Dove sta l’autonomia del discorso femminista?

Elettra Deiana commenta il mio post sul femminismo bottegaio, riflette ad alta voce assieme a me, ed ecco quel che scrive e che io condivido con voi:

Cara Eretica, il femminismo è stata un’esperienza dell’umano, non un incipit metafisico, non l’epifania di un nuovo mondo. Solo un’esperienza dell’umano femminile, ma poderosa e dirompente, che ha cambiato il gioco delle parti, messo al mondo l’inaudito, condensato, per fare un esempio a me caro, nel dissacrante gesto della vagina, ostentato negli spazi pubblici a sfida del patriarcato. Ha insomma sbaragliato l’ordine del discorso dominante e alcune donne vi hanno contribuito con una particolare lucidità del pensiero e forza dell’azione, che va loro riconosciuta. Ma come tale – come esprienza dell’umano – il femminismo ne porta intrinsecamente i limiti, quelli per cui non si esce dalle ricorrenti follie umane o se ne esce in forma claudicante e provvisoria.

Come qualsiasi altra vicenda rivoluzionaria, anche il femminismo (nelle sue infinite filiere) si è presto trasformato in un’aspirazione al potere e in uno strumento di partecipazione al potere. Politico, istituzionale, accademico, mediatico, economico e altro, IL femminsmo e la politica; qui si è persa la forza della critica, l’autonomia dell’azione, la capacità femminile di parlare al mondo “spostando le sguardo”, come dicevamo a quei tempi, ed è cominciata la lagna della “qualità” femminile, da aggiungere come una salsa salvifica alla politica degli uomini, l’ossessione delle quote rosa, che da sacrosanta norma antiscriminatoria è diventata qualità della democrazia, mentre la democrazia si sgonfia come un palloncino e l’ordinamento democratico dello Stato non accende più nessuna passione popolare. Per non parlare del seguire l’onda mediatica della lotta per il potere. Tutte le critiche che tu fai mettono in evidenza proprio questo.

Che cosa resta di quell’esperienza che ha tuttavia davvero cambiato il mondo e cambiato ognuna di noi e cambiato le donne, comprese quelle delle nuove generazioni? Bisogna, secondo me, guardare in profondità. Prevalgono innegabilmente gli scarti femminili dell’attitudine umana alla competizione per stare a galla in una politica del potere. La supposta, speciale “grandezza” femminile ha ceduto le armi? Non ha resistito di fronte alla strutturante e pervasiva potenza del neoliberalismo che si nutre proprio della competizione e concorrenza in tutte le dimensioni? Perché le cose “al femminile”, ancorche femministe, sono quello che sono in prevalenza? Per complicità antropologica funzionale al maschile? Perché i cambiamenti possibili sono solo quelli che si misurano nello spazio del tempo che viviamo e buona notte al secchio?

Perché anche laddove tutto il potere del maschile fosse eroso e un fiume di donne li sostituisse i meccanismi del potere rimarrebbero uguali e le donne non ne possono essere immuni? Io sono femminista dagli anni sessanta continuo a essere ostinatamente femminista perché il mio femminismo è un tutt’uno col mio stare al mondo e guardare le cose. Ma, proprio per questo, non ho mai teorizzato virtù angelicate, differenze magistrali, sapienze strategiche delle donne. Registro che nell’esperienza umana femminile, antropologicamente sedimentata e singolarmente vissuta, ci sarebbe materiale per acchiappare le cose del mondo da un altro punto di vista, che forse potrebbe contribuire a cambiare almeno un po’ le cose. Ma a parte riflessioni solitarie, prevale quello che tu registri. Ma tutte le grandi idee, passioni, promesse, rivoluzioni si logorano, diventano altro. Più o meno rapidamente. Spesso nello spazio di un mattino. Io sono di sinistra e quello che tu dici di certi femminismi e del femminismo io potrei dirlo – e spesso lo dico – della sinistra. Anche di quella in cui oggi mi colloco

Potremmo magari organizzare un incontro “eretico per parlarne”.

Un abbraccio e grazie per l’ostinazione e l’acribia delle tue argomentazioni.

