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#25N e sorelle Mirabal – Cosa c’entra il femminismo con lo Stato?

1509011_736897646377398_5871276460167409454_nDa Incroci De-Generi:

Non possiamo che essere contente che sia finita la sfiancante giornata del 25 novembre. In tante, infatti, non ne potevamo più di veder girare sui media e sui social network spose insanguintate, donne pestate, bocche cucite, addirittura icone dei cartoni animati ritoccate con lividi e occhi pesti, segno dell‘ orrido e macabro senso di estetica della violenza alla quale vorrebbero abituarci. Non ne potevamo più perché ci ha nauseato questo raccapricciante e mortifero gusto per l’orrido e per il macabro, ma soprattutto perché ci disgusta ancora di più il rovesciamento di senso che questa giornata cerca di operare sulle questioni per noi importanti. Ma cosa c‘entra il femminismo con lo stato? cosa c‘ entra il femminismo con le Nazioni Unite? ripassiamo un attimo di storia.

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Violenza sulle donne, la ‘Giornata’ è puro marketing

Novembre è un bel mese dopotutto. Si festeggia “la violenza sulle donne”. Si contano i cadaveri di donne uccise. Parlamentari vanno in tour a fare marketing istituzionale e a raccontare di averci “messe in sicurezza” con un decreto che nessuna di noi ha voluto. Il colore rosso diventa simbolo di vittimizzazione invece che di forza e ribellione. Nelle fiaccolate dedicate al martirio vedi agitare ceri e forconi in egual misura. Alcune aziende useranno la parola “femminicidio” come brand per ricavare introiti. A scuola ragazzi e ragazze, tra uno sbadiglio e l’altro, impareranno che un manifesto con corpo nudo porta inesorabilmente alla violenza. Un po’ come quando ti dicono che dalle canne si passa all’eroina. Continua a leggere “Violenza sulle donne, la ‘Giornata’ è puro marketing”

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La femminista di merda

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Ero piena di certezze. Vomitavo granitiche convinzioni ed ero ferma nella mia ferrea posizione di soggetto oppresso che meritava un risarcimento, un riconoscimento, comunque una posizione e un destino che mi avrebbero condotto dritta verso un percorso fatto di restituzione, presenza a compensare l’assenza. Io sono e dunque merito ogni cosa.

Mentre mi capitava di scontrarmi con la persona di passaggio, che a prescindere dall’ideologia osava mettere in discussione le mie idee, godevo nell’esercitare il vittimismo immaginando che ogni mio interlocutore critico fosse il mio nemico. Ne sottolineavo le frasi, le parole, i gesti, perfino le battute. Io sono un soggetto oppresso, una vittima, dunque ho il diritto di urlarti addosso tutto il mio disprezzo, di importi proiezioni stereotipate, di istigare odio generalizzato nei tuoi confronti, io perfetta, io che ne ho passate tante, io violentata, io mestruata, io figlia, madre, santa, donna.

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#PresaDiretta e lo sguardo moralista su sex working, porno e sessualità

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Riccardo Iacona ha dato il via a una serie di nuove puntate di Presa Diretta con due ore di sermone moralista d’inchiesta sulla prostituzione minorile, su quell’altra realizzata dalle donne più che maggiorenni, per concludere poi con un processo al porno, agli effetti devastanti che produrrebbe sulle persone e volgendo lo sguardo scandalizzato verso le donne adulte che consensualmente scelgono di vivere una sessualità vivace che viene bollata come “sesso bulimico”. Tra sesso bulimico e ninfomania non credo ci sia grande differenza. Di fondo credo che resista un pregiudizio e un giudizio paternalista per cui le donne “normali” dovrebbero fare sesso “non bulimico” e per “amore”. Non per soldi e non per il piacere di fare sesso in se’.

