Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, Femministese, Personale/Politico, R-Esistenze

Ancora sul femminismo bottegaio: non resterò in silenzio!

Qualcun@ dice che io dovrei tacere. Pare che ci sia uno speciale luogo in cui si rilasciano patentini di femminismo e di capacità di analisi sulla violenza di genere. Gente che ti dà bacchettate sulle mani mica piccole. Se non sei d’accordo con loro tu sei finita. Gente che vorrebbe mettere a tacere alcune donne, in nome delle donne.

Anche di questo è fatto il femminismo italiano. Ripicche, risentimenti che si protraggono all’infinito, protagonismi, illazioni, a volte vere e proprie calunnie. Gente che demonizza le versioni critiche perché da sempre, qui in Italia, quella che parla un linguaggio diverso viene definita una nemica, una criminale, una che rema contro le donne in nome delle quali, invece, giusto un branco, quello appartenente al femminismo egemone che vuole accaparrarsi l’intero monopolio della storia,  sarebbe dalla parte giusta.

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Comunicazione, Critica femminista, R-Esistenze, Violenza

#25N e sorelle Mirabal – Cosa c’entra il femminismo con lo Stato?

1509011_736897646377398_5871276460167409454_nDa Incroci De-Generi:

Non possiamo che essere contente che sia finita la sfiancante giornata del 25 novembre. In tante, infatti, non ne potevamo più di veder girare sui media e sui social network spose insanguintate, donne pestate, bocche cucite, addirittura icone dei cartoni animati ritoccate con lividi e occhi pesti, segno dell‘ orrido e macabro senso di estetica della violenza alla quale vorrebbero abituarci. Non ne potevamo più perché ci ha nauseato questo raccapricciante e mortifero gusto per l’orrido e per il macabro, ma soprattutto perché ci disgusta ancora di più il rovesciamento di senso che questa giornata cerca di operare sulle questioni per noi importanti. Ma cosa c‘entra il femminismo con lo stato? cosa c‘ entra il femminismo con le Nazioni Unite? ripassiamo un attimo di storia.

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L’antiviolenza ministeriale in video: “Non aprite quella porta!”

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Breve analisi della comunicazione contenuta nel video “Metamorfosi. Non mi devi chiamare amore“: è una colossale cagata!

Il cortometraggio è stato presentato dal ministero Angelino Alfano e dalla consigliera sulle problematiche legate al femminicidio Isabella Rauti in occasione del summit informale dei ministri dell’Interno europei.

Data la fonte non mi sorprende per niente. Produco un commento, il più possibile, pacato:

– il video si apre con la voce di un uomo, il paternalista, il soccorritore, il salvatore, che invita la donna, soggetto debole, con immancabile livido all’occhio e aria da sconfitta, a denunciare.

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#Antiviolenza, stalking e carcerazione preventiva: la galera non è una soluzione!

Per fortuna c’è Il Garantista e Angela Azzaro che raccontano un’altra storia a proposito delle misure cautelari per gli accusati di stalking. Perché stiamo parlando di accusati, in attesa di giudizio, e a me continua a sembrare grave il fatto che le donne impegnate nella lotta contro la violenza ritengano corretto adoperare la carcerazione preventiva per salvare le donne dagli abusi.

Un accusato di stalking non è un condannato e se siamo noi, le donne, che come sempre lasciamo che lo Stato sottragga diritti a tutti noi in nome delle donne, legittimando un istituto liberticida, stiamo prestando il fianco ad una modalità repressiva e ad una tendenza giustizialista e carceraria grazie alla quale si reputa colpevole qualcuno già solo dall’accusa.

Non funziona così. Un’accusa non può essere in generale il pretesto per prestare il fianco a tendenza forcaiole, perché si è innocenti fino a condanna e la presunzione di innocenza vale per chiunque. Tra l’altro trovo che questo ragionamento si presti a quella modalità istituzionale che sceglie la repressione, il duro braccio della legge, il paternalismo come soluzione, evitando accuratamente di parlare di prevenzione e di valorizzare l’esperienza delle donne in fatto di antiviolenza.

