diciamo sempre che chi si occupa di violenza sulle donne dovrebbe prendere le distanze in modo assoluto dalla vittimizzazione delle donne, evitando di proporre più o meno lo stesso modello che piace a chi fa marketing. La donna livida in volto, graffiata, svenuta, morta, crocifissa, e mai forte, grintosa, viva. Noi non vogliamo essere raccontate così, e mi riferisco alle donne che hanno subito violenza, me compresa. Perché siamo sopravvissute ma siamo forti, a schiena dritta, e sicuramente non usiamo photoshop per proporci con lividi che possano impietosire il mondo.

Resta dunque questa comunicazione che indigna e perciò chi ha ideato questa foto ha raggiunto lo scopo, che è far parlare di se’. Ho esitato prima di pubblicare perché non volevo dare altra visibilità a chi ne ha già tanta ma infine credo sia necessario dato che se ne parla comunque e se ne parla secondo me in modo sbagliato. La corsa alla segnalazione, il tentativo di far cancellare l’immagine, non risolvono niente. Trovo più utile mettere in giro subvertising come quelli ideati e messi in condivisione da Yolanda Dominguez. Notate soprattutto la donna svenuta vicino ai fiori. Non trovate che un’azione antisessista di questo tipo sia più efficace?

Altre iniziative di sovversione comunicativa quiquiquiquiqui. Ricreare immagini con donne di non photoshoppata statura, corporatura, fisicità o con uomini non machisti può essere utile a rendere evidente la bruttezza del fenomeno. Per conto mio farei subvertising anche delle campagne antiviolenza, ma tant’è, ché lì resistono rigide dicotomie e stereotipi. L’uomo ha da fare – sempre – il tutore e la donna il soggetto debole. D’altro canto non per niente di campagne come quelle delle Frangette Estreme ce ne sono davvero poche, direi rare…

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Ps: in giro troverete anche immagini di morte, livide, crocifisse, sono parte di campagne contro la violenza sulle donne. Sapreste distinguerle dalle altre? Poi ditemi qual è la differenza…

—>>>Molte immagini di altre donne “svenute” potete trovarle sul web usando Google, parole chiave: fashion dead. Ne trovate a bizzeffe. Poi digitate “violenza donne”. Vedrete chi fa più a gara a nutrire quell’immaginario.

Allora chiedo: nessun@ vuole mettere in circolo parodie dell’immagine che non ci piace?

#Brand #Femminicidio: Quanto mi paghi se faccio la donna morta?

Del femminismo necrofilo e la “vittima” come modello sociale

Comunicazione, Contributi Critici, Critica femminista

Moschino, Fresh e la “femminilità casalinga”

di Jaja

Immaginiamo di entrare in una delle farmacie cosmetiche piú importanti del paese e di ritrovarci nella sezione profumi alla ricerca di una nuova fragranza che faccia al caso nostro. Immaginiamo di scorgere al centro del reparto femminile uno stand che sponsorizza un nuovo tipo di mocho della Vileda con secchio ultra-strizzante o un asse da stiro che fará la felicitá di ogni massaia, oppure l’ultima innovativa miscela ultra-pulente e superdisinfettante del Vetril.

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Precarietà, R-Esistenze, Violenza

#25Novembre #IoMiSalvoDaSola: siamo tutt* Cappuccetto Rosso!

Siamo tutt* Cappuccetto Rosso
Siamo tutt* Cappuccetto Rosso

 

La giornata del 25 novembre volge al termine e io vorrei raccontarvi la storia di tre donne.

