Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze

Perché i single non possono adottare figli? Lottiamo affinché accada!

Serena ci racconta di una lunga e difficile battaglia che conducendo per un fine più che giusto, ovvero per rendere possibile l’adozione di figli a genitori single. Vi prego di leggere quanto ci scrive e di fare circolare il contenuto delle sue parole. Se ciascun@ di noi farà la propria parte forse riusciremo ad abbattere anche questo muro.

Questa lettera la dedico a tutte le donne che come me combattono per i diritti civili e per il rispetto della propria dignità. Mi chiamo Serena Caprio e quasi un anno fa ho intrapreso una battaglia per l’estensione delle adozioni alle persone singole, ma questa volta mi rivolgo anche alle coppie, ai single omosessuali perché ho capito che la legge va estesa a tutti coloro che consapevolmente e con amore decideranno di intraprendere il complicato percorso dell’adozione. Il 16 novembre 2018 ho tenuto insieme all’Onorevole Laura Ravetto una conferenza stampa alla Camera dei Deputati sulla proposta dell’Onorevole di estendere le adozioni anche single. Sono stata intervistata in radio e sono stata intevistata da alcuni giornali, ma la proposta di legge, purtroppo, è ferma e non viene calendarizzata perchè sia discussa alle Camere.

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Autodeterminazione, La posta di Eretica

Lei è incinta: e se vuole il figlio e lui invece no?

Qualche tempo fa sulla pagina facebook di Abbatto i Muri abbiamo pubblicato il messaggio di una persona che poneva una questione controversa: se due persone hanno un rapporto non protetto, o protetto ma per varie ragioni in ogni caso lei resta incinta, alla ragazza va garantita la sacrosanta libertà di scegliere se abortire oppure no. Il corpo è suo e lo gestisce lei e nessuno può sindacare o interferire con la sua scelta. Nessuno ha il diritto di farla sentire colpevole, nessuno può rifiutarsi di assisterla se a parte gli obiettori il presidio ospedaliero a cui si rivolge non ha altro personale. Si è sempre parlato di maternità responsabile e in questo blog abbiamo spesso parlato di questo. Ma se lui non vuole diventare padre e lei invece vuole continuare la gravidanza? Che succede?

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Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, Storie

L’ipotesi di una prole

Dal blog ericosìcarina:

Io non so se voglio avere figli. Ogni tanto me lo chiedo ma proprio non lo so.
Prima del trattamento ormonale ero fertile, i miei spermatozoi stavano bene e tutto quanto. Ho sempre creduto di no, che stessero male, un po’ agonizzanti come me, pigri e mezzi gobbi. Invece stavano proprio bene, mentre io stavo male, però loro stavano bene, così come altri organi del corpo stavano bene mentre io no, ero pigro e mezzo gobbo. Vabbè che lo sono ancora.
Questa imperturbabilità biologica è strana, un po’ strana, nemmeno troppo strana, è normale, niente di inusuale. E’ così che dev’essere la continuazione della specie.

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Affetti Liberi, Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze, Storie

I miei genitori: troppo poveri per separarsi

Lei scrive:

Ciao Eretica Car(A),
Non ho soldi per andare dallo psicologo. Non so con chi parlare. Ho tanto bisogno di dare un nome a quello che sto vivendo perché a volte mi sento risucchiata dalle mie stesse emozioni che mi immobilizzano. E il lavoro diventa un momento di sollievo, dall’oblio. Ho bisogno di fare chiarezza e ci provo scrivendoti.

