Lei è incinta di 24 settimane secondo la Repubblica, e di 28 secondo il Corriere. E’ morta e i medici tentano di tenere caldo il suo corpo affinché possa fungere da contenitore per il feto avendo in mente un parto post mortem. E’ una questione delicata, complessa, intima, e il fatto che abbia risonanza sui media vuol dire solo che c’è chi vuole fare diventare questa cosa una sorta di bandiera antiabortista.
Quel che io vorrei sapere è: la donna oramai ufficialmente morta ha lasciato indicazioni al riguardo? E’ etico definirla “madre” sui media giacché madre non sarà mai? I parenti hanno espresso preferenze? E’ una scelta dei medici? Perché i media se ne stanno occupando? Come si fa a considerare normale, addirittura pietoso, il fatto di tenere caldo un corpo morto per fare nascere un feto cresciuto un altro po’ dentro un cadavere? Come è possibile che nessuno si faccia qualche domanda, dal punto di vista etico, per l’uso che si fa di quel corpo, un corpo di donna, perfino dopo la sua morte? Il desiderio di fare primeggiare l’ideologia della “vita” ad ogni costo arriva al punto da pensare di sostituirsi ai pensieri di una donna che è morta? Al punto da chiamarla “madre” anche se è un cadavere? Le si attribuisce un ruolo romantico e si parla di lei come fosse soltanto una donna incinta? Perché non esiste una legge che indichi le modalità di azione in questi casi, a partire dal desiderio della madre o del padre? Il corpo di una donna, vivo o morto che sia, è un corpo di Stato? E’ lo Stato che può decidere di fare quel che vuole dei nostri corpi anche in funzione di un parto post mortem?