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La società innocente

Tra tante persone incontrate non ce n’è una (o quasi) che mi abbia detto “io no, non sono innocente“. Ho un difetto, una contraddizione, ho fatto una cattiva scelta. Il mondo scorre alla ricerca di questa purezza d’animo, la verginità morale, la mente candida, il cuore nobile, e non c’è un uomo o una donna che riveli un pezzo d’egoismo, un meccanismo perfido, un’intenzione distruttiva. Non c’è uomo o donna che dichiarino di essere semplicemente imperfetti e umani.

La corsa va nella direzione opposta, in Via del Sacro Intento, dove nulla è contestabile e semmai rintracci con chiarezza branchi di persone che accostandosi al martirio di una presunta, sedicente o reale vittima intende così guadagnarsi l’assoluzione da tutti i peccati. Tanti anni sono trascorsi e per quanto intorno a me scorga molte persone che si dicono laiche in realtà il loro modo di agire è quello che porta alla società che sorveglia e punisce, giudica e separa i buoni dai cattivi.

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#Gaza: la guerra è mancanza!

palestineseinguerraNon ho una notizia. Non sono a Gaza. Non sono uno di quei bambini che crepano sotto le bombe. Non vivo la colonizzazione, l’apartheid, la guerra. Sono arrabbiata e mi sento impotente. Provo a immaginare come deve essere e vorrei andare oltre la retorica e non so se sono in grado di farlo. Quando penso alla “guerra”, anche se oggi non credo sia di questo che a Gaza stiamo parlando, mi viene in mente la parola “mancanza”. Forse è un momento in cui ti manca tutto. Senza preavviso.

Ti mancano le cose, le tue cose, il tuo ossigeno, il tuo letto, la tua televisione, il tuo phon, i tuoi occhiali. Ti mancano gli assorbenti e penso al sangue che scorre lungo le gambe a fiotti perché le mestruazioni non seguono il tempo della guerra e della pace. Il sangue non si inibisce alla vista di altro sangue.

Ti mancano le culle perché le donne incinta prima o poi dovranno pur “sgravare”, come animali che non potranno fermare le doglie e proveranno a schivare i colpi senza interessarsi agli altri morti e proveranno a raggiungere un buco, un riparo, un appiglio per buttare il proprio figlio tra i detriti e i cadaveri. Ed è sicuro che rimarrà lì, ucciso alla vista di tanto orrore prima che per colpa dei proiettili.

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#Femminicidio come brand: l’industria della moda ci prova!

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Stavolta è il turno del mondo della moda milanese. Che fanno di bello? Rappresentano un’industria. E cosa fa un’industria? Vuole vendere. Ecco: quello che vedete è il capitale che fagocita i contenuti del brand femminicidio, perché le donne/vittime servono al capitalismo.

Il muro delle bambole, con dichiarazione apocalittica siglata dalle grandi firme della moda (e non solo), restituisce in pieno il senso di quel che già in altre occasioni abbiamo visto.

Ma dato che il mondo della moda espone significati e lotte che includono anche il mio sangue allora ecco due cose da dire a costoro.

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La “vittima” della violenza delle donne non esiste!

Francesca si sforzava, tutti i giorni, di certificare l’esser vittima di ogni donna, conoscente, estranea, con estese accuse a tutto il genere maschile, perché guai a mettere in discussione il fatto che le donne sono vittime, altrimenti fornisci una scusante a quelli che geneticamente sembrerebbero esser fatti per diventare carnefici.

Svolgeva un compito complesso, a modo suo eroico, non fosse per il fatto che sulla storia delle vittime femmine era venuto fuori un gran commercio. La vittima vende, è patrimonio del capitalismo, sollecita e legittima nuovamente il ruolo dei patriarchi (buoni) che rimestano nella memoria del cavalierato per recuperare un ruolo di genere che si sperava estinto, di fatto non c’è prodotto più prodotto che si venda meglio di una vittima, un volto con un occhio nero, uno spot con un uomo che dice forte e con aria severa “NO” e accanto a lui una povera fanciulla da salvare. Quello che un tempo era un riconoscimento per donne alle quali veniva negato il diritto di dirsi vittime di violenze oggi diventa l’attribuzione di uno status che assolve tutte e a volte fornisce una scusante alla foga forcaiola di certune.