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Malrapideco, riflessioni fuori tempo massimo. Consumare il dissenso

Questo è il primo di una serie di post che Irene Chias, autrice del libro Esercizi di Sevizia e Seduzione che ho recensito QUI, scriverà su questo blog all’interno di una cornice, categoria, rubrica, che lei chiama Malrapideco. Il primo post lo pubblico io invitandovi a darle il benvenuto. Gli altri li pubblicherà lei stessa con l’account riconoscibile Ichias. Molto felice di accoglierla mando un abbraccio a lei e auguro a voi una buona lettura!

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Di Irene Chias

Qualche tempo fa mi era venuta l’idea di aprire un blog. L’avrei chiamato “MALRAPIDECO, riflessioni fuori tempo massimo”

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Tutti a dirmi come essere un “uomo vero”. Io vorrei solo essere me stesso!

La domanda era: vuole qualche uomo parlare di se’, da un punto di vista di genere, fuori dalla dicotomia tutore/carnefice, violento/salvatore? Che altro? Ditemi.

E’ già successo. Ne ho e ne abbiamo parlato. Si ricomincia ad indagare, perché non bastano le risposte precotte e non basta quella narrazione comoda e stereotipata per cui gli uomini tutti di là a contenersi dai presunti istinti malefici e le donne tutte di qua, supponenti e con l’idea che abbiamo capito tutto e nulla più abbiamo da imparare. Lui è A. e quella che segue è la sua lunga lettera. Buona lettura!

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Ciao Eretica,

Proverò ad andare un po’ a ruota libera, parlandoti di come vedo e vivo io il genere. Il mio punto di vista è quello più medio possibile, un maschio bianco eterosessuale cresciuto nella medio borghesia del sud. Aggiungi un pizzico di nevrosi dovute all’essere di sinistra dei genitori, e dunque al dover conciliare il conservatorismo endemico con un’apertura mentale appresa. Più che un pizzico, palate di nevrosi. Voler fare delle cose e non farle perché abbiamo letto che è sbagliato, volerne fare altre e vietarselo perché è contro quello che si è, contorcersi di continuo. La rivoluzione dei costumi, ma con moderazione e purché non si offenda nessuno. Paradossi viventi.

Ti racconto tutto questo non perché ti ho scambiata per una psicanalista (anche se, ho capito, molto spesso le questioni di genere tirano fuori le storie familiari e personali), ma perché è qualcosa a cui penso molto da quando ho preso a interessarmi sporadicamente della mia identità maschile. Da poco più di un anno ho iniziato a leggere materiale sulle donne e sul femminismo. Lo stimolo è stata la rabbia: avevo, ho ancora, le palle piene di sentirmi affibiare responsabilità che sento di non avere, né come uomo né come essere umano, ogni volta che qualche sballato fuori di testa fa male a una persona di sesso femminile. Non è per negare che il patriarcato e la cultura del possesso abbiano un ruolo nell’uccisione delle donne, al contrario. Ma non capisco perché io dovrei sentirmi responsabile di quello che fanno altri. Come dicono i Nofx (il punk, mia grande influenza), posso accettare responsabilità per quello che ho fatto, non certo per quello che sono. Se no, dovrei sentirmi in colpa tutte le volte che un bianco o un eterosessuale fa qualche stronzata connessa al colore della sua pelle o al suo modo di amare gli altri. Questo è un primo indizio: la colpa. C’è una certa pressione a farti sentire inferiore e in colpa per il semplice fatto di essere come sei. Almeno, io la sento tantissimo.

Dopo aver iniziato a interessarmi di queste cose, come capita spesso, le cose hanno iniziato a collegarsi a valanga: leggevo altre cose, mi accorgevo che questa attitudine alla correzione dell’uomo è talmente pervasiva da essere diventata tanto presente quanto invisibile. Ovunque, il messaggio è che l’uomo, qualsiasi uomo, è imperfetto e pieno di difetti, un essere per lo più anaffettivo a cui periodicamente va insegnato di nuovo l’alfabeto. Corollario: qualsiasi uomo e soprattutto donna ha non solo il diritto, ma anche il dovere di mettersi a correggere gli uomini che ha a portata di bocca. Se vuoi metto un pò di riferimenti più colti, ma il sunto del ragionamento è: mentre una donna è donna da subito e per sempre, e nessuno può negarle questo carattere fondamentale, un uomo ha bisogno di guadagnarsi e confermare di continuo il suo essere uomo. E’ una battaglia in cui chiunque, uomo o donna, si sente in diritto di ricordarti che sei pieno di difetti, e che è necessario lavorarci su se vuoi essere un Vero Uomo.