I miei genitori si stanno separando.
Vorrei tirare un sospiro e dire semplicemente: Finalmente si separano. Perchè non si amavano più e il loro rapporto è stato sempre un continuo litigio, discussione, aggressione. Usando soprattutto me come parafulmine. Bugie e tradimenti ma soprattutto bugie che hanno custodito dentro di me. Io sono stata il contenitore delle loro menzogne, del peso del loro rapporto. Ero piccola, troppo piccola, ma già mi dicevano”non dirlo a tua madre”o “non dirlo a tuo padre”. E ancora oggi si innesca spesso lo stesso meccanismo e forse arreca troppo dolore per loro ammettere di sbagliare ma la loro omertà, l’orgoglio di essere stati in fondo dei bravi genitori e banalizzare i loro errori arreca tanto dolore a me. Cosa vorrei da loro? Vorrei che prendessero coscienza di ciò che hanno fatto di sbagliato, che mi chiedessero scusa, che non mi usassero quando hanno bisogno di me come un’amica e quando mi rimproverano invece torno a essere figlia. Vorrei che il loro senso di colpa non li facesse ricadere sempre nella stessa solfa. Vorrei che si emancipassero, dal loro vissuto, dai loro stessi familiari che li confinano sempre come vittime, che non li aiutano mai e creano solo barricate.

Invece non è cosi facile tirare un sospiro di sollievo. Perché nonostante le leggi che hanno semplificato e velocizzato la separazione rimane comunque difficile lasciarsi quando si è poveri. Quando si sono fatte scelte sbagliate, o quando sono state indotte da quegli avvoltoi che sono banche e servizi di prestito. Poveri da vendersi gli anelli di fidanzamento, questo prima di decidere di lasciarsi. Poveri che mi chiedono i soldi per comprare le sigarette e io glieli do senza mai chiedergli di restituirmeli. E io nonostante sia arrabbiata con loro per le manipolazioni, per i deliri, per le cattiverie che dicono, non posso non pensare che entrambi sono vittime. Vittime delle loro famiglie bigotte e moraliste.

Ma trovare un equilibrio è difficilissimo. Ho provato a contenerli, a negarmi. Ho provato a dirgli che non mi avrebbero mai più rivista e per un po’ non mi sono fatta sentire e vedere.
Eppure nonostante tutto in loro è rimasta quella sottile convinzione che i figli esistono per compiacere i genitori ed è un dovere prendersene cura.
Come si fa a gestire un genitore che non vuole ascoltarti ma soltanto metterti in testa i suoi pensieri rigidi, che ti loda quando scrivi qualcosa in cui si riconosce e cerca di spegnerti quando non gli va, quando si sente toccato profondamente.

Mi verrebbe da aprire il vaso di pandora e dirgli:
Voi non c’eravate quando sono stata violentata e non ve ne ho parlato, perché non siete in grado di ascoltare queste narrazioni, non c’eravate quando ho iniziato a drogarmi e nemmeno quando ne sono uscita, da sola. Non c’è stato un aiuto concreto nemmeno quando ero precaria, quando prendevo 500 euro al mese e ne pagavo metà per l’affitto. Non avete fatto nulla quando avevo attacchi di panico e pisciavo sangue e stavo malissimo. E non mi avete dato aiuto quando ho chiuso delle relazioni che andavano chiuse nonostante il vostro sogno inatteso di diventare nonni. Io tutte queste cose che sembrano far parte di mille vite e invece sono esperienze concentrate tutte dentro di me, nella mia anima, nelle cellule del mio corpo le ho vissute da sola. E sapete una cosa? E’ stato giusto così.

Perché:
Non ti salva nessuno. Ci si salva da soli. Puoi trovare, solo se li sai cogliere, degli stimoli che ti aiutano a prendere coscienza che l’essere umano è fatto di tanti sentimenti, che si è felici a momenti e che quando si vivono questi momenti non si dovrebbe mai pensare ”vorrei essere sempre felice come ora” perché non sarà possibile. Perché per arrivare a tanta felicità si attraversa spesso tanta sofferenza e che la sofferenza è spesso portata dai vuoti affettivi, così si pensa ”voglio essere amato, desidero amore“ usando l’amore come una sostanza stupefacente e le persone diventano gli oggetti del tuo bisogno profondo quanto una voragine. Un vuoto che non sarà mai colmabile perché creato dalle paure, debolezze, frustrazioni. Cos’ha a che fare la paura con l’amore? Nulla. Si chiede amore al mondo, un modo di cui non ci si sente parte, un mondo malvagio, freddo e crudele a cui non diamo nulla perché non se lo merita e io tanto tempo fa, mi pare in un‘altra vita, pensavo di non meritarmelo.

