Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze

Sesso tra moglie e marito? Secondo la legge è un dovere!

Questo è un commento lasciato da un uomo sotto un post in cui si parlava di violenza contro una donna. Quello che lui ci dice praticamente corrisponde alla mentalità maschilista secondo cui una donna non può mai dire di No ad un uomo in special modo se l’ha sposato. La cosa oscena di queste convinzioni è che purtroppo corrispondono all’effettiva interpretazione della legge (vedi sentenze passate e recenti) e in particolare dell’articolo 143 del Codice Civile che parla di obbligo di assistenza morale tra coniugi. Sostanzialmente se ti rifiuti di fare sesso con tuo marito e questo rifiuto non ha una “giusta causa” (tipo che devi essere come minimo moribonda) allora lui può chiedere la separazione con addebito. Vale a dire che il rifiuto da parte tua ha un costo in denaro e che il tuo divorzio sarà segnato dalla tua “colpa” di aver rifiutato di fare sesso con tuo marito.

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Perché non ho mai lasciato il mio papà violento

Lei scrive:

Mio padre mi leggeva I Miserabili per darmi la buonanotte. Il giorno dopo mi tirava addosso ogni cosa perché si era arrabbiato per niente. In casa mia era lui ad avere le mestruazioni, tanto per usare uno stereotipo sessista che etichetta le donne come suscettibili dei rapidi cambiamenti d’umore. Esistono tanti uomini che invece li hanno, i cambiamenti d’umore, ed è difficile separare i sentimenti di odio e amore che suscitano in eguale misura.

Si dice che i padri violenti non devono stare con i figli. Ma se i figli vogliono stare con loro? Io da piccola l’ho subìto, questo è vero, ma da grande ho scelto di stare con lui, pur conoscendo le sue paranoie, le sue incoerenze. Sentivo che aveva molto da insegnarmi e in effetti l’ha fatto. Quando si smette di essere adolescenti si guarda un genitore come persona, non per compatirlo ma perché quello che fa e dice è più facilmente comprensibile.

Quando mia madre è morta di infarto all’età di 40 anni non mi restava che lui, un uomo tutt’altro che solido. Pieno di contraddizioni e debolezze. Ma so che ha fatto del suo meglio e l’ho apprezzato per questo. In cuor suo mi ha amata e lo dimostrava quando era un po’ più lucido. Lui soffriva di attacchi di ansia fin da bambino. Veniva picchiato dalla madre se non tornava a casa con un pezzo di pane. Ha fatto di tutto pur di sopravvivere in un dopoguerra disastroso che ha massacrato e impoverito molte persone.

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I figli non possono stare con uomini che fanno violenza sulle loro madri

Lei scrive:

Mamma, ho preso la materia con 28…” – sono state queste le ultime parole che ho potuto dire a mia madre prima che morisse. Non le ho detto “ti voglio bene” o “sei una grande donna”. Le ho solo detto di aver preso 28 e lei era contenta. Un attimo dopo mio padre, divorziato da mia madre da dieci anni e denunciato varie volte per minacce e abusi, è riuscito a entrare in casa nostra ed è cominciato il litigio. Ho sentito le urla al telefono ed ero atterrita, paralizzata dalla paura. Non sono riuscita a muovere un passo o a smettere di ascoltare e chiamare la polizia. Quello che so è che ad un certo punto la voce di mia madre si è spenta e mio padre ha cominciato a singhiozzare e a dire cose tipo “è colpa tua… sei stata tu“.

Questo è successo molti anni fa ma non posso smettere di pensarci e di certo non posso perdonare mio padre che padre per me non è mai stato. Si vantava di pensare a sua figlia, ma se avesse davvero pensato a me non mi avrebbe portato via la mia mamma, il mio pilastro, il mio più grande punto di riferimento. Mio padre è andato in carcere anche grazie alla mia testimonianza. Inizialmente ha detto che lei era scivolata ma è morta per le botte e per strangolamento. Una caduta non può giustificare tutto questo. Ma mi fa male pensare che lui ci abbia provato, da vigliacco qual è sempre stato ha provato a negare. Poi, al processo, non riusciva a guardarmi negli occhi e quando ho raccontato di tutte le sofferenze che ha fatto patire a mia madre si vedeva che era contrariato. In cuor suo continuava a pensare che lui non aveva colpe. D’altronde le testimonianze delle mie zie e dei nonni lo hanno discolpato di tutto.