Che diavolo è un Vero Uomo? Mistero. Non lo sa nessuno. Al contrario, uomini e donne, e la società più in generale, sembrano avere ben chiaro in testa che cosa NON è un vero uomo. Te lo ricordano di continuo, nei modi più vari e con i messaggi più contrastanti. Per alcuni non sei uomo se non ti accanisci contro donne, omosessuali, altri uomini più deboli; per altri non sei uomo se non ti dedichi a certi passatempi virili. Ancora: non sei uomo se di fronte a qualcosa ti scende una lacrima, o se cerchi di manifestare affetto a un amico solo in quanto amico. A volte siamo comici: non riusciamo a dirci “avevo voglia di sentirti, di stare con TE unicamente perché sei mio amico e ti voglio bene”, e dobbiamo inventarci mille modi e mille scuse, le birrette insieme, lo sport. Altrimenti cala la mannaia: se ti dico che ti voglio bene, se ti abbraccio invece di stringerti la mano, ho una paura bestiale che tu mi prenderai per un omosessuale, il ricatto più grande con cui gli uomini sono manipolati.

Bah. Per fortuna su queste cose ho iniziato a lavorarci, e a parlarne con alcuni amici, e ora se ho voglia di abbracciare qualcuno lo faccio e basta, e chi se ne frega. Molti sono ancora guardinghi quando lo faccio, perché sono stati programmati per avere terrore di qualcuno che tolga loro la virilità. Penso che hai capito.

Attenzione, però. Finora ti ho fatto esempi solo di una mascolinità classica, quella che cerca di essere più virile possibile, e cerca di mettere norme e paletti sul come si è veri uomini. Mi sono accorto però che io e i miei amici siamo cresciuti con un altro tipo di maschilità in testa e nel corpo, normata anch’essa in modo molto subdolo, ma con lo stesso risultato. Il patriarcato ha fatto molti danni, e si è pensato, giustamente, di mettere la mordacchia a molte sue manifestazioni o atteggiamenti esteriori: sport tradizionalmente “virili” come la caccia o la pesca, o il pugilato, o il semplice scolarsi un whisky prima di andare a dormire. Il vero uomo, si diceva, non ha bisogno di tutte queste cose per essere un vero uomo. Anzi: un uomo che fa queste cose non è un vero uomo, e basta.

Ottimo. Immagina, quindi, le reazioni dei miei genitori – ecco che ci siamo tornati – madre femminista a tempo perso e padre ex sessantottino moderato (siamo pur sempre al sud) quando ho iniziato a fare pugilato, a fare pesca subacquea e altre piccole cose che loro mi avevano abituato a pensare come fossero il MALE. E nota che per me niente di tutto questo ha connotazioni di genere: non è che faccio pugilato per sentirmi più uomo o per picchiare la gente. E’ un maledetto sport, niente di più, e vorrei essere libero di farlo per quello che è senza sentirmi addosso il giudizio di altri. La risposta media delle donne, quando sanno che faccio pugilato, è invece per lo più di alzare gli occhi al cielo, e capisco benissimo cosa pensano in quel momento: pensano di aver trovato uno scimmione – anche se sono una persona di aspetto normalissimo e anche un pò sfigato, con i miei occhiali – che pensa solo a testosterone e figa, niente profondità né sensibilità. E questo succede per tantissime altre cose che ho iniziato a fare apertamente, senza più sentire il bisogno di vergognarmene, semplicemente perché mi piacevano e non credo né di dover rendere conto a nessuno né tantomeno di diventare un uomo migliore o peggiore perché le faccio.

In questo, certo femminismo, quello fatto coi piedi, ha delle responsabilità innegabili. Alcune si sono messe a stilare l’elenco di tutto il male che l’uomo porta al mondo, e si sono messe d’impegno a distruggere ogni singolo brandello di cosa che non andava bene al mondo femminile. Infischiandosene, spesso e volentieri, del parere degli uomini.

Capisci? Da un lato c’è chi ti dice che essere un vero uomo significhi sottomettere i deboli. Dall’altro, ti dicono che “vero uomo” è non fare tutta una serie di cose. Ci sono in ogni caso ricette da seguire, non sia mai che qualcuno si metta a pensare con la sua testa. In mezzo, ci sono io. Che mi sento sballottato da una norma all’altra, senza capire bene cosa fare quando, ad esempio, la mia ragazza scuote la testa di fronte alla mia assoluta incapacità di fare dei piccoli lavori di bricolage in casa. Nessuno me li ha mai insegnati, e io non ne ho voglia, eppure, nella sua testa, l’uomo di casa deve essere in grado di smontare tubi o montare assi, e se non lo sa fare non è abbastanza uomo. Eppure, secondo altre, sarei troppo uomo quando, ad esempio, divento assertivo e battagliero nel difendere certe mie idee.