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Critica della Vittima, il libro

Il pezzo che segue è l’introduzione al libro Critica della Vittima scritto da Daniele Giglioli per le edizioni Nottetempo. Sul sito della casa editrice trovate ancora altre pagine da leggere come assaggio di un testo che, vi assicuro, potrebbe interessarvi. Intanto buona lettura e se vi capita procuratevi questo libretto che merita.

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La vittima è l’eroe del nostro tempo. Essere vittime dà prestigio, impone ascolto, promette e promuove riconoscimento, attiva un potente generatore di identità, diritto, autostima. Immunizza da ogni critica, garantisce innocenza al di là di ogni ragionevole dubbio. Come potrebbe la vittima essere colpevole, e anzi responsabile di qualcosa? Non ha fatto, le è stato fatto. Non agisce, patisce. Nella vittima si articolano mancanza e rivendicazione, debolezza e pretesa, desiderio di avere e desiderio di essere. Non siamo ciò che facciamo, ma ciò che abbiamo subìto, ciò che possiamo perdere, ciò che ci hanno tolto.

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Identikit sessuato di una vittima di violenza

1173845_637278386291099_1286171987_nVe ne descrivo una, poi decidete voi se è una descrizione valida anche per altre persone che conoscete. Intanto questa vittima di cui parlo rutta, scorreggia, caga e piscia. Non è la madonna, non ha l’aureola, non è asessuata. E questa descrizione minima vale per chi pensa che le vittime bisognerebbe adorarle invece che ascoltarle, perché l’ascolto, effettivamente, è più impegnativo, costa fatica e se poi quella vittima parla ti rendi conto che non è una santa e smetti perfino di appassionarti alla sua vicenda. Perciò affinché certe strenue lottatrici contro la violenza sulle donne possano continuare la loro tenera e solidale attività serve che le vittime non proferiscano parola, così può essere mantenuta l’illusione di celestiali forme che parlano dicendo sempre la cosa giusta perché è loro obbligo quello di essere mostri di perfezione, coerenza e integrità.

Santificare la vittima di violenza togliendole umanità, desideri propri, è il modo migliore per sovradeterminarle e sostituirsi ad esse. A ogni sacerdotessa del tempio, d’altro canto, serve una icona muta, una statua di pietra, un quadro attaccato alla parete con una figura in nome della quale poter dire messa e regalare riti e estreme unzioni. Immaginate lo sconforto di queste volontarie dell’antiviolenza quando la vittima prende vita, parla senza chiedere il permesso e senza essere perfettamente in linea con le loro opinioni, dopodiché usa perfino quel linguaggio che la fa tanto umana.

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C’era una presentatrice che strumentalizzava la violenza per ottenere audience

Una volta fui invitata in una trasmissione televisiva, tempo fa. Mi dissero che si parlava di argomenti vari e che la mia presenza era utile perché sapevo cose, avevo fatto cose, avevo scritto cose. In camerino chiedono come sto, e io già non capisco, poi la presentatrice spara il fatto che voci di corridoio dicono che io avrei subito una violenza, però non ne parleremo, no no, è solo per fare due chiacchiere tra noi e darti la mia solidarietà, così dice la conduttrice. Invece arrivo alla postazione, mi siedo, e come avrei dovuto prevedere viene svenduto il mio privato al pubblico che attende dettagli morbosi sulla mia esistenza.

In camerino mi dicevi di aver sofferto tanto – esortava la presentatrice – e il pubblico puntava lo sguardo nella mia direzione sicché già la sola attesa di una mia risposta portò la trasmissione a punte altissime di share. So che non ti piace parlarne perché deve essere parecchio doloroso ma qui siamo tutti con te, guardate pubblico, diteglielo che siamo tutte con lei, fate sentire il vostro calore e affetto. E parte un applauso che avrebbe stuzzicato la vanità di chiunque. Chiunque meno che la mia. Sapete: ho studiato comunicazione, so esattamente quando e come viene usato un fenomeno da baraccone nelle trasmissioni televisive e so quando la persona invitata viene spogliata di dignità e perfino della facoltà di scegliere cosa dire perché quello che importa è fare audience e non c’è altro.

