Comunicazione, Critica femminista, R-Esistenze

Doina Matei: perché forcaioli e repressione del dissenso stanno sullo stesso piano

Io so che quello che sto per dire è impopolare ma lo dico lo stesso. La storia della ragazza che avrebbe violato i termini della semilibertà per una foto su facebook sta continuando a essere pretesto per l’espressione di una Italia di destra, forcaiola, che immagina di non poter concedere a chi va in galera una seconda opportunità. Mai sorridere, mai ricominciare a esistere, mai mostrare il fatto che continui a respirare dopo aver subito una condanna. E allora smetto di parlare di questa donna, con tutto il rispetto per i parenti della sua vittima, e parlo di quel sentimento che serpeggia anche in contesti “femministi”. L’idea della certezza della pena, l’invocazione della pena di morte per reati quali la violenza sulle donne, lo stupro, il femminicidio, usando il dolore dei parenti delle vittime o delle sopravvissute, per spingere sempre più in là il confine tra giustizia e vendetta, non sono cose che riguardano solo Doina Matei. Ho visto parole di fuoco di donne che vogliono il sangue, che bene si mischierebbero ad altre persone che usano le donne abusate per giustificare razzismo qualora ad essere accusati siano uomini stranieri.

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Antiautoritarismo, R-Esistenze

Psichiatrizzazione e disumanizzazione delle detenute

Quando si batte il tasto del securitarismo e della repressione si alimenta l’industria del salvataggio a garanzia della sicurezza dei cittadini e delle cittadine per bene. Quando si alimenta quell’industria e tutti i ragionamenti, incluso quelli che parlano di violenza sulle donne, finiscono con il consegnare le nostre speranze e soluzioni tutte quante ai tutori e alla galera riaffermiamo e rilegittimiamo quanto avviene nelle carceri. Luoghi in cui la dignità della persona non esiste, dove la psichiatrizzazione dei soggetti rende quel che c’è dentro quelle mura identico alla dimensione di tanti manicomi così com’erano un tempo. Lo raccontano in tant*. Stavolta ve lo faccio raccontare dalle detenute del carcere delle Vallette che per protesta indicono una “battitura” il 4 dicembre.

da Baruda:

Stralci di una lettera dalle Vallette.
04/11/2013

(…) Mi trovo tutt’oggi ancora ai Nuovi Giunti. Sono stata trasferita il 22 luglio. Io come altre detenute, siamo al livello di non ritorno dalla quasi pazzia. In teoria nei Nuovi Giunti puoi starci massimo 15 giorni.

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