I venti estivi si sono placati, le zolle di terra ne hanno assorbito la caduta. La penombra ora è precoce e confortante. Il silenzio è languido e senza pretese come quello che lascia il vento quando si ritrae sotto un manto d’erba e ne scrolla le punte simulando una carezza peccaminosa troppo simile a quella di mio marito sulla coscia di un’altra donna, nell’umidità acre di un abitacolo ingombro di vestiti – fuori la tramontana, e poi la cantilena luminosa di un’insegna pop – una carezza a mano aperta, la pelle fredda è fredda e vigile, lui accarezza lei, la pelle è fredda e pronta. Ho sillabato la scena con diligenza chirurgica, insistenti pause sui fotogrammi dei possibili incastri, delle possibili combinazioni dei sentimenti. E’ stato nel bel mezzo di un’estate di venti che mi si erano già insinuati sotto la camiciola, gonfiandola, lasciandomi nuda come lo stelo di un palloncino, che mio marito me lo ha detto, dando il via alla sequenza visiva, al mio involontario peccato voyeuristico – ho fatto l’amore con lei, ha detto – la nocca che accarezza il labbro, lo sguardo franco e dolce, la pressione sotto il bacino – ho fatto l’amore con lei, ha ripetuto. Il macramè dell’orlo della tovaglia si è impennato al vento e ha continuato a sfarfallare.
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