Mi sono sempre detta che avrei fatto un mestiere di cui mio padre sarebbe andato fiero, ma poi ho cambiato idea. Mio padre era un gran classista. Odiava l’idea che io mi guadagnassi da vivere facendo la cameriera per mantenermi agli studi. Odiava che io tornassi tardi la notte, con le vesciche ai piedi e i calli nelle mani. Odiava le mie bruciature, per quei piatti troppo caldi, e anche i miei racconti tratti da un improvvisato e orale diario di una cameriera qualunque. Mi chiamava sguattera e diceva che sarei finita a fare la puttana, ovvero tutto ciò che disprezzava al mondo. Diceva che la mia bocca, il mio corpo, la mia fica, sarebbero stati infettati dal malaffare, dal vizio, e ne parlava come fosse un inquisitore di almeno cinque o sei secoli fa.
Continua a leggere “La transfobia e la puttanofobia delle femministe abolizioniste”