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A proposito di madri Vs ChildFree

Lei scrive:

Cara Eretica, qualche tempo fa si parlava dell’annosa questione “mamme vs childfree”.

È da un po’ che rifletto su questo e sono convinta che fare la guerra alle madri non ci aiuterà mai nell’essere accettati come cf, perché tanto loro quanto noi siamo frutto della stessa mentalità maschilista.
Non è contro le madri che dobbiamo alzare la voce, non è con loro che dobbiamo prendercela.

Di recente ho avuto una conversazione inaspettata e, a parer mio, molto interessante con una mia collega.
Lei ha due bambini, è una donna che si impegna nel suo lavoro e che sta cercando di crescere i figli al meglio delle sue possibilità.

Premetto che conosce le mie posizioni cf e che non mi ha mai giudicata per questo.
Quel giorno stavamo lavorando su un articolo da pubblicare (ci occupiamo di linguistica) in cui si indagano le spie del maschilismo viste attraverso la lente della lingua italiana, che ovviamente riflette la società che l’ha generata e che la usa, come qualsiasi altra lingua del mondo.

Io stavo valutando la possibilità di tradurre l’articolo anche in inglese e lei mi ha detto di non avere il tempo di farlo.
Le ho risposto che non era assolutamente un problema perché avrei potuto occuparmene io insieme ai nostri colleghi di lingua inglese e lei ha ribattuto, con tono seccato:
“Bello avere tanto tempo a disposizione, vero?”.

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Uomo picchia la figlia della compagna: “non sono meno femminista se critico anche lei”

Lei scrive:

Cara Eretica ho letto le tue considerazioni sulla vicenda della bambina picchiata dal convivente della madre. Capisco in linea di massima quello che vuoi dire ma mi trovo in disaccordo su molte cose. Non provo livore nei confronti di questa donna e men che meno voglio demonizzare le “madri cattive”. Per me quelle madri sono semplicemente umane come lo sono anch’io. Non siamo perfette, a volte i figli arrivano e ci rendiamo conto di quanto sia difficile prendersi cura di loro. So quanto sia facile mollare un figlio ad altri per prendere anche solo una boccata d’aria ma questa madre racchiude in se’ caratteristiche che mi preoccupano. Non si tratta di una madre che esprime consapevolmente egoismo per prendere tempo per se stessa. Non è una donna come quelle che ti raccontano storie difficili che tu pubblichi sul blog. Parliamo di una donna senza strumenti culturali, che non può e non sa emanciparsi da una situazione di degrado. Non è tanto il fatto che abbia dato ospitalità ad un uomo violento che mi preoccupa ma il fatto che chiaramente questa donna è una persona irrisolta, una che in televisione (l’ho vista dalla D’Urso) ha interpretato il ruolo della beddamatresantissima che a te non piace (neppure a me).

Lei, insomma, non è una di noi. Non è una donna che si mette in discussione e che analizza se stessa. Lei è una di quelle che rafforzano la retorica da “ventennio fascista” di cui parli. Lei contribuisce a realizzare la trappola che la terrà in ostaggio, prigioniera. Le tue critiche sono giuste ma credo sia opportuno fare dei distinguo affinché io, donna che non ha amato da subito il proprio bambino e che lo ha lasciato volentieri da parenti e vicini di casa, possa dirmi diversa. Quella donna è chiaramente vittima di ignoranza e pregiudizi. Lei parla per stereotipi, si adegua al bisogno di oggetti di indignazione del pubblico (ha detto in tv che vuole che lui marcisca in galera). Non è il mio nemico ma non è neppure una mia amica. Non stiamo dalla stessa parte e questo credo bisogna dirlo. Giusto sottolineare quanto siano gravi gli insulti che ha subìto ma altrettanto giusto dire che non mi considero meno femminista perché lei non mi piace. Non mi piace affatto.