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#StatiUniti: stragisti armati, giustizialismo, industria delle armi

Un aggiornamento a proposito della discussione sulla strage compiuta dal misogino Elliot Rodger. Già sintetizzavo il dibattito che avviene negli Stati Uniti e concludevo con una ovvietà che dall’esterno riesce immediatamente visibile: tanto scontrarsi tra uomini e donne, ciascuno a strumentalizzare in modo diverso quello che è successo per attribuire la colpa all’altr@, finisce per tornare utile a chi vuole spostare la discussione da una questione centrale che riguarda tante altre stragi già avvenute negli U.s.a. Agli americani puoi dire tutto ma non puoi toccargli il “diritto costituzionale” a possedere un’arma. Quello è un commercio che non si tocca. Non si tocca la lobby delle armi così come in generale non si tocca l’industria repressiva alla far west. In questo non c’è destra o sinistra che tenga: sono tutti e tutte d’accordo. Proposte timidamente avanzate in sede istituzionale vengono bocciate prima ancora che vengano messe in discussione. E gli argomenti che si tirano fuori sono sempre gli stessi, non ultimo quello, di stampo meramente patriarcale, per cui i padri e le madri di famiglia hanno il diritto a tenere un’arma in casa per proteggere, nell’ordine, la proprietà, i beni, i figli e le figlie. Complice di questi ragionamenti è la propaganda razzista da sempre lì a raccontare che gli italiani, i neri, i gialli, i rossi, latinoamericani, arabi, africani, europei, quelli armati di frecce o di lupare, di mitra o di coltelli, comunque i poveri, non fanno altro che progettare assalti nelle case per stuprare le loro donne, rubare i loro beni eccetera eccetera, per quanto i figli alla Elliot Rodger, bianco, ricco, siano fuori dai cliché razzisti e classisti.

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Come l’attivismo anti-violenza mi ha spinto a diventare un’abolizionista del carcere

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Da Incroci De-Generi:

Traduzione di un articolo di Beth E. Richie apparso su The feminist wire

La scelta di tradurre e pubblicare questo articolo è motivata in larga misura dallo stato in cui versa il femminismo bianco, liberale e borghese, italiano e non solo. Pur nella specificità e nella diversità dei contesti cui Beth Richie fa riferimento, l’approccio del femminismo nero alla violenza offre indicazioni di analisi e di metodo molto più complesse e complete, pressocchè ignorate non solo in Italia, ma più generalmente in Europa, da quel femminismo bianco liberal-borghese che ha monopolizzato il dibattito, impoverendolo e spostandolo a destra. Quest’ultimo, infatti, è stato ridotto ad un essenzialismo vaginale che mistifica la realtà, sorvola sulle numerose disuguaglianze che strutturano gerarchie di potere fra le donne stesse, invoca un ricorso sempre più massiccio alla logica della carcerabilità e tace sulla violenza che anche lo stato perpetua contro le donne, in particolare quelle non europee, appartenenti alle classi sociali medio-basse e non conformi al genere. Ben lungi da ogni tentativo di appropriazione culturale, ma riconoscendo e sottolineando il grande contributo del femminismo nero allo sviluppo di una teoria e di una prassi intersezionale di cui si avverte estremo bisogno anche fuori dai confini d’America, con questa traduzione si vuole invitare a riflettere sulle costanti che si possono individuare tra le cosiddette politiche anti-violenza americane analizzate da Richie e quelle in atto in Italia ed in gran parte dell’Europa.

Buona lettura

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Antiautoritarismo, Autodeterminazione, R-Esistenze

Giochi istituzionali: svuota le galere, riempi le galere!

Esigiamo le aggravanti, no, svuotiamo le galere. Mettiamo in carcere anche quelli che si fanno una canna. No, abbiamo scherzato. Rinchiudiamo gli immigrati. No, tanto non serve. Sono poveri, disgraziati, è come fossero in carcere anche senza quelle sbarre. Facciamo che ci siano meno galere. No, invece propagandiamo la privatizzazione delle carceri perché si sa: c’è l’emergenza affollamento nelle celle.

