Malafemmina

#Malafemmina e il convegno per le pari opportunità

Il mio primo incarico da svolgere per Raggia è quello di farle considerare l’idea di cambiare la grafica del pieghevole di cui ha già prenotato la stampa. Servirebbe a pubblicizzare il suo mega convegno che parla di pari opportunità. Ha invitato la sua amica del Quore, il pezzo di cuore che seleziona umani per consentirle di fare carriera. Poi c’è anche il solito assessore tal dei tali, anche se tutti sanno che la loro storia è già finita, e mi dovrò sorbire chilometri di occhi dolci e battutine di complicità, ché lui è una ciofeca d’uomo e ama far notare, come spesso accade in questi casi, che è riuscito a farsi una gran figa.

Un’altra volta vi parlerò del sessismo degli uomini che siedono in cattedra e discorrono di pari opportunità anche se hanno il cervello settato all’opzione “impari”. Oggi vi parlo di questo momento prioritario per l’esistenza di almeno una donna al mondo: la mia datrice di lavoro.

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Malafemmina

Malafemmina e la datrice di lavoro che fa la politica

Il mio lavoro estivo comincia ora e finisce a settembre. Mi ha assunta una tizia che mi paga con rimborsi spese e qualche compenso qui e là per fare e scrivere al posto suo quello che lei non sa scrivere e fare. La tizia si occupa di politica, è di centro sinistra, si occupa anche di storie di donne e pensa che io sia quella giusta per scriverle programmi e discorsi che lei non saprebbe neppure immaginare. D’altronde le persone come lei campano anche di questo. Scippano contenuti dove quei contenuti vengono prodotti e poi su quelli costruiscono una carriera.

Si chiama Raggia e alle sue dipendenze sono sempre io, Malafemmina, dopo mille lavori precari e mille situazioni complicate eccomi qui a iniziare una nuova avventura con una tizia che sa di falso lontano un miglio. Vanesia, con l’aria un po’ svagata, di quelle che fingono di ascoltarti ma non gliene frega un cazzo, ha sicuramente molto da insegnare in quanto a pubbliche relazioni, d’altronde la sua postazione l’ha ottenuta un po’ per fascino e un po’ perché si è scopata, con tanto di coinvolgimento sentimentale, un assessore. Perché anche gli uomini politici di centro sinistra, alla fin fine, amano avere attorno belle donne, incluse quelle che dicono di occuparsi di donne e poi denunciano lo stato di precarietà profonda che riguarda quelle come me.

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“Processo pubblico” in difesa delle vittime di violenza!

immagine07Il mio programma ebbe un calo di share. Fu a quel punto che io capii che dovevo cambiare strategia. Così decisi di cambiare anche il mio personaggio. Non più la conturbante e avvenente conduttrice di un programma che mostrava carne femminile, giacché quel che avrebbe venduto meglio, fuori da un mercato di nicchia, in orari accessibili alle grandi masse, sarebbe stato ora il modello della donna/vittima.

Qual è la donna che tra una faccenda o l’altra non ama farsi i cazzi dell’altra e non desidera dire la propria opinione su ogni cosa? Qual è l’uomo che non desidera vedere la donna fragile e da salvare svolgendo anche in pubblico il ruolo di tutore?

Decisi di chiamare il nuovo programma “Processo Pubblico”, da un lato la vittima e dall’altro l’accusato. Un piccolo spazio per svolgere interviste a specialisti del settore, preti, madonne, psichiatri e criminologhe, l’angolo per la libera opinione del pubblico con due fazioni avverse, tifoseria per la difesa e quella per l’accusa, due pseudo avvocati, una parecchio conturbante che parla facendo le veci del diavolo e l’altro santificato con desiderio di salvare la povera fanciulla indifesa, infine l’angolo per lo svolgimento della pena la quale dovrebbe comunque essere inflitta solo dopo aver ottenuto il voto del pubblico. Bisogna telefonare pigiando il tasto uno se siete d’accordo con lei e il tasto due se siete d’accordo con lui.