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Lei difende il “patrigno” violento? Riflessione sulla retorica del martirio delle madri ” perbene”

Opera di Zidzi Slaw Beksinski

 

Appartengo alla categoria di donne che si è “rifatta una vita”. Non capisco esattamente che vuol dire ma è così. Nel senso che la vita è sempre la stessa. Non l’ho rifatta. Sono semplicemente andata avanti. Non sono migliore di altre donne e non le giudico. Se hanno deciso di stare con altri uomini che non sono i padri biologici dei loro figli le capisco. Perciò non penso di essere superiore a nessuno quando dico che mi irritava molto avere a che fare con un uomo che si permetteva il lusso di usare un tono autoritario con mi@ figli@. Se un “estraneo” interferiva con le mie scelte educative mi incazzavo moltissimo. Ma non ero sola. I miei mi hanno aiutata molto e so che la solitudine, specie nel ruolo materno, può togliere forza e anche lucidità. Perciò non mi vanto di non aver voluto nessuno in casa mia e di mi@ figli@. Diciamo che è semplicemente capitato. Il mio ex era un violento, mi ha quasi uccisa e di su@ figli@ se ne fregava. In ogni caso credo avrei pensato che la creatura stesse meglio con me che con lui. Anche quando sono stata cattiva, violenta io stessa, egoista e tutto quel che può fare sentire in colpa una madre in questi casi.

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Rifiuto i miei genitori e mi va bene così

Lei scrive:

Cara Eretica, ti seguo da ormai molto tempo e vorrei raccontarti la mia storia.

A volte si chiediamo se sia possibile e giusto rifiutare i propri genitori ed io penso proprio di sì.
Ti spiego anche perché.

Sono nata in una città del Sud Italia 35 anni fa ed ho trascorso un’ infanzia da reclusa in una famiglia borghese finto-comunista in cui l’unica cosa che contava era lo studio, uno studio matto e disperatissimo.
Non mi è stato mai chiesto come stessi e che sogni avessi, l’importante era portare a casa ottimi voti.
In realtà non bastava neanche avere ottimi voti, bisognava distinguersi ed essere superiori agli altri, nessuno doveva avere i miei stessi voti, un altro studente bravo quanto me non era concepibile.

Non esistevano amicizie vere, infatti non sono rimasta in contatto con nessuno dei miei compagni di scuola, non esisteva la possibilità di uscire, di fare un giro la sera, esistevano solo i libri, ai quali mi sono aggrappata con ogni forza per non impazzire, per ritagliarmi una via di fuga, un pezzetto di vita che fosse solo mio e lontano dal loro controllo.

Va da sé che io non potessi neanche frequentare un ragazzo.
Ad un certo punto mi sono anche convinta che essere nata donna fosse stata la più grande disgrazia della mia vita e che se fossi diventata lesbica avrei quantomeno avuto meno problemi con mio padre, perché avrei potuto frequentare delle ragazze spacciandole per semplici amiche.

Mio padre era ed è rimasto ancora oggi un troglodita emozionale, incapace di comunicare, abituato solo alla sopraffazione verbale e fisica.
Mi fa malissimo scrivere questo di lui, perché nonostante tutto gli voglio bene.

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Quando lui si fa chiamare “padre” solo per egoismo

Sono figlia di una coppia separata. Si sono separati quando io avevo pochi mesi, perciò non ricordo niente della loro vita in comune. Sono cresciuta con i miei nonni, in effetti, dato che mia madre ha sempre lavorato molto. Quando ero piccola faceva fino a tre lavori al giorno perché i nonni erano affettuosi ma a parte una pensione minima non disponevano di molto. E poi a mia madre è sempre piaciuto essere indipendente. Da sola è riuscita a comprare l’automobile a rate, abbiamo ristrutturato casa per ottenere una cameretta per me e mi ha fatto regali che non si sarebbe potuta permettere. Mi ha mandata all’estero quando ero al Liceo, perché diceva che è importante conoscere una lingua straniera. Mi ha fatto frequentare corsi privati sull’uso del computer e di diversi programmi di gestione. Dopo il liceo mi ha consigliato di proseguire gli studi scegliendo informatica perché secondo lei per trovare un buon lavoro, ovunque io scelga di vivere, o conosci bene il computer o ti laurei in medicina e io non amavo medicina. Ho frequentato anche un corso d’arte moderna perché mi piaceva disegnare e così a parte l’informatica ho appreso l’arte grafica.