L’ipocrisia massima che si celebra in un paese nel quale intanto bisognerebbe cominciare a cancellare la Bossi/Fini o la Fini/Giovanardi.

La maggioranza di governo, quella che sposa appieno un modello securitario, ieri aggravava le leggi su questo e quello e ti piazzava braccialetti elettronici anche per “evadere” dagli obblighi familiari, oggi racconta soluzioni civili che saranno vanificate tempo un soffio di vento se le leggi che mandano in galera la gente non vengono cancellate e/o modificate.

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Le deputate offese che non trovano altre “parole per dire”…

MjAxNC00NmZhMDg2Mzc5NzBjMDMydi Natalina Lodato

Vorrei soffermarmi ancora rispetto alla vicenda delle deputate Pd che hanno presentato denuncia, come ormai noto, contro il collega grillino. Parto dal presupposto che hanno fatto benissimo a rendere noto il contenuto delle offese di cui denunciano di essere state oggetto. A trovare sbagliato e fuori luogo è invece, a mio giudizio, il rifugiarsi all’ombra del penale da parte delle sette deputate PD.

Ogni donna sa bene quanto sia comune il tentativo di metterci a tacere, di rimetterci al nostro posto da parte maschile (ma non solo) chiamando in causa la nostra corporeità, per cui o è un “taci-vecchia -culona-racchia-intrombabile” o uno “stai- zitta-troia-che-se-sei -lì- é-perché- hai- dato-via-tutti-gli-orifizi“. Questo vale per tutti i contesti e gli ambiti di una sfera pubblica che si è costruita a partire dall’esclusione delle donne, ricondotte unicamente a natura e poco altro. D’altra parte il sessismo è una pappa omogeneizzata, un brodo di coltura di cui si è nutrito a lungo anche l’antiberlusconismo. Siamo oneste, quante volte dalla base a salire, abbiamo sentito dire più o meno velatamente quanto De Rosa avrebbe detto alle deputate piddine delle Santanché, delle Carfagne e delle altre donne del partito di Berlusconi? Quante volte, quando abbiamo provato a dire alle donne che esternavano questi enunciati che erano sessiste peggio degli uomini, ci siamo sentite rispondere candidamente: “Ma perché? è la verità!“.

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#DeputatePd contro #M5S: davvero la querela infonde antisessismo?

Sono sette le deputate (e i deputati?) che hanno denunciato per ingiuria il parlamentare dell’M5S che si difende sostenendo di aver detto altro. Dato che l’ingiuria si sarebbe compiuta in presenza di più persone ci sono anche le circostanze aggravanti. Dunque, facendo un calcolo rapido, a meno che non facciano lo sconto famiglia cumulativo, si somma la pena prevista ripetuta per sette che in totale dovrebbe fare dai 5 (più o meno) ai 7 anni di carcere più un tot di migliaia di euro di risarcimento. Una delle deputate ha dichiarato che la querela sarebbe “simbolica” ma nella pena conseguente di simbolico direi che non c’è proprio nulla. Quel che io vedo è semplicemente l’uso della denuncia che sposta una discussione politica e culturale su un piano repressivo e penale. Quel che vedo è un gruppo di donne che non ha altri strumenti, controculturali, per sovvertire, disinnescare e ribaltare quell’offesa al punto da dover ripiegare su una richiesta di tutela che poi finisce semplicemente per esprimere un “attenti a voi, se non vi comportate bene, vi mandiamo la guardia a punirvi“. Questo, secondo la vostra opinione, risolve il sessismo? Insegna o cambierà qualcosa?