Ok. Mi accorgo che continuerei ancora per molto a lungo, per cui mi fermo qui. Spero di averti fatto capire che la questione delle norme di genere, della pressione ad adeguarsi a un ruolo, la sento molto, molto forte, e tutti i giorni. Non so bene come affrontarla, ancora. Penso che mi farebbe bene parlarne con altri amici e uomini, ma come forse saprai di queste cose tra uomini non si parla, cala il divieto, ci si adegua ai ruoli già pronti per noi, si impara a pensare a sé stessi come delle creature inferiori continuamente bisognose di aggiustamenti, piene di difetti e che comunque non arriveranno mai alla perfezione delle donne. Il risultato è che tra di noi non si parla, o lo si fa in un modo talmente superficiale da diventare ridicolo. Il peggio di tutto questo è che, grazie a questa latitanza della discussione, a raccontare gli uomini sono le donne. Vedi, tra i tanti esempi, il libro scritto da uno che ha messo insieme pareri unicamente femminili per raccontare l’assenza e la crisi maschile nella società. Bah.

Basta, mi fermo. Scusa se ho imperversato tutto questo tempo…

A.

Ps: scrivetemi, su abbattoimuri@grrlz.net. voglio capire e sapere di voi. come vivete la questione di genere fuori dalla dicotomia imposta, se riuscite a trovare nuove traiettorie o se, ancora, siete sballottolati tra l’uno e l’altro ruolo.

Pseudo fascismo e la “barbaria”

Ricevo e pubblico l’intervento di Claudia. Buona lettura.

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Sì, ho scritto barbaria e i più attenti avranno già capito perché.

Ma andiamo con ordine. Nell’ultima settimana con pesanti e noiosi strascichi si è consumato uno degli episodi più vergognosi della storia della Repubblica italiana. Vergognoso nel senso che tutti i coinvolti dovrebbero vergognarsi e andare dietro la lavagna, come un tempo, perché il livello della “bagarre” è quello dei bambini delle elementari. Sia come pericolosità che come rilevanza.

Tutto comincia il giorno 29 gennaio 2014 quando la presidente della Camera, Laura Boldrini utilizzando per la prima volta nella storia repubblicana la “tagliola”(ovvero un prassi che permette di impedire le richieste di emendamento e le richieste di iscrizione a parlare in aula prima del voto) dà il via libera alle votazioni sulla conversione in legge del decreto Imu – Bankitalia. Tutti sanno che non devono passare 60 giorni  tra l’emissione di un decreto del governo e la sua conversione in legge, era l’ultimo giorno utile (che cosa hanno fatto nel frattempo?) il m5stelle faceva ostruzionismo e quindi Boldrini li taglia fuori. La scusa è “altrimenti gli italiani avrebbero dovuto pagare la seconda rata dell’Imu”, e con questo ricatto morale/sociale si è approvato il finanziamento per salvare i conti di Bankitalia.

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La crisi della rappresentanza e il femminismo strumentale

di Natalina Lodato

Con i beceri e violenti insulti a Laura Boldrini, si è chiusa una delle settimane forse più buie della vita politica in questi ultimi vent’anni. Abbiamo visto di tutto in Parlamento: il ricorso arbitrario alla ghigliottina, che concorre al prolungamento di uno stato d’eccezione permanente; l’approvazione di un decreto che regala 7 mld alle banche segnando definitivamente il passaggio a una repubblica del debito. Poi la bagarre in aula, foto di roghi di libri di giornalisti colpiti da fatwe farsa, per finire, appunto, con la vergogna del video postato con annessi insulti sui social network.