Ora ho 28 anni, lavoro realizzando programmi informatici e mia madre aveva ragione: posso lavorare dove voglio e chiedere anche la cifra che voglio, sebbene il mercato non sia così facile come lei pensava. C’è concorrenza ma io sono brava e quindi affidabile. Ho avuto molte difficoltà all’inizio perché in Italia pensavano che una donna non potesse svolgere questi compiti. All’estero non è così e quindi posso perfino scegliere. Attualmente vivo in Norvegia e guadagno bene. Penso di completare due anni di lavoro qui, mettere da parte qualcosa e poi emigrare ancora verso un paese in cui fa più caldo. Mi piacerebbe vivere in Spagna o in Portogallo, perché no. La mia vita perciò non è così male nonostante io non abbia mai avuto rapporti con mio padre e lui si sia tenuto alla larga dai doveri nei nostri confronti e da noi. Alla fine ho imparato da mia madre tutto quello che c’era da imparare: una donna non deve dipendere da nessuno e mia madre si è data da fare affinché io potessi studiare e imparare come essere indipendente.

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Care mamme, parlate della vostra paura

“Mio figlio è “capitato”. Non l’ho presa bene, affatto. Ho sofferto tanto inizialmente, ma qualcosa mi diceva “tienilo, tienilo, è tutto quello che hai”. Decido di seguire il mio cuore. Lotto tanto per questa gravidanza, e quando finalmente nasce… buio. In ospedale è tutto tanto ovattato, non mi rendo bene conto. Torno a casa, sono sola con lui. Scoppio in lacrime. È tranquillo, non avrei niente di cui lamentarmi, ma piango disperatamente, ogni giorno. Lo sento piangere e mi ci vuole sempre di più per alzarmi e coccolarlo. Mi accuccio davanti alla porta chiusa della sua cameretta e sbatto la testa, perché mi sento sola. Non so più chi sono. Non so se amo questo bambino. A volte lo sento morbosamente mio, nessuno lo può toccare. Altre volte lo guardo piangere senza emozioni. Dormo il più possibile, mi addormento dappertutto, nonostante di notte io dorma senza interruzioni perché il bimbo è un dormiglione. Mi isolo da tutti, ma posto tante belle foto e tante belle cose perché mi vergogno di quello che provo, o non provo, per mio figlio. Ho bisogno che tutti pensino che lo amo alla follia da sempre.

Maggiormente, ho bisogno di saperlo io. Perché io non lo so, se la mia voglia di staccare sia lecita. Se la mia voglia di tornare indietro possa coesistere con l’amore materno di cui tutte parlano. Cerco su Google come si ama un figlio. All’improvviso, non lo sa più nessuno. Perdo tutti, perdo tutto, e mi sembra una tragedia, finché non mi rendo conto di aver perso me, totalmente. Mi rendo conto che tutto il tempo passato a cercare di sembrare normale, mi stava mangiando dentro. Inizio a chiedere aiuto, ma mi sento giudicata, masticata e risputata al mondo. Mi chiudo sempre di più, mando tanto, troppo spesso mio figlio dai nonni, lontano da me, dove posso non guardarlo volendomi suicidare per il senso di colpa. Ma mi manca. Mi manca da morire.