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L’antiviolenza istituzionale e il femminismo carcerario

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Io non so se ricordate com’era la discussione sull’antiviolenza fino a un po’ di anni fa. Vivace, certo, come sempre, ma mentre a Bologna le Sexyshock parlavano di spazi liberati, le macho free zone, con la mappatura delle zone “sicure”, l’attraversamento delle città, la campagna che raccontava come securitarismi, zone rosa, blindature e ronde non servissero a niente e mentre si organizzava la grande manifestazione contro la violenza sulle donne del 2007 a cura del movimento Sommosse, caratterizzata proprio dal rifiuto del securitarismo, con un ragionamento che intendeva ribellarsi alle speculazioni e strumentalizzazioni fatte da Lega, Pdl e Pd a proposito di “sicurezza”, anti-immigrazione, con un No deciso al pacchetto sicurezza di allora in cui si parlava di stupri e stranieri nello stesso capitolo normativo, noi dicevamo che non ci interessava più galera, le aggravanti, le ronde, e tutta la retorica che elevava la soglia del danno sulla persona a seconda del fatto che quel danno ti veniva inferto da una mano bianca, nera, povera, e poi la riduceva quando c’era (e c’è) di mezzo un militare, un tutore di quelli intoccabili che giammai andavano stigmatizzati perché in quel caso tutto il castello di balle raccontate crollava miseramente.

sciaccaInsomma, il ragionamento era lo stesso di mille altre volte: non si faceva una discussione reale sulla violenza tenendo conto delle istanze che arrivavano dal basso. Si calava dall’alto una visione delle cose che corrispondeva a partiti e governi. Nulla di più e nulla di meno. Pd e sue pari provarono a cavalcare la faccenda, finanche rubando la scena, il microfono, immaginando di parlare a nome delle altre, però non ci riuscirono. Furono malamente cacciate e dunque si urlò allo scandalo, dissero che le ragazze in piazza, e il numero si aggirò sulle 150.000, erano violente. Da lì iniziò il percorso di invisibilizzazione e criminalizzazione dei femminismi autodeterminati e non filo/istituzionali. Pd e partiti vari cavalcarono la storia della tutela del corpodelledonne e dopo un po’ vedevi magliette rosa targate Snoq, a cura di una Snoq ora separata dal resto dei comitati cittadini, indosso a calciatori fascisti. Parole d’ordine divennero “indignazione” e “dignità” a sostituzione di ribellione e libertà. Noi eravamo diventate nemiche giurate perché allora, come adesso, la galera ci stava stretta, combattevamo per raccontare una battaglia anche antirazzista, antisecuritaria e quel che abbiamo sempre detto è che rivendicare libertà non significava decisamente chiedere più galera per qualcun@.

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Copiose manciate di fumo negli occhi. Riflessioni sulla Francia e l’aborto

ManoGabbia_480Da Incroci de-Generi:

La notizia della recente riforma della normativa che in Francia regola l’aborto legale sta sollecitando in Italia entusiasmi un po’ troppo facili, a parere di chi scrive. Innanzitutto, l’aborto in Francia era già legale e permesso a tutte coloro che si trovassero in una situazione di sofferenza a causa del loro stato. Una clausola oltremodo vaga e facilmente aggirabile, che non sappiamo quanto  fosse di ostacolo concreto a coloro che volessero abortire, probabilmente non più di quanto lo sia l’obiezione di coscienza in Italia. Non mi risulta – ma forse è solo mia ignoranza – che in Francia, al di là delle recenti manifestazioni di solidarietà per le spagnole, ci fossero mobilitazioni per una riforma della legge sull’interruzione di gravidanza. Mi risulta però che le sex workers sono ancora in strada a protestare contro la recente legge abolizionista che le riguarda e a rivendicare il loro diritto all’autodeterminazione, inascoltate tanto dal governo francese quanto dalla ministra per i diritti della donne Najat Vallaud-Belkacem. All’improvviso, dopo una legge abolizionista, veniamo a conoscenza di questa riforma che molto semplicemente cancella una clausola e la sostituisce con un’altra: l’aborto sarà permesso a tutte le donne incinta che non vogliono portare a termine una gravidanza. Una modifica formale, dunque, che non sappiamo quanto inciderà sulla sostanza. Un po’ troppo poco per festeggiare la piena conquista della libertà di scelta, anche perché una conquista è frutto di una lotta e non di una disposizione calata, ex abrupto, dall’alto.

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