Barbara è una quarantacinquenne che è stata licenziata cinque anni fa a causa della “crisi”. Non ha più trovato lavoro ed è rimasta ad abitare con l’ex marito, da separati in casa. L’ex marito non è una persona violenta e anzi le è molto amico. Ma Barbara ha tante colleghe che sono disoccupate come lei e dice che una delle loro maggiori preoccupazioni, all’epoca del licenziamento, era il fatto di dover dipendere da mariti e genitori. Tre su 27 si sono separate senza possibilità di mantenersi da sole. Sono tornate a vivere con i genitori e a subire perciò situazioni di grande tensione. In qualche caso sono tornate dagli stessi genitori dai quali erano fuggite molti anni prima. Due su 27, a parte Barbara, sono state costrette a restare in casa con l’ex marito, per il bene dei figli, e dopo qualche tempo hanno confidato che pur volendo andare via non potevano farlo. Perciò la dipendenza economica, spesso, è causa di gravi conseguenze per le vittime di violenza. Tale dato viene trascurato da borghesi e teoriche della violenza da estirpare semplicemente estirpando l’uomo. Cosa certa è che tante di queste signore non hanno bisogno di un lavoro, hanno una casa e percepiscono un reddito. Ecco perché non gliene frega niente di proporre leggi a prevenzione della violenza, di genere, economica e sociale, che parta da una redistribuzione equa del reddito per tutt*. Meglio legittimare, all’insegna dell’emergenzialità, giocando con i numeri della violenza, esagerando, gonfiando, come oggi fa Repubblica contrariamente agli stessi dati diffusi dai Centri Antiviolenza che segnano un – 40 rispetto al dato fasullo del quotidiano online, leggi repressive, securitarie, che sono fedeli alla prassi di uno stato paternalista, di istituzioni patriarcali che esaltano le presunte operazioni di salvataggio a cura di tutori dell’ordine invece che esaltare le scelte autodeterminate delle donne. Più denunce non significa meno violenza. Chi lo afferma dice il falso. Se le donne restano sole e dipendenti dagli ex mariti dai quali, peraltro, continuano a dipendere economicamente (con assegno di mantenimento e varie), la denuncia non è una valida opzione. Prima devono realizzarsi le condizioni affinché le donne possano ricominciare a vivere altrove e poi, solo poi, si chiede alle donne se vogliono denunciare o meno. Ricordo, tra l’altro, che tutto il percorso che le istituzioni al momento seguono, dal percorso rosa negli ospedali all’impossibilità di ritirare la querela, tende a dimostrare che le donne non sono affidabili e che possono perfino essere considerate delle bambine non in grado di intendere e di volere al punto che le istituzioni insistano nel sostituirsi a loro in ogni decisione possibile.

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'SteFike, Comunicazione, Critica femminista, R-Esistenze

Brand antiviolenza, marketing e sfilate di moda

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In questi giorni sicuramente avete notato come il marketing che pubblicizza qualunque cosa in nome della lotta contro la violenza sulle donne sia invasivo a tutti i livelli. E’ anche un marketing creativo che sulla pelle delle donne morte rivende la muraglia di orribili bambole realizzate da stilist* a Milano. Rivende anche un canale televisivo con l’annuncio di una programmazione fatta di puntate tratte da varie serie televisive nelle quali vedremo le donne squartate, sventrate, sgozzate, ischeletrite e dunque funzionali alla nuova pornografia televisiva che non vuole solo vederci nude, oh no, vuole vedere anche quel che che c’è dentro di noi, organi e ossa incluse.

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Comunicazione, Critica femminista, Culture, R-Esistenze

#Femminicidio #Brand: book modella e calendario glamour antiviolenza

spogliafemminicidio#Femminicidio è diventato un brand sul quale chiunque realizza marketing. Dopo varie aziende che hanno riproposto stereotipi sessisti “contro la violenza sulle donne” ecco due proposte in cui più che altro si sensibilizza sull’uso di photoshop per levigare il corpo delle modelle e farle apparire modello bellezza standard così come cultura dominante vuole e poi si sdoganano riflessi di autoritarismo occidentale neocolonialista che fornisce forbici per segare il velo o spoglia le Pussy Riot per farle sembrare un po’ più addomesticate o simil/Femen. Un po’ confus* in effetti.

Sulle pose della modella che si presenta indossando capi di intimo quello che non funziona è parlare di violenza sulle donne senza capire ciò di cui si parla. Lo spiega Svenia Lee qui:

Spogliarsi davanti una macchina fotografica; una forte provocazione. “A volte per attrarre l’attenzione e farsi ascoltare bisogna essere trasgressivi e lanciare un messaggio che sia efficace – dichiara Giorgia – la mia opera di sensibilizzazione la farò così, mettendoci il mio corpo”.”

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