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Uccidere mia madre, per andare avanti

Lei scrive:

Cara Eretica, in questi giorni state parlando molto di violenza sui bambini e di madri violente e io volevo raccontare la mia storia. Mia madre non tirava solo schiaffi, non erano quelli a farmi male. Era la sua maniera distruttiva, una specie di tornado che distruggeva tutto quello che incontrava. Urlava spesso, la sentivo arrivare e il mio cuore batteva forte. Avrei voluto nascondermi ma non sapevo dove. Ero già grande eppure non capivo e soprattutto non capivo le sue contraddizioni. Come fai ad essere una donna tanto amabile all’esterno e così distruttiva dentro casa? Prendersela con me o con le mie cose per lei era lo stesso. In cinque minuti era in grado di mandare letteralmente in pezzi la mia stanza e io restavo lì a raccogliere i pezzi. Poi mi chiedeva scusa e io non ero in grado di ribellarmi fino a quando non ho avuto la forza di allontanarmi da lei. L’ho cercata a lungo, ho tentato di volerle bene e di farmi voler bene ma non ci sono riuscita e dolorosamente l’ho lasciata andare, lei mi ha lasciata andare. Se ho avuto dei genitori decenti quelli sono stati i miei nonni, anche se erano la causa diretta della violenza di mia madre. Era cresciuta in un luogo sbagliato e non aveva avuto alternativa se non quella di assimilare i loro metodi. Questo però non la giustifica. Non la giustifica affatto.

Certe volte avrei voluto che lei avesse abortito. Perché farmi nascere per poi darmi la colpa della violenza che mi faceva subire? Mi sono spesso detta che sentirmi vittima non aiuta granché e allora ho provato a stare meglio con me stessa. Lei con il tempo ha ammesso le sue responsabilità ed è andata in cura per depressione ma, per quanto io sappia che la sua vita sia stata molto difficile, cresciuta anche lei tra tanta violenza, non sono riuscita a perdonarla. Qualcuno dice che dovrei cominciare da lì per dedicarmi a me stessa ma non riesco e non penso che dovrei. Sono grande ormai e so che restare ancorata alla visione adolescenziale della vita non mi aiuta ad andare avanti, non riesco ad andare avanti, ma anch’io merito aiuto. Non ho fatto figli e credo di non volerne fare mai. Ci sono andata vicino una volta ma non me la sento. La violenza è dentro di me e non potrei risparmiare quel dolore ad un bambino. Non so se riuscirei a spezzare quel maledetto cerchio. Forse potrebbe servire a farmi meglio capire mia madre ma non posso crescere sulla pelle di un figlio. Meglio di no.

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Sul desiderio insoddisfatto di maternità

Lei scrive:

Cara Eretica, ti seguo sempre con molto interesse, volevo raccontare la mia storia, visto che ultimamente (sul blog ndr) si è parlato di maternità. Ho avuto mio figlio che avevo 22 anni, facevo l’università ed ero senza lavoro. Con incredibili sacrifici ho portato avanti la gravidanza, mi sono laureata ed ho vinto il concorso per entrare di ruolo come insegnante. Sono stati anni difficilissimi. Nel frattempo ho convissuto con il padre del bambino per otto anni, ma non è andata e ci siamo separati con molto dolore. Tutt’oggi ci vogliamo molto bene ma le nostre vite hanno preso strade differenti.

Nel frattempo mio figlio è cresciuto, io non ho mai pensato all’aborto e devo dire che, nonostante le difficoltà, è la cosa più bella che io abbia fatto. Non me ne sono innamorata subito, ci sono voluti anni, anni di sensi di colpa perché non mi sentivo una buona madre, perché avevo il desiderio di viaggiare senza di lui, di andare a ballare, di vivere. Nel frattempo ho conosciuto un’altra persona con la quale convivo da due anni. Entrambi lavoriamo ed abbiamo una casa nostra. È maturato in me il desiderio di avere un altro figlio.

Purtroppo però le mie condizioni fisiche, in ambito di fertilità, si sono rivelate non ottimali e io sono piombata nel panico. Il mio grande desiderio era quello di creare una famiglia e di essere questa volta una madre diversa, più presente, più matura. Per una strana coincidenza karmica, mia sorella e la mia migliore amica mi comunicano di essere incinte poco meno di un mese fa. Cado nella disperazione più profonda, la mia relazione vacilla, mi sento inutile, sento che se non posso più essere nuovamente madre, allora non servo a nulla, la mia vita non ha più senso.