Sono lì, accanto al mio ragazzo sul divano e inizio a pensare a loro, mi allontano, vado oltre e sono grigia come le preoccupazioni che mi attanagliano. Inizio a pensare a loro alle cose dette, alla rabbia, a cosa poter fare per aiutarli e il mio tempo se ne va, le mie energie se ne vanno e io mi ritrovo stanca, stressata. Possibile che non posso godere della mia felicità senza ricatti? Possibile che devo fare da balia, possibile che quel poco che mi hanno dato non è mai stato un dono, non è stato amore se lo si usa contro di me.

Addosso mi viene cucita la colpa di essere nata, dei loro debiti. Ma queste cose non vengono dette come le scrivo, sono più sottili, striscianti. Tipo “ho fatto tanti sacrifici per la famiglia”. Ripetuto cento, mille volte e non è mai abbastanza il mio grazie. Grazie, grazie grazie, grazie, grazie grazie, grazie grazie, grazie, grazie grazie, grazie.
Grazie che sono nata, che mi hai messa al mondo, che mi hai nutrita e vestita grazie che mi hai fatta sentire in colpa di esistere. Grazie.

Se doni amore lo hai donato. Punto. E’ un regalo. Se ricatti l’altra persona per ciò che le hai donato, non è ne’ più un regalo ne’ tanto meno amore. E’ la tua anima piena di paura di vivere. E la tua paura si trasforma in prepotenza.
“Chi ci terrorizza si ammala di terrore”. Ecco io penso che la paura sia una delle emozioni più paralizzanti e contaminanti che esistono.
E se fossero fatti solo di paura probabilmente li avrei già eliminati dalla mia vita invece hanno tanta poesia dentro e vorrei che abbattessero i loro muri interiori per farla esplodere dentro e fuori di sé.

Cosa fare quando in qualche modo, quella che è stata anche la tua storia, la storia del tuo nucleo familiare viene risucchiata dai compro oro? Quando c’è delirio, disperazione e possiamo raccontarcela all’infinito ma ciò che realmente aiuterebbe i miei genitori è una situazione economica che gli permetta di emanciparsi e finalmente a separasi senza essere costretti a vivere sotto lo stesso tetto?

Un abbraccio fortissimo ❤

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, R-Esistenze, Sessualità, Violenza

Essere transgender non è doloroso, se i genitori sono con te

L*i è un bambin@ transgender. Ama indossare un vestitino viola, viene pres@ in giro a scuola e il padre non l@ capisce granché, o forse è preoccupato per l*i, perché vederl@ sfottut@ e isolat@ fa veramente male. Madre e padre hanno due modi diversi per difenderl@. Lui vorrebbe che l*i si comportasse da maschio e lei vorrebbe che l*i si sentisse liber@ di fare quel che vuole. La conclusione è che se ti preoccupi più per la tua reputazione che per la felicità di tu@ figli@ forse devi mettere in discussione il fatto che tu sia in grado di amare. Buona visione.

Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze, Violenza

Se fossi madre di uno stupratore

Se fossi la madre di un ragazzo che ha stuprato una tredicenne mi porrei seri problemi su quel che è stata la sua educazione. Mi guarderei indietro e analizzerei, con attenzione, ogni momento in cui, anche per errore, gli ho fatto credere che quel comportamento fosse corretto. Se fossi madre di uno stupratore non oserei dare la responsabilità alle ragazzine e non le chiamerei mai “puttanelle”. Non mi permetterei di giustificare mio figlio attribuendo le sue cattive azioni alla tecnologia, alle scene porno, alle cattive amicizie. Lo interrogherei e vorrei sapere quando, in che precisa circostanza, lui ha deciso che stuprare una coetanea fosse giusto.

