Proprio stanotte ho finito di leggere “Come uccidere il padre” di Eva Cantarella, che non è di certo un libro sui mille modi di ammazzare un padre, anzi. E’ una traccia storica, dalla romanità ai giorni nostri, su come si sia evoluta culturalmente e legislativamente la questione del rapporto tra padri e figli (e mogli). Ve la faccio breve (ma vi invito a leggere il libro che è veramente interessante): il pater familias poteva tutto. Poteva ammazzare o vendere i figli.
Poteva stabilire con chi un figlio dovesse sposarsi, poteva gestire il potere patrimoniale per sempre e non c’era un diritto ereditario consono al punto che per molti anni ci furono moltissimi episodi di parricidio per questioni economiche. Via via che la legislazione cambiava c’era sempre chi poneva un freno dicendo che tutti quei progressi stavano mettendo in crisi la “famiglia tradizionale”, al punto che, ancora oggi, nonostante il cambiamento sostanziale dei rapporti familiari ottenuti con la detronizzazione del pater familias e della sua patria potestà nel 1975, ci sono rigurgiti culturali che portano a episodi di machismo e violenze sempre dirette nei confronti delle donne, spesso considerate ancora come proprietà, e nei confronti dei figli.
I dialoghi diventano difficili quando il padre presume di poter addebitare tutti i problemi del mondo alla sua perdita di potere. Non so se questo spiega o c’entri con la lettera che segue ma è una potente chiave di lettura che andrebbe accompagnata ad ulteriori analisi sociologiche e antropologiche.
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