Mio figlio ormai ha 16 anni e giustamente si sta emancipando da me. Ho sempre sostenuto con fervore l’idea che una donna debba sentirsi completa anche senza essere madre, ho sempre avuto un profondo rispetto per quelle donne che scelgono di essere donne senza per forza essere madri, eppure adesso mi sento risucchiata in questo vortice di sofferenza da cui solo l’essere madre di nuovo pare possa salvarmi. Sarà perché, negli anni in cui mio figlio era piccolo, mi sono sentita giudicata da tutti, a partire dai miei genitori, che pur dandomi una grande mano, sottilmente mi facevano intendere che avrei dovuto essere più presente con mio figlio, lasciar perdere gli studi ecc…

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A proposito di maternità: un contributo personale, parziale e poco lucido (ma non ho bevuto!)

Lei scrive:

Ciao, forse sono una lettrice sui generis del blog ma sono molto appassionata. Sono consapevole di vivere in una “condizione privilegiata”: sono bianca ed eterosessuale, sono economicamente indipendente, sono cresciuta in una grande città d’Italia, non ho vissuto abusi sessuali e l’incontro che ho avuto con le strutture mediche che praticano aborto è stato (strano da dire) positivo. Ho due figli, desiderati, sani, ho un compagno che mi piace molto e io piaccio a lui, mi sento fortunata.

Quando leggo i post di questo blog vivo uno strano sdoppiamento. Da un lato mi sento madre e quindi solidarizzo con quelle madri imperfette, incoerenti e a volte cattive che incombono sulle figlie. Penso cazzo, queste donne potrebbero essere me. Ecco, non voglio calpestare i sentimenti di chi soffre a causa di comportamenti mortificanti o giudizi taglienti dei genitori (penso alla ragazza la cui madre è fissata con le donne “grasse”) ma essere madri è una cazzo di responsabilità. Richiede un continuo “cambio di posto”…”ora sono me stessa-ora sono la mamma”, “ora voglio ruttare e dire parolacce al telegiornale-ora ti devo insegnare un minimo di educazione”.

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La retorica sulla maternità felice è una truffa

Lei scrive:

Ciao eretica,

siccome ultimamente avete parlato di maternità, volevo raccontarti anche la mia storia.
Resto incinta a poco piu di vent’anni: errore, ingenuità, distrazione o non lo so. Fatto sta che aspetto un figlio. Non appena lo dico al mio medico di base per farmi prescrivere le analisi del sangue che lo confermino, mi sento rispondere: “complimenti perché sta per iniziare una nuova vita!”. L’idea dell’aborto non è nemmeno contemplata. Idem il mio fidanzato. Lui è più grande, già lavora e mi dice “ma si, vedrai che con qualche sacrificio ce la faremo e saremo una famiglia felice”.

A questo si aggiungono i nostri genitori che nel giro di 24h hanno già detto a mezzo mondo che saranno nonni (pare non aspettassero altro). Inutile dire che in tutto questo non prendo nemmeno in considerazione l’idea di non tenere il bambino: per anni mi hanno convinta che l’aborto era un gesto orribile e che mi sarebbe rimasto dentro come un macigno per tutta la vita. Passano i giorni, la pancia cresce e chiunque mi incontri mi dice che è una notizia meravigliosa, che sarà fantastico, che non appena lo vedrò sarò felice, che un suo sorriso mi ripagherà di cento notti insonni e così via.

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Quando le donne dovevano essere solo donne e i maschi solo maschi

Quando ero piccola dovevo aiutare mia madre. Dovevo farlo io e non mio fratello. Mia madre aveva tempi difficili, si svegliava alle cinque del mattino e dormiva davvero pochissimo. Io mi svegliavo presto solo quando dovevo ripassare per una interrogazione a scuola. Quando tornavo dovevo apparecchiare, sparecchiare, lavare i piatti, poi passare la scopa, lavare il pavimento. A fine settimana c’erano le grandi pulizie da fare. Spolverare, passare la cera sui pavimenti, pulire i vetri delle finestre, lavare le scale e pulire anche il marciapiede subito avanti alla porta di ingresso. Poi potevo uscire a giocare con altre bambine se prima, però, avevo fatto tutti i compiti. Studiavo molto ed ero una bambina molto timida e insicura. Sempre monitorata a casa per via dell’ansia che mio padre ci faceva subire. Un uomo che lavorava tanto e che riusciva a mantenere la famiglia intera con vari figli. Mia madre era una casalinga e da quel che ricordo non si fermava mai. A fine orario scolastico di solito veniva a prendermi mia nonna materna. Una strega vera, di quelle che conoscono storie e arti magiche da vecchia signora cresciuta tra miti e soluzioni a varie malattie. Scacciare via i vermi, poi la febbre, curare il morbillo. C’erano gli antibiotici, certo, ma senza l’arte magica della nonna nessuno sperava in una guarigione.