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C’era una presentatrice che strumentalizzava la violenza per ottenere audience

Una volta fui invitata in una trasmissione televisiva, tempo fa. Mi dissero che si parlava di argomenti vari e che la mia presenza era utile perché sapevo cose, avevo fatto cose, avevo scritto cose. In camerino chiedono come sto, e io già non capisco, poi la presentatrice spara il fatto che voci di corridoio dicono che io avrei subito una violenza, però non ne parleremo, no no, è solo per fare due chiacchiere tra noi e darti la mia solidarietà, così dice la conduttrice. Invece arrivo alla postazione, mi siedo, e come avrei dovuto prevedere viene svenduto il mio privato al pubblico che attende dettagli morbosi sulla mia esistenza.

In camerino mi dicevi di aver sofferto tanto – esortava la presentatrice – e il pubblico puntava lo sguardo nella mia direzione sicché già la sola attesa di una mia risposta portò la trasmissione a punte altissime di share. So che non ti piace parlarne perché deve essere parecchio doloroso ma qui siamo tutti con te, guardate pubblico, diteglielo che siamo tutte con lei, fate sentire il vostro calore e affetto. E parte un applauso che avrebbe stuzzicato la vanità di chiunque. Chiunque meno che la mia. Sapete: ho studiato comunicazione, so esattamente quando e come viene usato un fenomeno da baraccone nelle trasmissioni televisive e so quando la persona invitata viene spogliata di dignità e perfino della facoltà di scegliere cosa dire perché quello che importa è fare audience e non c’è altro.

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Precarity Show: il reality più reale che ci sia!

L’idea venne al più audace del gruppo: costituire una cooperativa, aprire un sito internet, piazzarci un po’ di pubblicità e trasmettere in streaming video la vita della gente del condominio 24 ore su 24. Serviva un investimento iniziale di un po’ di soldi ma quando ne parlarono alla riunione condominiale furono tutti d’accordo. Che altro possiamo fare se non questo? Invogliava Piero. E tutti rispondevano che effettivamente era una grande idea e se avesse reso qualcosa sarebbero stati tutti un po’ più contenti.

Piero in realtà aveva preso l’idea da una amica che faceva la webcam girl a pagamento, così gli venne in mente che se invece avessero seguito l’esempio di qualunque altro reality, senza plagiare il format originale ma inventando qualcosa di completamente nuovo, la questione avrebbe attirato molte più persone. Tanta gente sarebbe rimasta lì a seguire le storie di Caterina, quelle della famiglia Pucci, i bisticci tra Cristina e Giovanni, la vita dell’anziana Signora Roberta. Il condominio aveva storie a sufficienza per intrattenere tantissime persone e il sito avrebbe dato accesso a tutte queste vite e queste case con selezione interattiva delle stanze preferite.

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Storie di schiavitù del badantaggio: la figlia “zitella”!

Raccogliendo il mio appello a raccontare e raccontarsi sulle tante forme di schiavitù del badantaggio mi scrive Simona. Proverò a rendere la sua mail (lunga) un po’ più scorrevole perciò la riscrivo e la sintetizzo. Simona sostanzialmente dice:

Col cazzo che io mi prendo tutte le responsabilità in sostituzione di fratelli e sorelle perché sono l’unica a non essere sposata. Ho due fratelli e una sorella. Fratelli a fare le proprie cose e una sorella sposata e con bambini. Dato che non sono sposata devo sorbirmi non solo gli sguardi di compatimento perché c’è chi mi considera sfortunata. Sfigata perché non avrei trovato uno che mi si pigliava. Sfigata perché non ho un figlio. Sfigata in generale perché per compensare queste mancanze se non prendi almeno un Nobel praticamente puoi suicidarti il giorno dopo. Dunque c’è tutta la famiglia prodiga che per “aiutarmi” a stare meglio con me stessa mi dona le gioie dell’essere madre, figlia, moglie, sorella, badante, babysitter ogni volta che gli gira.

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Le donne sono sempre buone e caritatevoli…

La mia amica Monica mette su uno status in cui semplicemente racconta un punto di vista a proposito della fine delle relazioni a causa di problemi economici. Si formano due gruppi in reazione: quello che approfitta per spargere pregiudizio contro tutte le donne sulla faccia della terra e quello che sostiene che invece no, le donne, non sono solite lasciare una persona bisognosa di aiuto. Sono crocerossine per natura, empatiche, materne, bla bla bla, dunque forse c’è un’altra ragione per cui le persone di cui parla Monica hanno lasciato i mariti.