Ci si avvia in sostanza alla degenerazione del dibattito parlamentare – ha scritto Giuliano Santoro- in una «zuffa da trasmissione di Maria De Filippi», alla irruzione nei luoghi della rappresentanza del Reality show. Il tutto, in un insolito effetto a “coda lunga”, si fonde con Internet e i social network, anche nelle modalità terribili che abbiamo visto. Siamo tutte solidali con Laura Boldrini , e non potrebbe essere altrimenti, perché è presa di mira in quanto donna che ricopre un ruolo istituzionale. D’altro canto, si pone in tutta evidenza una questione maschile, che interpella gli uomini chiamandoli ad interrogarsi sul linguaggio, sulla loro propensione più o meno latente alla violenza e su tutti i nodi di cui ormai si discute da tempo.

Questi nodi non possono venire al pettine sui social network e forse, per quanto lapalissiano sia, val la pena di ricordarlo, vista l’atmosfera da reality permanente in cui siamo immersi. Eh sì, perché nei bailamme virtuale, al tempo della contrapposizione tra l’endiadi antiberlusconismo&antirenzismo da un lato, e antigrillismo dall’altra, tutto irrimediabilmente si banalizza. Mi ha colpito in particolare per la sua emblematicità un post su una pagina nata a sostegno della Presidente Boldrini- che per di più attinge a un vasto repertorio fotografico agiografico della stessa- nel quale un utente scrive: “Ma come è possibile dire certe cose di una donna che ha lavorato per le Nazioni Unite?”.

Il sottotesto di questa domanda retorica pare essere che, in qualche modo, quel genere di insulti potrebbe essere più tollerabile per una donna meno “rispettabile”, meno provvista di capitale culturale. Non ci siamo proprio, insomma, ma non è questo il punto su cui intendo soffermarmi. Mi interessa invece portare l’attenzione sul femminismo strumentale veicolato dai media in questi giorni, tanto più sospetto se si considera il silenzio o la sufficienza con cui è stata raccontata la manifestazione del 1 febbraio scorso contro la legge spagnola sull’aborto, che ha portato in piazza le donne di tutta Europa.

A questo proposito Fabio Fazio e Che tempo che Fa costituiscono una specola privilegiata per leggere le tendenze e gli orientamenti generali e, infatti, la compunzione ossequiosa del conduttore dinanzi all’immagine da Mater dolorosa della Presidente durante l’intervista non mi è parsa affatto ingenua, posto che Fazio ingenuo non lo è mai. A colpire, in primo luogo, è l’assenza totale di cultura politica della Presidente Boldrini (“Tra due rigidità, tra due fuochi io ero in mezzo”) che, del resto, è il tratto unificante precipuo dei parvenu della politica in quest’ultimo periodo; ed ancora il feticcio della governabilità e l’insostenibile retorica del fare convogliata dalla foga del nuovismo (“Il Parlamento non può solo parlare, ma decidere e votare”), saldata al culto delle istituzioni e del Presidente della Repubblica in primis.

Il sospetto è che attorno alla figura di Laura Boldrini si stia cristallizzando quello che prima definivo un femminismo strumentale, di comodo, che ovviamente femminismo non è, ma che all’insegna della cortina fumogena del politically correct intende anestetizzare e neutralizzare il dissenso e l’opposizione. Opposizione che non si esaurisce con il M5S, né tantomeno con i Fratelli D’Italia o la Lega, ma che si presenta nel Paese con una geometria ben più variabile e trasversale di quanto il sistema della rappresentanza sia in questo momento in grado di fotografare.

In tale sforzo di addomesticamento mi pare si stia mettendo in campo un dispositivo a salvaguardia della governabilità a tutti i costi, che affianca al piglio paternalistico di Giorgio Napolitano- la cui figura appare incrinata dagli insuccessi del governo Letta e dalla profonda sintonia Renzi-Berlusconi- una sorta di maternage istituzionale che si identifica nella figura della Presidente della Camera. Con una notevole chiaroveggenza Cristina Morini aveva messo in guardia, ragionando sull’elezione a simbolo della Boldrini e le insidie della «cappa» del politically correct, dalla difesa generalista e apolitica delle donne in quanto donne, che «non infastidisce affatto il potere maschile ma viceversa, forse senza volerlo nel migliore dei casi, lo rafforza», è da questo che bisogna ripartire.

Leggi anche:

#DecretoLegislativo sulla filiazione: alle donne riassegnato (in esclusiva) il ruolo di cura!

