Non ho una notizia. Non sono a Gaza. Non sono uno di quei bambini che crepano sotto le bombe. Non vivo la colonizzazione, l’apartheid, la guerra. Sono arrabbiata e mi sento impotente. Provo a immaginare come deve essere e vorrei andare oltre la retorica e non so se sono in grado di farlo. Quando penso alla “guerra”, anche se oggi non credo sia di questo che a Gaza stiamo parlando, mi viene in mente la parola “mancanza”. Forse è un momento in cui ti manca tutto. Senza preavviso.
Ti mancano le cose, le tue cose, il tuo ossigeno, il tuo letto, la tua televisione, il tuo phon, i tuoi occhiali. Ti mancano gli assorbenti e penso al sangue che scorre lungo le gambe a fiotti perché le mestruazioni non seguono il tempo della guerra e della pace. Il sangue non si inibisce alla vista di altro sangue.
Ti mancano le culle perché le donne incinta prima o poi dovranno pur “sgravare”, come animali che non potranno fermare le doglie e proveranno a schivare i colpi senza interessarsi agli altri morti e proveranno a raggiungere un buco, un riparo, un appiglio per buttare il proprio figlio tra i detriti e i cadaveri. Ed è sicuro che rimarrà lì, ucciso alla vista di tanto orrore prima che per colpa dei proiettili.