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Le “donne/vittime” servono al capitalismo (di braccialetti e amuleti vari)

Niente paura, non sei più sola, c’è il capitalismo umanizzato che ti vende – alla modica cifra di 25 euri al pezzo – un braccialetto salvavita. Lo indossi e sei bellerrima e felice. Sorridente, in estasi, manco t’avessero venduto una droga di quelle buone. Del lancio di questo nuovo prodotto “contro la violenza sulle donne” parla Enrica che ne svela legacci e retroscena. Alla faccenda pare sia legata quest’altra impresa con foto che tentano, non riuscendoci, di imitare i volti in fase di orgasmo dell’ultimo film di Lars Von Trier (erano meglio gli orgasmi). Retorica di destra, fedele all’ideologia vittimaria, che relega le donne alla posa di soggetti deboli che pur di stare al sicuro dovranno armarsi di pozioni e amuleti magici. Se mai la stessa impresa volesse “venderci” una spillina per salvarci dalla disoccupazione sarebbe il massimo: perché il “capitalismo dal volto umano” sfrutta l’ideologia vittimaria che è di per se’ una fabbrica di stereotipi e dispositivi di potere. Ti governo in nome del tuo essere vittima, io vendo in nome del tuo essere vittima, vendo gadgets, mi faccio prestare il volto di testimonial perché “donna” e “violenza sulle donne” sono un brand che vende perfettamente e il capitalismo investe su questi temi e non da ora.

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Del femminismo necrofilo e la “vittima” come modello sociale

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La donna sventrata, impiccata, martoriata, massacrata. Sui media la vedete in tutte le forme possibili e immaginabili. Per mano di commentatrici, blogger e social attiviste quei corpi vengono offerti poi alla folla eccitata che gode mentre spolpa un pezzetto della vittima. Oh, ci fossi stata io al suo posto, sembrano dire in tante. Avrei scritto un best seller e partecipato a mille trasmissioni tv, perché la vittima che sopravvive è l’affare del secolo. Dà lustro ai governi, ai media, ad ogni branco celebrativo e realizza un monito che sta per “i buoni sono questi qui” e tutti gli altri sono cattivi. Oh, se io fossi stato lì a immortalare quel momento, ripensa il fotoreporter, il videomaker, il “giornalista” che vive di macabre oscenità. Ci sono perfino i casi in cui le familiari, come la amabile cugina di Sarah Scazzi, non resistono alla tentazione di godere della beatificazione collettiva celebrata attraverso i media e in una totale dissociazione, per effetto translato, assumono il ruolo della sorella, mater, cugina dolorosa che regalerà al popolo un po’ del suo dolore.

Il femminismo necrofilo, carcerario, feticista del dolore, non disinnesca tutto questo, non decostruisce né sovverte questo immaginario, piuttosto lo alimenta e vi serve in tavola cimiteri, croci, posti a sedere vuoti, sagome simil polizia scientifica, marce in nome delle morte, lista dei cadaveri, giornata in memoria dei cadaveri, statue in memoria delle morte e libri, siti, video, convegni, seminari, racconti, in cui la vittima scompare come soggetto e viene riproposta come mito. Più sei morta e più vali. La violenza non è più una cosa che può succedere e che bisogna risolvere e superare per continuare a vivere. La violenza è quella cosa che ti dà valore. Tu vali perché sei una che ha subìto violenza e giacché lì risiede unicamente il tuo valore continuerai a vivere di una cultura di morte, ancorata al passato, invece che andare avanti e scrollarti di dosso il ruolo della vittima che è il più terribile che ci sia.

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