Sono cresciuta tra narrazioni sul potere delle donne, grandi donne, in grado di sostenere tutta la famiglia e di non badare al proprio piacere. Mi sono sempre chiesta il perché e mi è stato detto che è così che si fa. Io non ho obbedito. Quando sono stata in grado di vivere da sola ho fatto pulizie solo quando era necessario, non ho più passato la cera, non avevo molto da fare in effetti e in ogni caso mi mancava la magia. Quella magia svanì con la morte di mia nonna e solo allora scoprii che mi aveva destinata a confessioni sui riti magici che non ebbe il tempo di confidarmi. Che peccato, dissi a me stessa.

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L’ordine del maschio ossessivo compulsivo

Ci vuole equilibrio in tutte le cose. Per esempio: mi fa piacere aver trovato un compagno che pulisce, lava, fa il bucato, aggiusta il letto e tante altre belle cose. Dico davvero, ne sono lieta, ma sarei più contenta se solo non mi osservassi come un falco che punta alla sua preda aspettando che io sbagli. Se lavo i piatti mi guardi per scorgere il difetto nel lavaggio, se stendo il bucato pretendi che lo faccia come lo fai tu. Se getto l’immondizia mi fai il terzo grado per capire se ho separato ogni grammo di qualunque cosa per la differenziata. Sono molto felice che tu ti senta così responsabile per il bene del mondo ma allora perché mi sento oggetto delle attenzioni di un ossessivo compulsivo che fa di tutto per rendermi insicura? Somigli a mia suocera, tua madre, ovvero colei che si incazza se ho riposto un piatto nello scaffale sbagliato. Sono talmente stufa di tutto questo che mi chiedo perché mai non dovrei lasciare tutto il lavoro a te. Controlli i piatti che ho appena lavato? Fai l’indagatore dell’incubo cercando residui non adeguatamente separati tra l’immondizia che ho appena confezionato? Vuoi il controllo di tutto? Perché è di questo che si tratta, no?

C’era mia madre che non lasciava che mio padre si avvicinasse alla cucina o ai figli, perché lei era più brava in tutto, accentrava ogni possibile attività casalinga, tutto restava sotto il suo controllo. Poi però rinfacciava al mondo i sacrifici fatti. Le serviva apparire come un agnello sacrificale per poi rimproverarti anche solo di aver respirato con movimenti diversi dai suoi. Perché, dico, non è possibile ottenere aiuto da parte di un uomo senza passare quello che sto passando io? Eppure sono stata paziente, ti ho insegnato cose che non sapevi, e ora ti vanti di farle meglio di me. Va benissimo, perché non sono alla ricerca del primato della casalinghitudine. Non ho tempo per questo. Ma neanche tu quel tempo ce lo avresti. Dunque? Non dirmi che lo fai per me. Lo fai solo per sentirti migliore di me. Io sono una che cede compiti, non sto lì a guardarti aspettando un tuo errore. Non sono quella che ti ruba le spugnette dalle mani perché non fai bene il tuo lavoro, giusto per dire “lascia stare… faccio io”. Non importa se tu impieghi tre ore per lavare lo stesso piatto che io lavo in pochi minuti. Non ti critico. Non ho problemi e non passo il dito sulla superficie dei mobili per vedere se hai lasciato qualche granello di polvere. Ma allora perché tu non sai fare altrettanto? Perché devo quasi sentirmi inutile in casa mia?

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