E’ successo che sui media ad un certo punto è stato detto che si era fatto un gran passo avanti. Finalmente i figli dentro e fuori dal matrimonio avrebbero avuto uguali diritti. Senonché, da quel che leggo, la norma che è stata raccontata come un grande passo avanti per tutti conterrebbe, a detta dei suoi detrattori e delle sue detrattrici, alcuni passaggi che poco c’entrano con l’oggetto della norma e che invece, subdolamente, senza una discussione parlamentare e senza alcun tipo di coinvolgimento della pubblica opinione, costituirebbero un regresso rispetto la legge 54/2006 sull’affido condiviso. Sostanzialmente si sostiene sia stata cambiata una legge senza intervenire sulla stessa legge ma vanificandone alcuni punti in virtù della volontà di poche persone all’insaputa di molte altre. Come se in una legge che racconta una evoluzione nel mondo del lavoro si cancellasse di colpo il diritto del lavoratore ad essere informato circa i diritti e le tutele derivanti dal proprio contratto o come se in una norma che parla di maggiori tutele nei confronti delle donne vittime di violenza venisse fuori un articolo che parla di matrimonio riparatore in caso di stupro. La norma, dunque, da quel che ascolto e leggo (QUI o QUI anche una interrogazione parlamentare presentata dall’On.le Bonafede di M5S), presenta alcuni passaggi controversi. Come faccio sempre vado a chiedere a chi da sempre se ne occupa, perché ha elaborato e promosso la stessa legge 54/2006, cosa ne pensa. Porgo alcune domande al Prof. Marino Maglietta di cui potete leggere altri interventi a partire da QUI per conoscere quanto lui ha da dire circa l’affido condiviso. Ecco le sue risposte. Buona lettura!

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1] Il decreto legislativo sulla filiazione cancella la definizione di figlio illegittimo nato al di fuori dal matrimonio e gli restituisce tutti i diritti che un bambino deve avere. Secondo lei è la giusta soluzione?

Veramente cancella i termini “naturale”, “legittimo” e “illegittimo”, ma la distinzione tra figli nati nel matrimonio e fuori di esso resta. Non si è trovato il modo di cancellarla. In effetti non era facile. Ad es., resta in  tutte le norme relative al riconoscimento e al disconoscimento. Forse si dovrebbe sopprimere il matrimonio … :).

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La Giornata della Memoria è importante perché…

Sulla giornata della memoria avevo scritto un post e ne era seguita anche una discussione su facebook nella quale era intervenuta Chiara con una critica che rispetto e ho accolto, pur ritenendo che il mio post, certamente parziale come parziali sono le opinioni di tant* tra noi, avesse una ragione precisa per essere scritto, invitandola a raccontarmi il suo punto di vista che volentieri ospito su questo blog. Perciò, segnalandovi anche quello che a tal proposito ha scritto Elena Loewenthal, ecco quello che Chiara pensa su questa giornata. Buona lettura!

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Riflessioni sull’importanza della Giornata della Memoria

di Chiara Lavra

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Davvero la tratta non è connessa alle politiche migratorie? Ulteriori note su un dibattito infinito (e spossante)

nociedi Pietro Saitta

Continuando un appassionato dibattito di questi giorni relativo alla proposta di legge francese che mira a punire i clienti delle prostitute, e citando inoltre molte statistiche, qualcuno ha recentemente sostenuto che “la tratta esiste e non è connessa alle politiche migratorie”.

La questione è certamente interessante e sensata. Ma per rispondere a quest’impegnativa affermazione, occorre chiarire quale siano i presupposti.  Se si parte infatti dalla prospettiva dello Stato e di chi, per così dire, stabilisce i termini del discorso, le conclusioni non possono che essere quelle appena riportate: la tratta esiste!

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Laura María Agustín, la Francia e le “femministe”. Note su un dibattito infinito

nociedi Pietro Saitta

Com’era ovvio attendersi, il recente dibattito francese sulla prostituzione e, in particolare, intorno al disegno di legge che di fatto vieta lo scambio sessuale punendo i clienti delle sex-worker, ha infiammato il tono delle polemiche in Francia così come in Italia e in altri paesi.

Come avviene da anni, e sintetizzando brutalmente, il conflitto in corso è quello che divide “proibizionisti” e “non-proibizionisti” (schieramenti in realtà articolati, divisi e auto-etichettatisi in vario modo). In Francia, dunque, sembra che a trionfare siano al momento le posizioni che per comodità possiamo chiamare “proibizioniste”, con somma soddisfazione di certe aree politiche e d’opinione (femministe e non solo), che stanno cogliendo l’occasione per estendere il dibattito al di fuori dei confini francesi.

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