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Antiautoritarismo, Critica femminista, R-Esistenze, Violenza

Madre uccide il figlio: meglio morto che in affido al padre?

“L’ho ucciso perché me lo vogliono portare via” – così Deborah Calamai giustifica il fatto di aver ucciso il figlio, Simone Forconi, 13 anni, prima che venisse a prenderlo il nonno paterno per fargli trascorrere il natale assieme al padre. Lo ha inseguito, accoltellato, fino a farlo morire. I media sono pronti a offrire letture giustificazioniste: raptus, stress da separazione. Nessuno parla del motivo reale che talvolta, quest’anno in realtà abbastanza spesso, spinge una donna ad uccidere il proprio figlio. Cultura del possesso, sei mio e di nessun altro, la totale assenza di aiuto preventivo, nei confronti dei genitori, quando spinti da violenza e rapporto morboso con i figli.

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Acchiappa Mostri, Antiautoritarismo, Comunicazione, Critica femminista, Violenza

Assassini per cultura del possesso e fobia per i padri

femminicidio

Avete presente shock economy? E’ un libro e un documentario che parlano della maniera in cui uno shock, un evento traumatico, difficile da accettare, lascia le persone in balìa di autoritarismi che possono incidere negativamente sul piano economico e sociale. Lo stesso avviene quando un evento di cronaca, un fatto molto violento, in special modo se riguarda i bambini, induce indignazione, coinvolge emotivamente. La principale reazione è la perdita di lucidità, come fosse un lifting che appiattisce le rughe mentali, quelle che ti sei guadagnat@ con la maturità e l’esperienza, e con quelle perdi la capacità di guardare laicamente alla complessità, perdi l’empatia, la visione d’insieme, la capacità di sintesi, la funzione associativa, e quel che resta è la rabbia cieca e una gran voglia di affidarsi a regole forti, autoritarismi, linciaggi collettivi, uomini forti, tutori che attenuino le fobie e risolvano il problema alla radice.

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MenoePausa

Di quelle mamme attaccate a facebook…

Fila dal dottore. C’ho le vampate. Mi devono dire se è pre-menopausa, se è menopausa conclamata, se mi va a fuoco la testa perché ho pensieri troppo hot o rivoluzionari. Non so che altro. In ogni caso ho da chiedere una montagna di informazioni. Mi porto dietro un cruciverba. Finisce che coinvolgo due o tre persone vicine, tra cui una signora rumena che mi dice un paio di notizie di cui non avevo proprio idea. Arriva la signorotta del quartiere, con tanto di passeggino allegato che pare un’arma di distruzione di massa. Il figlio che sta dentro è l’optional. Il bimbo è già in età da camminamento, ricordo che il passeggino nella mia infanzia era una specie di sdraio da mare in miniatura e con le ruote e due manubri. Oggi puoi metterci dentro i bagagli per partire per una settimana.

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Affido condiviso, Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Genitori separati

Il genitore a incastro

Mettiamo caso che una coppia ha cresciuto un figlio. Non importa se siano mamma e papà, mamma e mamma, papà e papà, in ogni caso genitori. Poi si separano e quel figlio viene affidato in maniera prevalente ad uno dei due adulti ché poi in genere è quell@ che decide quali sono i tempi, i modi, i ritmi, le abitudini del figlio. E’ sulla base di quei ritmi, tempi, eccetera che si deciderà quando e come l’altro adulto potrà vedere il bimbo. C’è un primo genitore e poi un altro che è ad incastro, perciò lo chiameremo Genitore-A-Incastro da ora in poi, ché lei/lui si incastra a seconda delle esigenze, si adatta, non già ai tempi del bambino ma a quelli dell’altro adulto.