Della promessa “nella buona o nella cattiva sorte” a me non importa niente né sto lì a raccontare che sia malvagio il fatto che alcune donne lasciano i mariti perché poveri, perché non tollerano le difficoltà, perché alla fine è molto più semplice tornare alla vecchia vita di figlie di famiglia ovvero provare a ricominciare scrollandosi di dosso quell’orpello. Ma che le relazioni sono messe a dura prova dai problemi economici non c’è alcun dubbio. Nella mentalità comune, poi, almeno qui nel sud, un uomo deve fare il suo dovere e mantenere la famiglia. Se lui non riesce, non ce la fa, se non ha lavoro, viene considerato meno che niente. Non c’è la stessa percezione rispetto alle donne, tantissime, senza lavoro. Non che sia meglio, anzi, ma alle donne è concesso bonariamente e senza purghe sociali lo status della disoccupata perché in realtà alle donne viene destinato il ruolo di riproduzione e cura. Il fatto che una donna debba lavorare invece che fare la moglie/madre/casalinga nel caso in cui fosse necessario dare una mano al coniuge viene visto in alcuni contesti, non in quelli che frequento io, come un disonore. Non per lei ma ancora per lui.

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Il mondo ipocrita di certi puttanieri romani (dedicato ad Andrea!)

Leggo dalla composizione delle persone accusate nell’inchiesta per sfruttamento della prostituzione minorile che alla fine si tratta sempre e solo della stessa merda. Non parlo delle loro mogli e non mi piace il fatto che si insultino e si straparli con soddisfazione per dedicare un “ben le sta” compensando in maniera anche sessista un puro risentimento politico. Parlo dei mariti, ché i media schedano oggi trattandoli da mostri, e lì vorrei vedere quanti di quelli che oggi partecipano alla gara all’indignazione poi sono andati a tredicenni e nei bei mondi in cui regna il turismo sessuale. Parlo di questi uomini d’alto bordo che hanno famiglie e figli, o sono discendenti di culture di destra e che possibilmente stanno lì a romperci le scatole con pregiudizi sulle donne, il nostro ruolo destinato alla maternità e alla cura, l’obiezione all’aborto e via di questo passo.

Parlo del fatto che indicare il mostro, il singolo, è facile perché si sposta l’attenzione che in realtà dovrebbe, secondo me, essere concentrata sulla matrice culturale che genera tutto questo. Perché si tratta di una faccenda diffusa, a tratti anche legittimata, il cui impatto sociale vedi solo quando queste ragazze cavalcano autonomamente spinte e fenomeni e ne fanno uno strumento di emancipazione dal bisogno economico. Per la serie che sei quel che sei finché e come lo diciamo noi ma se ti metti in proprio allora contro di te si scatena il finimondo. Così è per le sex workers, adulte, che scelgono di vendere servizi sessuali e chiedono regolarizzazione e così è per le tante post/adolescenti dello show business nella moda, nella tv, nell’industria cinematografica o discografica, che scelgono cosa fare, come mostrarsi, come promuoversi e come vendere la propria immagine.

Quello che emerge, a parte un paio di nomi che trovo comunque brutto siano messi alla gogna, come se non ci fossero familiari da tutelare e figli e persone care che soffrono per questo, è che mi sembra si tratti di un contesto in cui regna sovrana l’ipocrisia. Tra gli altri pare ci siano uomini di destra, si parla anche di un figlio di un parlamentare di destra, persone che evidentemente dicono una cosa e poi ne fanno un’altra. Il mondo dei due pesi e delle due misure. Quello in cui in privato fai – e lo dico senza moralismi – ciò che ti pare e in pubblico chiedi al mondo di tenere stretti i corpi e di costringerli in nome e per conto non si capisce di chi. Penso al fatto che questi umori di destra, familisti, anti/gay, antiabortisti, al pari di certi moralismi di sapore paternalista/socialdemocratico (o democristiano) che con il pretesto di “proteggerci” vedi lì a produrre sessismi e a progettare leggi e controleggi per ricoprirci e sovradeterminarci come santa madre chiesa (la loro) vuole, questi destrismi, insomma, sono poi gli stessi che leggi quando stanno a commentare con stupore le brutte abitudini delle fanciulle d’oggi o la loro presunta tendenza, in realtà smentita dai dati, di ricorrere alla contraccezione d’emergenza o all’aborto come si trattasse di bere un bicchier d’acqua.

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