Un Genitore-A-Incastro, come dice la definizione stessa, si incastra nei buchi rimanenti, è funzionale, ci sei quando mi serve e se non concilia con la mia vita è di disturbo. Che palle organizzarmi per mollare il figlio, stare ad attendere il suo ritorno, perché se resta qui con me è tutto molto più semplice. Davvero lo è molto di più.

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Malafemmina

Complice dei bambini

I bambini volano sulla spiaggia. Se il mare è quieto si rincorrono sulla riva, poi si tuffano, poi tornano e poi ancora si rituffano. Quasi che l’acqua fosse vissuta come una trasgressione perché i genitori stanno lì a dire che devono uscire fuori “esci dall’acqua, Marco”, “sbrigati a uscire dall’acqua, Silvia”, ed esci di qua, sbrigati di là, il mare è la più grande trasgressione che ci sia.

Spesso non è reale preoccupazione perché quando i bimbi sono con me, con la dovuta protezione e sicurezza, stanno in acqua quanto vogliono. E’ che ai genitori fondamentalmente scoccia stare lì a giocare con i figli o non hanno voglia neppure di lanciare uno sguardo nella loro direzione ogni tanto.

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Culture, Precarietà, R-Esistenze, Storie

Il mio compagno

Il mio compagno è un vero uomo. Cucina, lava i piatti, fa il bucato nella lavatrice e spolvera mille volte meglio di come posso fare io. E’ lui che fa la spesa, sceglie i prodotti sulla base del rapporto prezzo/qualità, si industria per risparmiare e ogni fine settimana si mette a impastare la farina, mentre guarda la partita di calcio, perché così cucina il pane che ci serve per tutta la settimana.

Il mio compagno fa l’operaio, finché dura, con questi tempi di crisi e la precarietà che incombe, mette tutti i suoi guadagni a servizio della sua famiglia ed è forte, fatica tutto il giorno e fa un doppio lavoro che riesce a conciliare male, come riesco a conciliarlo male anch’io. Ma lui ha più pazienza e fa una cosa per volta, mentre io sono frettolosa e quando decido di risistemare sono approssimativa e in effetti ho altre priorità.

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FinchéMorteNonViSepari

La separazione

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La prima notte non è mai una bella notte dopo che hai dichiarato un fallimento e sei tornata sui tuoi passi. Rivedersi, rimettersi in discussione. Credo che poche volte capiti ad una ragazza di quell’età, con quella frequenza e quell’intensità, così come capitò a me.

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FinchéMorteNonViSepari

Hai visto cosa hai fatto?

Faceva freddo e il bambino voleva prendersi la pioggia. La mamma lo strattonava per portarlo al caldo. Nel mezzo c’era la strada, bagnata, scivolosa. Il bambino si blocca di colpo, non vuole andare avanti e la madre scivola e si fa abbastanza male.

Si tira su, recupera dignità, pezzi di culo spiaccicati qui e là, cerca di asciugare la gonna che è macchiata di cemento e fango e poi come se fosse la più naturale soluzione alla faccenda molla uno schiaffo al bimbo e dice “hai visto cosa hai fatto? e ora cammina e sta zitto!“. E poi “e ora non piangere, smettila di lamentarti“.

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FinchéMorteNonViSepari

Il senso pratico e lo Stato che non c’è

Continuo da qui.

Stavolta separarmi fu più complicato. Ero da sola e fu mia madre che bussò all’alba ben due giorni dopo. Le urla, il vicinato, qualcuno glielo aveva detto. “Se non torni a casa non posso aiutarti” e posò un sacco della spesa sopra il tavolo. “Tuo padre non sa niente e quando lo saprà vorrà sapere perché non sei venuta a casa…“. Mi sorprendeva sempre quella donna. Un perfetto ufficiale in seconda con l’intenzione di far marciare la truppa dritto fino alla meta.

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